IN TUNISIA TORNA IL DIBATTITO SULLA PENA DI MORTE

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

 

Si riaccende il dibattito in Tunisia sulla pena di morte. La questione è tornata in auge in seguito ad un grave caso di cronaca che nell’ultima settimana è stata al centro dell’attenzione dei media tunisini. La vicenda riguarda la scomparsa della 29enne Rahma nella regione di Borj-Louzir Ariana, successivamente ritrovata senza vita ad Ain Zaghouan, a pochi chilometri dalla capitale. Nonostante le cause della morte siano ancora da accertare del tutto, le autorità avrebbero già fermato un sospettato che ha ammesso di aver rapito, violentato ed ucciso la ragazza. Il 28 settembre il Presidente Kais Saied, durante una riunione del Consiglio nazionale, ha commentato il caso definendolo un crimine afferrato ed esprimendosi a favore della pena di morte. La sua posizione ha ovviamente riaperto un dibattito che da anni è rimasto sospeso nelle trame della transizione democratica verso cui, dal 2011, procede la Tunisia. È sicuramente degno di nota che dalla sua indipendenza, ottenuta nel 1956, la Tunisia ha eseguito 135 condanne di cui l’ultima nel 1991. Dal 2012, inoltre, ha sempre votato a favore delle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per la moratoria sull’uso della pena di morte. In realtà la questione è legata alle contraddizioni, i ritardi e le difficoltà che la Tunisia ha incontrato negli ultimi dieci anni. Il dibattito è parte anche il risultato dello stallo politico-istituzionale che vive il Paese dall’approvazione della nuova Costituzione nel 2014.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

 

Il diritto alla vita, ad esempio, è tutelato dall’art.22, tuttavia se da un lato è considerato “sacro” dall’altro lascia alla legge il compito di definire i casi estremi in cui esso viene meno lasciando, in questo modo, aperta la questione sulla pena di morte. Questo è solo uno dei tanti elementi che lasciano emergere l’ambiguità tra le aspirazioni democratiche e il modello politico-giuridico attuale. Una delle regioni principali è sicuramente il ritardo nella costruzione dell’apparato istituzionale tunisino. In particolare le forze politiche hanno incontrato diverse difficoltà nell’adozione delle leggi istitutive per la nomina del Consiglio superiore della Magistratura e della Corte costituzionale che, secondo l’art 148 della Costituzione, doveva avvenire rispettivamente entro 6 e 12 mesi dall’elezione del nuovo Governo. Questo vuoto nell’apparato istituzionale ha finito per alimentare le forti contraddizioni. Sono presenti in Tunisia, infatti, diverse leggi contrastanti con la Costituzione in quanto la loro esistenza comporta una violazione dei diritti umani. Un esempio è la libertà di espressione: l’articolo 67 del codice penale punisce chiunque sia considerato colpevole di aver “insultato il capo dello stato” con un massimo di tre anni di carcere. Tra le norme più discusse troviamo anche l’art. 230 cc che criminalizza la sodomia e i rapporti omossessuali consenzienti. Secondo un rapporto di Amnesty International, nel periodo tra il 2017 e il 2018 la polizia di Sousse ha arbitrariamente arrestato e percosso due uomini, a causa del loro orientamento sessuale.Dalla rivoluzione dei gelsomini che ha posto fine al ventennio di Ben Alì, nella stagione della primavera araba, la Tunisia è stato forse l’unico paese nordafricano su cui sono state riposte aspettative riguardo una reale svolta democratica. Tuttavia questo percorso, seppur non privo di grandi conquiste, si scontra tutt’oggi con limiti strutturali ed incertezze politico-sociali che rallentano il processo di transizione democratica che ormai tutti si aspettano.

 

 
 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block” data-ad-format=”autorelaxed” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”3043690149″>[/et_pb_code][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

Latest from DAILY