BIELORUSSIA: IL GRANDE ORGOGLIO DI UN PICCOLO POPOLO

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Dopo l’insediamento per il sesto mandato di Lukashenko, le proteste del popolo bielorusso non accennano a calmarsi, mentre si attendono le mosse dei due rispettivi alleati Russia ed Unione Europea.

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Quasi segreta la cerimonia di insediamento, per il sesto mandato consecutivo di Lukashenko, che si è tenuta la mattina del 23 settembre, a Minsk, dove il dittatore bielorusso ha giurato, davanti a centinaia di Alti funzionari governativi. Non poteva essere altrimenti, visite le continue proteste nelle piazze, durante i mesi che hanno preceduto le elezioni del 9 agosto, e che non accennano a sopirsi. La notizia del giuramento è stata diffusa, a cose fatte, al termine di una cerimonia dal sapore sempre più dittatoriale. Eppure, solo qualche settimana prima, il leader bielorusso aveva ammesso di essere rimasto al potere “un po’ troppo”, lanciando, però, al medesimo tempo un monito alla Russia, prossimo probabile teatro di proteste, secondo le stime di Lukashenko, nel caso di crollo del regime bielorusso.

Un avvertimento che ha più il sapore di una disperata richiesta d’aiuto, rivolta ad un “fratello maggiore”, Vladimir Putin, che assume un ruolo diplomatico cruciale, nell’intera vicenda. Inevitabile il parallelismo con la cerimonia per il terzo giuramento del presidente russo del 2012, al Cremlino. Le desolate strade di Minsk, chiuse al traffico per il passaggio delle auto, durante la cerimonia di insediamento, richiamano alla mente le immagini di una Mosca blindata, teatro anch’essa, nei mesi precedenti, di proteste nei confronti del presidente russo e del suo partito. Tuttavia, il paragone tra la posizione dei due capi di Stato non si può spingere oltre. L’alto numero delle proteste ed il dissenso registrato in Bielorussia, nei confronti di Lukashenko, hanno raggiunto apici mai toccati prima, sicuramente non riferibili, allo stesso modo, al popolo russo nei confronti di Putin.  

 
 

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Il veto di Cipro

Pieno è il sostegno al popolo bielorusso, espresso dall’Unione Europea, la quale ha chiarito di non riconoscere il governo di Lukashenko, frutto di evidenti brogli elettorali. L’Alto rappresentante per la politica estera Javier Borrell ha ribadito, infatti, che il giuramento ed il conseguente insediamento del leader bielorusso non possono ottenere alcun riconoscimento da parte dell’UE, mancando di “qualsiasi legittimazione democratica”, poiché conseguenza della falsificazione dei risultati elettorali dello scorso 9 agosto.La presunta vittoria, con un consenso quasi unanime  (l’80% dei cittadini bielorussi avrebbe preferito il dittatore), sarebbe una vera e propria manipolazione elettorale.

Aspre le critiche che arrivano anche del presidente Mattarella, in sede di colloquio al Quirinale con il presidente polacco Andrej Duda.  “Grave ed inaccettabile”  appare la repressione delle proteste di dissenso in Bielorussia, è necessario un serio intervento della comunità internazionale, per consentire lo svolgimento di libere e regolari elezioni, nelle quali i cittadini bielorussi possano decidere il proprio futuro politico, senza ingerenze esterne. La situazione in Europa si presenta più complessa del previsto. Di fatti, non è bastato il consenso di 27 paesi del Consiglio dell’UE, sull’adozione di sanzioni nei confronti del governo bielorusso. Cipro sta tenendo in “ostaggio” i partner europei, nel tentativo di un ultimo do ut des, richiamando l’attenzione, nuovamente, sul Mediterraneo orientale.Nicosia chiede un inasprimento di sanzioni nei confronti della Turchia, che continua la sua trivellazione delle acque del mar Egeo, offrendo in cambio il ritiro del suo veto alle sanzioni nei confronti del governo di Lukashenko.

Problema di non poco conto, visto e considerato che le sanzioni del Consiglio dell’UE devono essere approvate all’unanimità; la posizione di Cipro sta di fatto paralizzando l’intervento dell’Unione. Una possibile soluzione, incoraggiata da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sarebbe quella di abbandonare la regola dell’unanimità, quantomeno per le sanzioni in materia di violazioni dei diritti umani, prediligendo, in tal caso, una maggioranza qualificata, nonché di sbloccare un fondo da 53 milioni di euro per la Bielorussia, con la finalità di coadiuvare la pacifica transizione democratica del Paese.Ciò per cui sta lottando, da mesi, la popolazione bielorussa nulla ha a che fare con questioni geopolitiche, ma si incasella nel diritto ad elezioni libere, garantito dall’articolo 3 del Protocollo 1 della CEDU e ribadito dalla giurisprudenza dei giudici di Strasburgo. La procedura elettorale deve essere finalizzata a determinare la volontà del popolo attraverso lo strumento del suffragio universale.

 
 

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Ruolo della Russia

La risposta del regime di Minsk non si è fatta attendere, annunciando l’inizio della fase 2 dell’esercitazione militare, fra Bielorussia e Russia, “Fratellanza Slava 2020”. Seimila i militari schierati per le strade del Paese, dei quali mille russi, al fine di garantire la sicurezza militare dello Stato, notizia che accresce ulteriormente i timori per le sorti di una popolazione già vittima da mesi di carcerazioni arbitrarie, torture e stupri. Qual ruolo intende assumere la Russia?Recentemente, il portavoce del Cremlino ha definito il rifiuto dei paesi europei di riconoscere il governo di Lukashenko contrario al diritto internazionale, definendolo come un’ingerenza occulta nella politica interna bielorussa, dimostrandosi, così, in pieno accordo con la linea adottata dal ministero degli Esteri bielorusso, secondo il quale l’intervento europeo sarebbe un’“azione finalizzata a minare la sovranità della Bielorussia”.Sostegno, dunque, da parte di Mosca a Minsk, eppure storicamente i rapporti personali tra Putin e Lukashenko non sono, di certo, idilliaci.

Alla luce dei recenti avvenimenti, potrebbe apparire solida l’alleanza, tuttavia profonde sono le crepe nelle fondamenta, causate dai numerosi “tradimenti” del capo del regime bielorusso. Il “buffone traditore”, come apostrofato da Putin, si sarebbe macchiato di diverse colpe, negli ultimi anni, basti pensare al rifiuto di riconoscere l’annessione russa della Crimea nel 2014, alle accuse di interferenze elettorali, mosse a Mosca. Segnali che hanno reso Lukashenko un partner poco affidabile, per il Cremlino. D’altro canto, la Russia non intende perdere il suo controllo sulla Bielorussia e consentirle un avvicinamento europeistico, come accaduto con l’Ucraina. È vero, le piazze bielorusse non sventolano bandiere europee, come accadeva, al contrario, in quelle ucraine, ma non è difficile pronosticare che, caduto il regime, sarà proprio il partner europeo a seguire il cammino di democratizzazione del Paese ed un inevitabile passo successivo potrebbe essere il suo ingresso nell’UE.

 
 

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Un “piccolo popolo orgoglioso”.

Quello che è certo è che, dopo 26 anni di governo, la leadership di Lukashenko appare, per la prima volta, seriamente a rischio. Migliaia di cittadini bielorussi continuano a marciare, in difesa del loro diritto alla democrazia, pretendendo le dimissioni del dittatore, nonostante, secondo il rapporto del relatore speciale ONU, siano più di 10.000 i manifestanti pacifici arrestati senza motivo e ben 500 i casi di tortura segnalati. “Continueremo a protestare per settimane, mesi, anche anni, se necessario” ha affermato la leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya, la quale descrive un popolo ostaggio, per anni, di Lukashenko, oggi, finalmente, pronto a liberarsi da tale condizione e ad avviare una rivoluzione democratica. Il categorico rifiuto del dittatore di avviare qualsiasi dialogo con i suoi cittadini rende, dunque, necessario il supporto della comunità internazionale, a sostegno della popolazione bielorussa. Non esisterebbe alcun progetto di colpo di Stato, come chiarisce il Premio Nobel per la letteratura, Svetlana Aleksievič, ultimo membro del Consiglio di coordinamento dell’opposizione ancora in libertà, attorno alla quale si sono stretti a sostegno ambasciatori e diplomatici europei.

Tutti gli altri membri sono stati arrestati o forzati a lasciare il Paese. La scrittrice ha, inoltre, lanciato un appello agli intellettuali russi, chiedendo loro di risvegliarsi dal torpore ed impedire che il “piccolo popolo orgoglioso” bielorusso continui ad essere calpestato. Già in passato, nel 2011, l’Unione Europea aveva approvato sanzioni nei confronti di Minsk, imponendo divieti di viaggio nell’Unione per 158 funzionari, tra cui Lukashenko stesso e congelando i conti bancari europei dei sanzionati. Sarà sufficiente, questa volta, tale tipo di sanzioni oppure è necessario un intervento europeo più incisivo? La Bielorussia versa in una situazione di stallo, con il governo da un lato e le piazze in rivolta dall’altro, entrambi da soli troppo deboli per poter prevalere, entrambi in attesa di capire le mosse dei propri alleati.                                                                                                                                                                                                                                                                    

 

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