DIRITTO DEL “FAST FASHION”: ETICA, GIURISPRUDENZA E SOSTENIBILITÀ

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I nostri vestiti parlano. Sebbene essi non abbiano una voce, hanno un codice. Un codice che si può definire a “bassa semantica” ovvero che veicola significati condivisi in base al contesto storico, politico e sociale in cui ci troviamo.[1]

 

 

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Nel pieno dell’epoca della fast fashion o moda usa a getta, i consumatori, specialmente quelli più giovani, hanno sviluppato una nuova e crescente coscienza. Essi sono infatti disposti a pagare un prezzo più alto per capi più green, etici e duraturi. Questo per contrastare l’esponenziale impatto climatico e sociale dell’industria della moda. Infatti, il settore tessile è il secondo a livello globale per tasso di inquinamento ambientale. In una società “al passo con la moda” i capi vengono prodotti in maniera economica e veloce, con tessuti nocivi per l’ambiente e per la nostra salute e manodopera sfruttata e sottopagata. Le conseguenze sociali ed ambientali delle scelte del consumatore moderno non sono più sconosciute. È ormai dagli anni 70 che siamo a conoscenza dello sfruttamento dei lavoratori da parte di alcuni dei più famosi brand di moda. Le fabbriche dove i capi vengono prodotti fanno regolarmente lavorare i dipendenti per ore extra, spesso senza retribuzione per questi straordinari. La pressione sui produttori per le consegne è così intensa che i lavoratori sono spesso soggetti a intimidazioni, molestie, coercizione e violenza. È quindi molto probabile che le persone coinvolte in questo processo non vengano pagate in modo equo. Con l’avvento della sfrenata e incontrollata fast fashion, questo fenomeno è diventato sempre più frequente e pericoloso, fino a sfociare, il 24 aprile 2013 nella tragedia di Rana Plaza in Bangladesh. In questo evento persero la vita 1129 operai tessili come conseguenza del crollo dell’edificio in cui stavano producendo capi abbigliamento per famosi brand di moda usa e getta. Da quel momento, ha avuto inizio una crescente mobilitazione per la promozione di una maggiore trasparenza e accountability nella filiera dell’abbigliamento. Molti paesi e attori della scena internazionale hanno infatti preso provvedimenti legali per garantire una maggiore tutela dei lavoratori e dell’ambiente tramite leggi, certificazioni e report.

 

 
 

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Com’è fatto e da chi? Diritto e moda sostenibile

Già dagli anni 70, più precisamente dal 1974 gli accordi multifibre vennero stipulati tra i paesi in via di sviluppo, gli Stati Uniti e l’allora Comunità Europea. L’obiettivo dietro queste restrizioni era quello di limitare i danni di esportazioni incontrollate di prodotti tessili e prevenire il loro drastico effetto sulle industrie domestiche dei paesi in via di sviluppo. Questa tutela legale durò solo fino al 1995. Solo a seguito degli eventi di Rana Plaza si è assistito a un rinnovato interesse e una nuova consapevolezza nell’etica della moda. Infatti, a seguito della tragedia, alcuni marchi globali si sono riuniti per firmare l’accordo “Fire and Building Safety in Bangladesh”. Questo accordo legale della durata di 5 anni, e rinnovato in seguito per altri 8, è stato ideato per migliorare gli standard nel settore della produzione tessile e per garantire maggiore sicurezza sul lavoro. Tutto questo attraverso ispezioni indipendenti delle officine, l’istituzione di comitati eletti per la salute e la sicurezza nelle fabbriche di tutto il paese e piani di educazione diretta riguardo le norme di prevenzione dei rischi sulla salute dei dipendenti. Sulla stessa linea di etica della moda troviamo la California con il “Transparency in Supply Chain Act”. Lo stato ha infatti reso obbligatorio nel 2012, a ogni negozio d’abbigliamento presente sul suo territorio, di rendere pubblico il proprio impegno nella tutela dei lavoratori garantendo una maggior trasparenza e affidabilità. Questo prevede l’assenza di schiavitù e traffico di esseri umani in tutto il processo di produzione dei capi d’abbigliamento. La decisione Californiana è di esterna importanza perché riconosce e denuncia l’esistenza di forme di schiavitù moderna sul territorio del singolo stato e dell’intero paese. Inoltre, l’obiettivo di questa legge è anche quello di educare il consumatore a una scelta più responsabile, rendendo noto il processo di produzione dei capi. Simile, ma dall’altra parte dell’Atlantico troviamo il “Modern Slavery Act” del 2015 nel Regno Unito. Secondo questa legge, le aziende britanniche con delle entrate annue superiori alle 36 milioni di sterline devono attestare gli stessi criteri californiani: l’assenza di forme di schiavitù e di tratta di esseri umani. Inoltre, questo consente alle forze dell’ordine di fermare le imbarcazioni sospettate del coinvolgimento nella detenzione e traffico di schiavi. Seguono anche paesi Europei come la Francia e l’Olanda. Il paese d’oltralpe ha infatti introdotto nel 2017 la “Loi sur le devoir de vigilance”. Questa prevede che le aziende con sede centrale sul territorio nazionale e più di 5000 impiegati in Francia e 10000 nel mondo debbano pubblicare piani di vigilanza per prevenire serie violazioni dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente. In Olanda invece, sebbene la legge sia stata approvata nel 2019 entrerà in vigore nel 2022 e prevedrà la pubblicazione da parte di ogni azienda di una dichiarazione in cui si testifica l’assenza di lavoro minorile in tutta la catena di produzione.

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Allo stesso tempo, dal punto di vista ambientale, con la crescente consapevolezza dell’ormai evidente e innegabile cambiamento climatico che sta travolgendo il nostro pianeta, il settore della moda è chiamato a rispondere a nuovi criteri di produzione, tra i quali la sostenibilità dei capi d’abbigliamento. I consumatori, specialmente quelli più giovani e appartenenti alla generazione dei Millenial e Gen Z chiedono più trasparenza, l’utilizzo di materiali innovativi e rispettosi dell’ambiente e capi più duraturi. Il settore della moda, rispondendo a queste richieste sempre più incalzanti, ha introdotto prodotti derivati da materiali organici, vegani e riciclati realizzati con un processo meno dannoso, che richiede un uso inferiore di acqua e evita l’utilizzo di agenti inquinanti. Come conferma dell’origine e natura dei materiali impiegati per l’abbigliamento sostenibile, sono state introdotte certificazioni internazionali rilasciate da enti locali. Tra le più importanti troviamo la Global Textile Standard (Gots), che certifica il rispetto dei criteri ambientali sociali per la produzione e lavorazione delle fibre organiche,  la Organic content standard (Ocs) che attesta la provenienza delle fibre naturali da agricoltura organica, la Global Recycle Standard (Grs) che specifica l’utilizzo di materiali 100% riciclati e la Forest stewrdship standard (Fss), che garantisce la provenienza della prima utilizzata da foreste gestite in modo sostenibile.[2]

 

 

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A promuovere la consapevolezza dell’impatto ambientale dei nostri capi si è unita anche Greenpeace. Nel 2011 nel report “Panni Sporchi”, la ONG ha denunciato l’utilizzo di sostanze pericolose adoperate nella produzione di capi di grandi marche d’abbigliamento. Queste sostanze infatti, vengono rilasciate nell’ambiente dopo il lavaggio dei capi e, una volta disperse in acqua, si trasformano in nonilfenolo un composto tossico in grado di alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a basse concentrazioni. Il contributo e la tutela legale nel campo della moda sostenibile sono ancora in fase germinale. Riconoscendo l’importanza delle certificazioni dei materiali e le leggi che promuovono la continua lotta contro ogni forma di schiavitù moderna, è importante riconoscere che siamo ancora lontani da un risultato soddisfacente. Sia a livello Europeo che a livello globale le leggi sono ancora carenti e indirizzate, nella maggior parte dei casi, esclusivamente a grandi marchi con provvedimenti scarsi e sporadici.

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Note

[1] M. Scondotto, La moda come specchio dei tempi, dello status sociale e dell’interiorità

[2] C. Riccio, Moda sostenibile, cos’è e perché è importante

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