IN PAKISTAN TORNA A SALIRE LA TENSIONE SETTARIA TRA SUNNITI E SCIITI NELL’APPARENTE SILENZIO DEL GOVERNO

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Il Pakistan è testimone di una nuova ondata di tensione settaria antisciita da parte di gruppi militanti sunniti. La mancata risposta delle autorità avrebbe però un significato più profondo.

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In Pakistan si è recentemente assistito a un ritorno della tensione settaria tra sunniti e sciiti, soprattutto a Karachi, la capitale economica del Paese, e in alcuni centri urbani del Punjab. Le autorità hanno sbrigativamente cercato di proiettare questo ennesimo focolaio di divisione religiosa come il prodotto di una cospirazione indiana, nel più generale silenzio del governo. Tuttavia, questo palliativo mediatico non spiega il fatto che il discorso settario portato avanti da molti gruppi deobandi, non solo quelli legati all’estremismo e alla militanza, e per ora limitato a discorsi e slogan nell’arena pubblica, sia avvenuto proprio dinanzi agli occhi all’apparato di sicurezza del Paese. Sebbene la violenza vera e propria su larga scala non sia ancora iniziata, appare quanto mai prossima. La paura generata da questa propaganda settaria è stata di per sé sufficiente a levare un clima di tensione contro la popolazione sciita. Per questo motivo i veri quesiti sui quali soffermarsi sono altri. Si tratta di capire cioè come mai il discorso settario continua a trovare terreno fertile nel Paese, nonostante i numerosi appelli all’unità interreligiosa del popolo pakistano da parte del governo di Imran Khan, in carica dal 2018. Inoltre, è necessario far luce sul fatto che in questa crescente ondata di tensione settaria contro gli sciiti non sono coinvolti solo i principali gruppi militanti sunniti di scuola deobandi, ma anche gruppi religiosi sunniti non militanti, come quelli deobandi non legati all’estremismo e i barelvi.

 Storicamente i gruppi impegnati nella violenza settaria antisciita sono stati prevalentemente quelli di orientamento deobandi e salafita. Recentemente però, a fianco di questi ultimi, si è notato un progressivo coinvolgimento di gruppi di barelvi. Quello barelvi rappresenta l’orientamento maggioritario dei musulmani sunniti del Pakistan, che tradizionalmente si è sempre posto al di fuori dell’ortodossia predicata da deobandi e salafiti. La caratteristica fondamentale del movimento è stata quella adottare e riadattare, mediante il sufismo, molte pratiche preislamiche del Subcontinente indiano. Storicamente i rapporti tra barelvi e sciiti sono stati improntati alla pacifica convivenza. Questo perché, soprattutto dal punto di vista dottrinale, entrambi condividono alcuni punti cardine quali il misticismo, la venerazione dei santi e degli imam; tutti elementi condannati da deobandi, wahabiti e salafiti. Per questo motivo sono stati in passato vittime della violenza deobandi e salafita.  In questi ultimi anni però parte del movimento, in particolare quello raccolto attorno alla fazione militante del partito Tehreek-e-Labbaik Pakistan, già noto per la violenza operata ai danni di altre minoranze religiose, soprattutto cristiane e Ahmadiyya, e attraverso lo strumentale aiuto dell’esercito e dell’ISI, ha iniziato a prendere di mira anche gli sciiti.

 
 

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I rapporti tra deobandi e barelvi improntati al comune sentimento antisciita, sebbene ancora limitati, non mancano di mostrare la propria pericolosità. Nonostante le ideologie divergenti dei due movimenti, il prodotto di un qualche allineamento ideologico tra i due potrebbe risultare in una deflagrazione letale per il Pakistan.
A prima vista quindi, il nuovo acuirsi di questa faglia sociale, che negli anni ha dilaniato il Pakistan a più livelli[1], non è correlato unicamente alla religione, ma anche e soprattutto alla politica. Nello specifico, il nodo della questione è probabilmente l’Iran, e soprattutto i legami di questo con la Cina. Ufficialmente la tensione è salita quando a Karachi, nella seconda settimana di settembre, migliaia di seguaci e sostenitori di gruppi deobandi si sono riversati in strada intonando slogan anti sciiti, chiedendo pubblicamente di proibire le celebrazioni dell’Ashura, una delle più importanti del calendario islamico e particolarmente rilevante per gli sciiti. Sebbene questa venga celebrata da tutto il mondo islamico con motivazioni diverse, assume una valenza particolare per gli sciiti perché coincide con l’identità stessa della loro comunità.  Nel giorno dell’Ashura infatti, corrispondente al decimo giorno (dall’arabo ashura, “decimo”) del mese del calendario islamico di Muharram, ha luogo la commemorazione del martirio dell’imam Ḥusayn avvenuto nel 680 nei pressi della città irachena di Karbala ad opera delle truppe del califfo omayyade Yazid I, che ha decretato una delle più importanti divisioni (fitna) della comunità musulmana, lo scisma tra sunniti e sciiti.
Questa commemorazione è scandita da manifestazioni che rievocano gli eventi dolorosi legati alla morte di Husayn, e i fedeli vestiti a lutto piangono come se avessero perso una persona cara. Alcune di queste sono contornate da processioni di fedeli intenti nell’autoflagellazione dove migliaia di persone si fustigano a sangue in cortei di afflizione collettiva.

Ogni anno la rievocazione di questo evento, attraverso la riproposizione della secolare rivalità tra sunniti e sciiti, è accompagnato da scontri tra le due comunità. Quest’anno però si è assistito a un improvviso colpo di mano da parte di alcuni importanti religiosi sunniti di scuola deobandi che hanno attraversato la linea simbolica della forzosa convivenza tra le due comunità e accusato le controparti sciite di blasfemia. Parte di essi sono giunti persino a richiedere che lo Stato intervenga nel proibire le processioni dell’Ashura.  Questo è stato però, nei fatti, solo l’ultimo episodio della crescente influenza esercitata dai deobandi nel Paese. Ad esempio, nel mese di luglio di quest’anno l’Assemblea provinciale del Punjab, la provincia più popolosa e influente del Paese, ha approvato su pressione di gruppi deobandi il controverso disegno di legge denominato Tahaffuz-i-Bunyad-i-Islam (salvaguardia delle fondamenta dell’Islam). Questo, che rende il concetto di blasfemia parte ancora più integrante nella governance del Paese, risulta al contempo notevolmente problematico a causa della mancanza di consenso tra sunniti e sciiti sull’interpretazione alcuni dei concetti religiosi chiave, nella quale la prominenza e l’influenza sunnita risultano determinanti.
Gli effetti di ciò non hanno tardato a manifestarsi, e mentre dal 30 agosto ad oggi almeno cinque sciiti sono stati uccisi in diverse parti del Pakistan per motivazioni settarie, sono stati registrati più di 30 casi di blasfemia contro gli sciiti. La risposta di Imran Khan a quanto accaduto nelle prime settimane di settembre è stata quasi del tutto assente, sebbene ha dichiarato in un tweet che sarà ferma intenzione del governo perseguire chiunque cercherà di fomentare la divisione del Paese attraverso il settarismo. Un probabile tentativo, questo, di contenere qualsiasi focolaio di violenza nei confronti di una minoranza numericamente e socialmente non trascurabile. Gli sciiti costituiscono infatti una minoranza considerevole in Pakistan, rappresentando circa il 21% del totale della popolazione musulmana, la più grande dopo quella dell’Iran.

 

 
 

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Il governo pakistano è ben conscio della necessità di evitare una qualsiasi esplosione di violenza, sebbene per far ciò deve operare in un terreno irto di tensione e alquanto instabile. Il ricordo delle migliaia di morti sciiti legata alla violenza settaria è ancora ben vivido a livello sociale e governativo. A livello internazionale, il rinvigorimento da parte del movimento deobandi del discorso settario antisciita e la crescente influenza che detiene nel perorare l’implementazione di una particolare linea politica, come mostrato nei casi del progetto di legge Tahaffuz-i-Bunyad-i-Islam e della richiesta formulata alle autorità statali di proibire le celebrazioni sciite dell’Ashura, indicherebbe una crescente influenza saudita nel Paese. Non è un segreto che la maggior parte delle organizzazioni militanti e della rete delle madrase deobandi siano collegate al patrocinio mediorientale, in particolar modo quello saudita, i cui finanziamenti sono iniziati ad affluire massicciamente a partire dagli anni ’80 in occasione del ruolo di primo piano svolto dal Pakistan in occasione della guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica. Tuttavia, come descritto in una mia precedente analisi, le relazioni tra Pakistan e Iran, nonostante la forte presenza saudita negli affari interni e internazionali del Pakistan, non sono mai cessate del tutto. Nonostante il legame quasi indissolubile che a partire dagli anni ’70, e fino almeno agli anni più recenti, ha allineato il Pakistan a fianco dell’Arabia Saudita, le relazioni con l’Iran hanno mostrato una notevole capacità di resilienza indipendentemente allo sviluppo delle dinamiche regionali.

Le stesse organizzazioni militanti sunnite pakistane, anche negli anni più bui della violenza settaria, non hanno mai apertamente criticato l’Iran. Per questo motivo, l’aumento della retorica settaria antisciita in questa particolare fase storica, se da un lato indica un evidente cambiamento critico in corso all’interno di queste organizzazioni, dall’altro si lega indissolubilmente alle mutate condizioni regionali. Tra queste, i fattori più importanti sono certamente la crescente rivalità tra Iran e Arabia Saudita e il progressivo riallineamento del Pakistan a fianco della Cina e dell’Iran e il suo conseguente allontanamento dallo storico alleato Saudita, avvenuto in un rapido susseguirsi di eventi. Attraverso i numerosi legami finanziari e ideologici transnazionali esistenti, le organizzazioni militanti sunnite pakistane si stanno rivelando nuovamente strumentali agli obiettivi perseguiti da uno dei più importanti attori coinvolti nella più ampia politica mediorientale, l’Arabia Saudita, loro principale sostenitore.  In questo contesto, il silenzio del governo pakistano in risposta alla crescente tensione settaria nel Paese non è sintomo di impreparazione o incapacità politica. Anche perché, come detto, il Pakistan ha alle spalle numerosi decenni di esperienza nel trattare questioni settarie. Piuttosto, l’obiettivo di tale atteggiamento, indicativo del suo bisogno di evitare un’escalation della violenza a livello interno, potrebbe essere quello di celare alcune divisioni interne riguardo alla sua agenda geopolitica. Infatti, nel comportamento assunto dalle autorità del Paese riaffiora la tendenza del Pakistan di mantenere un’equidistanza diplomatica dalla rivalità iraniano-saudita che gli consenta comunque di perseguire i propri obiettivi di politica estera.
Tuttavia, questo stato di cose favorisce l’emergere di interrogativi riguardanti soprattutto la sicurezza regionale e l’esito dei progetti di sviluppo economico e strategico con l’Iran ma soprattutto con la Cina.

 

 
 

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Note

[1] L’estremismo religioso e il settarismo hanno rappresentato a partire dagli anni ’80, e in particolare negli anni ’90 e nei primi anni 200, una minaccia di primo piano per la stabilità del Pakistan su più fronti: psicologici, economici, politici e sociali. Ciò ha comportato molte migliaia di vittime tra i civili, in particolare tra sciiti e altre minoranze religiose, i cui numeri ufficiali non sono mai stati resi disponibili. Per un rapporto più esaustivo si rimanda a A. Khan Mahsood, “History of Sectarianism in Pakistan: Implications for Lasting Peace”, Journal of Political Sciences & Public Affairs, 2017 https://www.longdom.org/open-access/history-of-sectarianism-in-pakistan-implications-for-lasting-peace-2332-0761-1000291.pdf

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