INDIA. TUTTI ASSOLTI PER LA DISTRUZIONE DELLA BABRI MASJID DI AYODHYA

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Dopo 28 anni dalla distruzione della Babri Masjid ad Ayodhya, un controverso verdetto assolve tutti i 32 imputati dalle accuse. Tra questi anche alti quadri del BJP, il partito al governo.

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Il 30 settembre 2020, ben ventotto anni dopo la demolizione della Babri Masjid avvenuta ad Ayodhya il 6 dicembre 1992, tutti i 32 principali imputati, legati al partito in carica Bharatiya Janata Party (BJP) o ai principali gruppi dell’ultradestra induista, sono stati assolti. Il verdetto sull’innocenza dei 32 imputati è giunto dal tribunale a cui la Corte Suprema aveva trasferito il caso il 30 maggio 2017, cioè il tribunale speciale della Central Bureau of Investigation[1] a Lucknow, nello Stato dell’Uttar Pradesh, lo stesso dove si trovava la moschea.  Il controverso verdetto polarizza ancora di più la società indiana tra coloro che difendono la sacralità dello stato di diritto, della democrazia e del secolarismo nel Paese da una parte, e i sostenitori del partito al potere, promotore di un “induismo politico” e di una trasformazione del volto pluralista dell’India dall’altro, L’assoluzione di tutti i 32 principali imputati (ancora in vita) li libera da tutte le accuse a loro carico, incluse quelle di associazione a delinquere, cospirazione e premeditazione, per mancanza o inconsistenza di prove.  Tra questi figuravano molti dei più importanti nomi dell’ultradestra indù, inclusi alti quadri del partito al potere Bharatiya Janata Party (BJP), tra cui Lal Krishna Advani, Murli Manohar Joshi, Kalyan Singh e Uma Bharti. Nel pronunciare il verdetto, il tribunale ha affermato che la demolizione della moschea nel 1992 perché ritenuta essere stata costruita sul luogo di nascita del dio Ram, e che trascinò poi l’intero Paese in una spirale di violenza settaria, sia da attribuire a un semplice atto di folla spontaneo non pianificato condotto da militanti (kar sevak) classificati come “elementi antinazionali”. La demolizione della Babri Masjid aveva scatenato per diversi mesi nel 1992 un’ondata di violenze di matrice religiosa su larga scala che provocarono la morte di migliaia di persone, la maggior parte musulmane, alimentando le tensioni tra la maggioranza indù e la minoranza musulmana nel Paese negli anni a venire, e rivelandosi strumentale per il BJP nel radicalizzarsi stabilmente nel panorama politico indiano. Secondo S.K. Yadav quindi, gli unici responsabili della distruzione della moschea sarebbero stati alcuni kar sewaksappartenenti alle fasce più estreme e definiti dal giudice criminali e non invece veri credenti, altrimenti avrebbero prestato attenzione alle dichiarazioni pronunciate nei giorni precedenti il 6 dicembre 1992 da Ashok Singhal, leader del VHP e a capo del Ram Janmabhoomi movement [2], secondo cui il terreno conteso (su cui sorgeva la moschea distrutta) era anche sede di un tempio e per questo necessario di protezione e non di distruzione. In base alla sentenza, i membri del Vishwa Hindu Parishad (VHP), organizzazione affiliata al movimento di estrema destra induista Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), e i politici del BJP stavano solo cercando di controllare la folla occupandosi delle disposizioni logistiche, quali la disposizione dei posti a sedere per donne, anziani e giornalisti. Ciò che non è stato specificato è per quale motivo si sarebbero dovuti occupare di tutto ciò.

 
 

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Di fatto, l’intera responsabilità della vicenda è stata fatta ricadere su elementi non ben specificati né tantomeno identificati appartenenti alle frange estreme dei gruppi coinvolti nella distruzione della Babri Masjid, scagionando così i leader e i demagoghi di questi gruppi. Surendra Kumar Yadav, il giudice del tribunale speciale della CBI incaricato del caso dal 2017, ha riscontrato la debolezza delle prove a carico dei 32 imputati, non essendo stato possibile, tra l’altro, determinare l’autenticità degli elementi probatori audio e video forniti dalla CBI. “Non è stato possibile fornire alcuna prova che potesse dimostrare che gli accusati avessero in alcun modo incitato [gli eventi che condussero alla] la distruzione della moschea, o che presero parte”, ha dichiarato il giudice.  In base alle prove disponibili è stato confermato che sì Advani, Joshi, Sadhvi Rithambara, Bharti, Vinay Katiyar e Acharya Dharmendra Dev erano presenti sul luogo dell’incidente, ma che ciò non costituisce una prova della loro colpevolezza in quanto nessuno dei testimoni ascoltati in tutti questi anni ha fatto esplicitamente i nomi degli accusati o dichiarato il loro coinvolgimento nella distruzione della moschea.  Gli alti leader del BJP, tra cui il ministro della Difesa Rajnath Singh, il primo ministro dell’Uttar Pradesh Adityanath e lo stesso Advani, già militanti di prima linea del partito negli anni ’90, hanno accolto il verdetto da loro descritto come una “vittoria della verità e della giustizia”, che ha finalmente coronato l’impegno a lungo sostenuto del partito verso la costruzione di un tempio dedicato al dio Ram ad Ayodhya.  Il verdetto del 30 settembre e la piena assoluzione dei principali esponenti del fondamentalismo indù e promotori del progetto della costruzione del tempio sul sito precedentemente occupato dalla moschea rappresenta solo l’ultimo atto dell’accettazione implicita da parte del sistema giudiziario indiano, ufficialmente indipendente e libero da influenze esterne, dell’agenda permeata attorno alla nozione di hindutva promosso dal partito in carica e dalle organizzazioni gravitanti intorno ad esso, incluse VHP e RSS. Quanto dichiarato dal tribunale speciale di Lucknow si aggiunge alla sentenza del 9 novembre 2019 emessa dalla Corte Suprema sul sito conteso sul quale si sarebbe dovuto edificare il tempio di Ram. La Corte Suprema, nonostante avesse giudicato illegale la distruzione della Babri Masjid dispose che l’intero sito venisse affidato a un trust indù che avrebbe supervisionato la costruzione e la gestione del tempio, ordinando al contempo la concessione di un terreno in località da definire alla Uttar Pradesh Sunni Central Waqf Board, allo scopo di costruirvi una moschea in sostituzione della Babri Masjid. Nel frattempo, la costruzione del tempio è iniziata. Il 5 agosto 2020 il primo ministro Narendra Modi ha posto la prima pietra del tempio che sarà costruito sulle ceneri della Babri Masjid, del secolarismo e pluralismo religioso indiano.

 

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Note

[1] Fondata nel 1963, la Central Bureau of Investigation (CBI), è l’agenzia del governo centrale indiano responsabile delle indagini penali, della sicurezza nazionale e dell’intelligence. Essendo l’India una repubblica federale, la “polizia” è un soggetto dipendente dai singoli Stati e la giurisdizione per indagare sul crimine spetta esclusivamente della polizia dello Stato. Tuttavia, casi particolarmente delicati o importanti vengono trasferiti alla CBI, previo consenso del governo dello Stato interessato. La CBI è anche l’agenzia di coordinamento ufficiale dell’India per gli affari dell’Interpol.

[2] Il movimento creato per rivendicare la costruzione del tempio di Ram ad Ayodhya.

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