CAMPI DI “RIEDUCAZIONE” NELLO XINJIANG – ULTERIORE PRETESTO PER LA ROTTURA DEI RAPPORTI CINA-USA

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Una panoramica sugli avvenimenti nella regione di Xinjiang fino al 2014

Gli ultimi aggiornamenti giunti a noi dalla regione Cinese hanno richiamato l’attenzione su quello che succede nella zona dello Xinjang, in Cina, già da prima del 2017, quando Human Right Watch segnalò per la prima volta gli avvenimenti sconvolgenti e così simili a quelli che gli europei avevano visto accadere sotto i loro occhi durante la Seconda Guerra Mondiale. Quelle che secondo i maggiori notiziari mondiali sembrano delle cosiddette “breaking news”, sono, in realtà, parte di un processo iniziato nei primi anni 2000, quando Wang Lequan, all’epoca segretario del partito comunista cinese nella provincia, cominciò la sua opera di repressione ai danni della minoranza degli Uiguri, gruppo etnico di origini turche e religione islamica stanziato nella zona nord-ovest della Cina. Nel 2014, infatti, Lequan annunciò quella che secondo la tradizione maoista è chiamata “Guerra Popolare contro il terrore”. Questo tipo di azione permise al governo cinese di introdurre dei divieti contro il gruppo etnico degli Uiguri, vietando loro di portare le tradizionali barbe definite dal rappresentante del PCC “anormali”; imponendo il solo cinese mandarino come sola lingua di insegnamento presso le scuole della regione; vietando l’utilizzo di veli in luoghi pubblici e l’attribuzione di nomi tipicamente islamici ai neonati della regione. L’apparente scopo del governo cinese risultò, all’epoca, quello di dare il via ad una campagna anti terrorismo contro gli estremisti islamici.

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La situazione dal 2014 in poi

A partire dal 2014 si è cominciato a far riferimento all’applicazione di metodi di “rieducazione”. Di fatti tra il 2016 e il 2017 furono reclutati 90000 nuovi poliziotti, un numero che permetteva al settimanale tedesco Der Spiegel di definire la regione come la più sorvegliata al mondo. Sempre nel 2017, Human Right Watch, un’organizzazione non-governativa internazionale con sede a New York, face per la prima volta luce su quelle che erano le violenze che si stavano consumando sotto lo sguardo indifferente dei governi del XXI secolo: le autorità, sotto mandato del governo di Xi Jinping e comandate dal segretario del PCC, Chen Quanguo, avevano creato quelli che l’Europa del XIX secolo aveva a sua volta conosciuto come campi di concentramento, andando ad internare più di un milione e mezzo di cittadini di etnia turca e religione islamica senza un giusto processo. Nel 2019, Randall G. Schriver, ex assistente segretario alla difesa per la sicurezza indopacifica per il governo statunitense, ha stimato che il numero dei detenuti fosse intorno ai 3 milioni. Cifra che riuniva gli Uiguri, musulmani, cristiani e minoranze straniere come i kazachi. 

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Gli ultimi sviluppi

Gli avvenimenti riportati dalla stampa statunitense degli ultimi tempi parlano di ritrovamenti effettuati dalla polizia di frontiera americana di 13 tonnellate di prodotti derivanti da capelli umani provenienti dalla regione di Xinjiang e presumibilmente asportati con la forza ai detenuti dei campi della regione, come riportato da ForeignPolicy. Dettagli ancor più drammatici emergono dai dati dell’organizzazione non governativa statunitense precedentemente citata, Human Right Watch. Di fatti, l’organizzazione ha portato alla luce l’utilizzo smodato della tecnologia portato avanti dal governo cinese al fine di schedare informazioni private contenute all’interno dei telefoni cellulari dei cittadini della regione, facendo in modo da rendere più semplice la tracciabilità delle donne in età fertile facenti parte di minoranze e dando la possibilità alle autorità di procedere alla sterilizzazione di queste ultime attraverso l’uso di mezzi tutt’altro che convenzionali, come l’iniezione forzata di droghe sconosciute. Dettagli su DNA, dati sensibili, riconoscimento facciale e impronte digitali sarebbero contenuti in un sistema noto come “piattaforma integrata per operazioni congiunte”.

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L’avvicendarsi delle scelte degli Usa

Nel 2018, a seguito delle indagini condotte da Human Right Watch, il senatore statunitense Marco Rubio e il rappresentante per lo stato del New Jersey, Chris Smith, diedero inizio ad un’indagine approfondita sui campi di rieducazione per gli Uiguri nella regione cinese dello Xinjiang. Sempre nello stesso anno un’agenzia privata statunitense che si occupa di diritti umani, la Congressional-Executive Commission on China, pubblicò un rapporto riguardo la crisi umanitaria cinese portando alla scelta di Marco Rubio e di altri 16 membri del Congresso di spingere perché gli Stati Uniti imponessero delle sanzioni contro i membri delle forze dell’ordine cinese che si stavano occupando della situazione nello Xinjiang, avvalendosi della legge Magnitsky, varata durante la presidenza Obama e che si occupava di promuovere la protezione dei diritti umani a livello internazionale. Tuttavia i provvedimenti si ritrovarono in una fase di stallo quando, nel 2019, alle Nazioni Unite, 54 stati respinsero le accuse contro la Cina e dimostrarono il proprio appoggio alle scelte portate avanti dal governo cinese nella regione in questione.

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Uyghur Human Rights Policy Act

Alla fine del 2019, nonostante la presa di posizione dell’ONU, il congresso statunitense approvò all’unanimità la legge per i diritti umani degli Uiguri, nota come Uyghur Human Rights Policy Act. La legge avrebbe imposto delle sanzioni a carico del governo cinese. Tuttavia l’allora consigliere sulla sicurezza nazionale per la presidenza Trump, John Bolton, fece, nello stesso anno, un’affermazione controversa riguardo il presidente Trump, sostenendo che quest’ultimo avesse espresso il proprio appoggio riguardo i campi di detenzione al leader cinese Xi Jinping. Ciò nonostante, gli ultimi sviluppi riguardano proprio lo Uyghur Human Rights Policy Act, il quale è stato firmato dal presidente Trump ed è entrato in vigore proprio lo scorso 17 giugno, ponendo delle restrizioni ai visti dei capi delle forze dell’ordine cinesi e ai loro parenti più prossimi. La legge Magnitsky, precedentemente citata, ha, inoltre, permesso agli Stati Uniti di imporre delle sanzioni contro l’organizzazione economica e paramilitare sotto il controllo del governo cinese Xinjiang Production and Construction Corps, la quale eserciterebbe il proprio influsso nella regione che sta destando così tante attenzioni di tipo umanitario a livello internazionale. Ancora, negli ultimi giorni, il governo ha proposto una legge per bloccare gli scambi commerciali di qualsiasi manufatto prodotto nella regione in questione, suggerendo che qualsiasi esso fosse, sarebbe presumibilmente il risultato del lavoro forzato delle migliaia di detenuti. “Se l’America non si esprime chiaramente a favore dei diritti umani in China a causa di interessi commerciali, perdiamo tutta l’autorità morale di esprimere un’opinione su di essi in qualsiasi altra parte del mondo”, ha concluso la Presidentessa della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi.

 

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