UNA “BUSSOLA STRATEGICA” PER RILANCIARE LA DIFESA EUROPEA

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L’Unione europea: gigante economico, ma nano politico?

Con l’avvio della presidenza tedesca di turno del Consiglio dell’Unione europea, quest’estate a Bruxelles si è tornati a discutere della delicata questione circa gli strumenti strategici che l’Unione dovrebbe adottare per dimostrarsi all’altezza delle proprie ambizioni geopolitiche. Oggi più che mai, in un panorama internazionale caratterizzato da instabilità e conflitti in alcune regioni strategiche del pianeta, l’Unione è chiamata a svolgere un ruolo da global player. In gioco, infatti, vi è la stessa credibilità dell’Unione come security provider rispetto ad alcune aree “calde” quali il Mediterraneo orientale, la Libia, il Mali e la Bielorussia. In tale contesto, tuttavia, l’Unione riceve numerose critiche perché non sarebbe ancora in grado di presentarsi come attore globale in grado di agire autonomamente – anche, e soprattutto, dal punto di vista strategico e militare.

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La mancanza di una cultura strategica comune

Per affrontare gli scenari di tensione emergenti, è necessario che gli Stati membri superino le divergenze in materia di difesa a favore di una visione condivisa sulla necessità di dotare l’Unione di strumenti realmente incisivi. Tale questione occupa le agende dei vertici europei ormai da due decenni. A partire dalle riflessioni scaturite dalla guerra in Iraq nel 2003, si è aperto un dibattito relativo alla visione strategica che avrebbe dovuto guidare l’Unione europea nel perseguimento di una politica estera comune. Una serie di documenti, quali la Strategia europea in materia di sicurezzadel 2003 e la Relazione sull’attuazione della strategia europea in materia di sicurezza del 2008, sono stati adottati dal Consiglio europeo per delineare gli obiettivi strategici atti ad affrontare le minacce esterne. Nel 2016, poi, l’ex Alto rappresentante della PESC Federica Mogherini ha presentato al Consiglio l’European Union Global Strategy. L’EUGS delinea cinque priorità strategiche dell’azione esterna europea: sicurezza, resilienza degli Stati e della società ad Est e a Sud, un approccio integrato ai conflitti, ordini regionali cooperativi e la costruzione di una governance globale. L’Unione sarebbe poi chiamata a promuovere la prosperità, a garantire la pace e la sicurezza e a salvaguardare sia la democrazia sia l’ordine globale basato sul multilateralismo. A quasi quattro anni dalla sua presentazione, le priorità dell’EUGS sono più attuali che mai. Tuttavia, quello che manca ancora è lo sviluppo di una cultura strategica comune. In tal senso, la condivisione di una strategia realmente europea permetterebbe di rafforzare le azioni di sicurezza e difesa dell’Unione.

 
 

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Il processo dello Strategic Compass: un nuovo strumento per delineare gli obiettivi di sicurezza

Lo scorso 16 giugno si è tenuta a Bruxelles una riunione tra i ministri della Difesa UE per discutere la direzione da seguire al fine di affrontare quelle sfide strategiche che si fanno sempre più pressanti sia alle porte dell’Unione che alla periferia. In questa sede è stata ufficialmente adottata l’idea di approvare, entro il 2022, il cosiddetto Strategic Compass. Come dichiarato dall’Alto rappresentante Borrell nel suo discorso di apertura della riunione, tale documento politico servirà a “tradurre in orientamenti strategici più concreti il nostro livello di ambizione in materia di sicurezza e di difesa concordato nel 2016”. Nel concreto, il documento dovrà dunque fungere da “bussola strategica” al fine di individuare le nuove minacce emerse rispetto al 2016, così da definire congiuntamente gli obiettivi di sicurezza dell’Unione. Il processo che porterà all’adozione dello Strategic Compass sarà diviso in due fasi. Entro la fine di quest’anno, l’Alto rappresentante dovrà presentare “un’analisi comprensiva e a 360 gradi dell’intera gamma di minacce e sfide”, elaborata principalmente dalle unità di intelligence civili e militari facenti parte del Servizio europeo per l’azione esterna. L’analisi delle minacce costituirà dunque il “campo magnetico” su cui si muoverà l’ago dello Strategic Compass. Le diverse percezioni degli Stati membri relative alle minacce alla sicurezza dovranno essere armonizzate per delineare priorità strategiche condivise. A partire da questa analisi, poi, gli Stati membri saranno chiamati ad individuare appunto la “bussola strategica”, con l’obiettivo di concretizzare maggiormente le ambizioni già delineate all’interno dell’European Union Global Strategy. La rilevanza di questo processo è stata ribadita anche in un incontro informale svoltosi a Berlino lo scorso 26 agosto tra i ministri della Difesa UE, che è servito a preparare la riunione formale prevista il prossimo novembre. Tra i presenti, anche il presidente del Comitato militare UE Claudio Graziano, che, alla fine dell’incontro, ha dichiarato: “Lo Strategic Compass dovrebbe delineare una guida strategica chiara sia per le questioni operative che per quelle orientate alle capacità, migliorando al contempo la coerenza tra tutte le iniziative in materia di difesa e sicurezza dell’UE”.

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Quali rischi?

Ora non resta che aspettare la seconda metà di novembre, quando i ministri della Difesa si riuniranno per compiere una prima valutazione sull’analisi delle minacce, che verrà presentata in questa sede dall’Alto rappresentante Borrell. Nel blog personale pubblicato lo scorso 9 settembre sul sito del Servizio europeo per l’azione esterna,  Borrell ha ribadito l’importanza dello Strategic Compass come strumento strategico, sottolineando al contempo la necessità di rafforzare le capacità dell’Unione di agire autonomamente. A tal proposito, Borrell si è soffermato sul concetto di “autonomia strategica”, dichiarando la necessità per l’Unione di “avere la capacità di difendere i nostri interessi e valori agendo multilateralmente ogni volta che possiamo, ma essendo pronti ad agire autonomamente ogni volta che dobbiamo”. Tuttavia, sorgono alcuni dubbi sull’impatto che potrebbe avere lo Strategic Compass per il raggiungimento dell’autonomia strategica nel futuro prossimo. Innanzitutto, vi è il rischio che tale documento rimanga un semplice pezzo di carta, dove sono esplicitate buone intenzioni, ma poche ricadute dal punto di vista pratico. Poi, è difficile che gli Stati membri riescano a maturare in così poco tempo una cultura strategica comune a partire dall’analisi delle minacce. Certo, questo sarà sicuramente un primo passo, ma – è risaputo – quando si tratta di difesa e sicurezza, gli Stati membri tendono a rinchiudersi nella propria sfera nazionale e a perseguire azioni unilaterali. Più la posta in gioco è alta, più è probabile che si raggiunga un accordo definito sul minimo comun denominatore. Nei prossimi mesi, dunque, sarà di fondamentale importanza continuare a costruire un consenso politico intorno a tale strumento, soprattutto perché non rimanga “lettera morta”.

 

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