LA CECENIA DI RAMZAN KADYROV

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Il 7 ottobre si commemora il quattordicesimo anniversario dalla controversa morte di Anna Politkovskaja, attivista dei diritti umani e reporter sul campo durante la seconda guerra cecena. Fervente oppositrice del governo della Federazione Russa, la giornalista viene spesso ricordata come una delle prime ad aver denunciato gli orrori delle guerre e delle violazioni dei diritti umani in Cecenia negli anni Novanta.

Il territorio ceceno, già parte dell’Impero russo, venne annesso all’Unione Sovietica dopo il 1917 insieme all’Inguscezia. La popolazione cecena mirava tuttavia all’ottenimento dell’indipendenza e tentò pertanto di scindersi dall’URSS dopo la seconda guerra mondiale; per questo motivo, nel 1944 Mosca attuò una violenta repressione e deportazione massiva, decimando la popolazione. L’impulso indipendentista rimase pertanto sopito fino allo scioglimento dell’Unione Sovietica, quando il presidente ceceno Dudaev dichiarò unilateralmente l’indipendenza della Repubblica Cecena di Ichkeria nel 1991. Dopo una serie di trattative non andate a buon fine, Eltsin ordinò l’invasione militare del territorio della Cecenia nel 1994, dando inizio alla prima guerra cecena che terminò due anni dopo con la morte di Dudaev.

Il territorio ceceno ha un’importanza strategica geopolitica per la Russia: da una parte, il suo sottosuolo è ricco di gas e petrolio e numerosissimi gasdotti fondamentali per il trasporto delle risorse russe attraversano la Cecenia; dall’altra, a livello militare si tratta di una zona “cuscinetto” fondamentale per preparare una prima linea di difesa dai paesi medio orientali, la Georgia e i vicini musulmani come Baku ed il Daghestan.

Le tensioni si riaccesero nel 1999, soprattutto in seguito ad attacchi di stampo terroristico a Mosca e Volgodonsk ed alle incursioni di alcuni separatisti ceceni nel territorio del Daghestan per supportare i ribelli locali e portare avanti il progetto di realizzazione di uno Stato Islamico nel Caucaso. La reazione delle forze militari russe fu rapida ed estremamente efficace; la maggior parte del territorio ceceno venne occupata e la capitale, Groznyj, fu quasi completamente distrutta.

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Il secondo conflitto, come ben descritto nel reportage “Cecenia. Il disonore russo” di Anna Politkovskaja, è stato estremamente sanguinoso. Vi sono state circa centomila vittime civili e più di trentamila feriti e mutilati, tra cui numerosissimi bambini. Migliaia di profughi sono dovuti fuggire fuori dalla regione. Durante questa guerra sono state registrate testimonianze di atti di estrema violenza, quali esecuzioni, torture, rapimenti e altre brutalità, che hanno comportato l’infrazione delle norme del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani. Nel 2003 il paese era talmente distrutto e rovinato che le Nazioni Unite hanno dichiarato Groznyj la città più devastata del mondo.

Tra il 23 ed il 26 ottobre del 2002 quasi cinquanta ribelli ceceni, uomini e donne, hanno preso in ostaggio un migliaio di persone all’interno di un teatro di Mosca, il Dubrovka. I negoziati, condotti dalla Politkovskaja, sono risultati in un nulla di fatto per via dell’intervento delle autorità federali, i quali con un agente chimico hanno ucciso i terroristi ceceni e, per errore, un centinaio di ostaggi.

La seconda guerra cecena viene spesso indicata come pietra miliare nel governo della Russia di Putin. Infatti, “Con la guerra è stato facile tornare al passato e mettere a dura prova la trasformazione del paese in uno stato non sovietico: la proprietà privata è stata accompagnata da un’unica ideologia dominante, dall’affermazione di una leadership personale incontrollata, dal disprezzo dei diritti umani e dall’idea, diffusa con la propaganda, che è necessario subordinare gli interessi individuali a quelli dello stato”.

In coincidenza con l’inizio del conflitto, Eltsin aveva appena nominato primo ministro – e designato suo successore alla presidenza – il poco conosciuto colonnello Vladimir Putin, da un anno a capo dei servizi segreti della Federazione FSB (ex-KGB). La guerra in Cecenia divenne un perfetto trampolino di lancio per la sua carriera politica, tanto che questa lotta ai banditi ceceni, così definiti dal Cremlino, venne pubblicamente denominata “operazione antiterrorista nel Caucaso del nord”. La popolarità di Putin trasse tale beneficio da questa campagna, accompagnata da un fortunato periodo di benessere economico legato all’aumento dei volatili prezzi del petrolio, che i risultati delle elezioni presidenziali nel 2000 parvero quasi scontati.

A differenza della prima guerra cecena, durante il secondo conflitto numerosi capi clan si allearono con Mosca contro i separatisti. Uno di questi fu Akhmad Khaji Kadyrov, che venne scelto da Putin nel 2000 come capo dell’amministrazione provvisoria di Groznyj.

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Alla fine della guerra, Akhmad Kadyrov vince le prime elezioni diventando presidente della Cecenia federata, ma la sua carica non dura molto: pochi mesi dopo viene avvelenato e la carica passa de facto prima e ufficialmente poi al figlio Ramzan, che è tuttora in carica. Il presidente ceceno, autoproclamatosi “re” della Cecenia, è noto per le gravi violazioni dei diritti internazionali di cui è accusato, motivo per cui è stato anche recentemente sottoposto a sanzioni da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni abitanti della regione lo considerano anche un pacificatore, in quanto portatore di stabilità in una regione così tormentata: “Moscow waged two wars against separatist Chechnya in the two decades and eventually succeeded to secure control over the territory by installing and supporting a local strongman, Ramzan Kadyrov, as the ruler of the republic. […] Following years of a bloody counterinsurgency campaign and injection of funding, Moscow nearly eradicated rebel movement in the region by 2019”.

Ramzan Kadyrov è purtroppo noto non solo per il suo peculiare stile di vita – tigri in via d’estinzione come animali domestici, la passione per il pugilato e il forte sostegno della poligamia – ma anche per il suo scarso rispetto per i diritti umani. Il leader ceceno, infatti, è stato accusato di torturare ed uccidere gli omosessuali e gli appartenenti a minoranze presenti nel paese. Ha inoltre anche umiliato pubblicamente e rimosso dal ruolo di sindaco di Groznyj suo nipote, Islam Kadyrov, in seguito ad una fuga di notizie che sembrava essere stata causata proprio da Islam, ma probabilmente con l’obiettivo di rimarcare il proprio ruolo al governo, mantenedo così il pieno controllo anche dell’elitè di potere che lo circonda. Ha inoltre portato avanti per anni una intensa campagna di promozione del culto della propria personalità, diventando così il volto di Groznyj.

Considerata la situazione, la gestione dell’emergenza pandemica Covdi-19 non è stata certo semplice e ha avuto un impatto devastante su un territorio già così fragile. La Russia non ha adottato una linea nazionale per fronteggiare la pandemia e in Cecenia il panico si è diffuso tra la popolazione, che ha deciso di assalire i supermercati tra il 17 ed il 18 di marzo prima di rinchiudersi in casa: “il panico in Cecenia non è legato alle guerre vissute dalla popolazione, ma alla sfiducia verso le autorità che forniscono informazioni parziali ai giornalisti. La questione non è la fiducia nei giornalisti, ma negli organismi autorizzati. I giornalisti lavorano rapidamente, il coronavirus è l’argomento numero uno oggi. Però i giornalisti non forniscono informazioni, ma le ricevono dalle autorità. Sembra che al momento non ci stiano dicendo nulla”.

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Infatti inizialmente il leader aveva negato per settimane l’esistenza del virus, invitando i turisti a recarsi nel “paradiso” ceceno. Ha inoltre provveduto a mantenere l’ordine licenziando tutti i lavoratori nel settore della sanità che hanno protestato per l’inadeguatezza delle strutture. Successivamente, aveva invitato la popolazione a combattere il problema con l’aglio, fino a che, dopo la prima ondata di contagi, ha chiuso le frontiere statali intimando la popolazione a non uscire dalle proprie abitazioni; sono stati anche minacciati tutti i contagiati di morte, qualora fossero stati trovati: “The officers are reportedly threatening to use the pipes against anyone who refuses to stay home. According to the newspaper Novaya Gazeta, eyewitnesses in Chechnya say the police are stopping cars to “catch” drivers who aren’t wearing protective masks. “There are also reports about people not wearing masks being dragged from their vehicles and beaten with these pipes,” says the newspaper.”

Nel mese di Maggio si sono diffuse alcune voci riguardanti il fatto che Kadyrov fosse stato ricoverato all’ospedale di Groznyj in quanto accusava sintomi di Coronavirus. L’eventualità di una possibile dipartita dell’autocrate re ceceno ha portato con se una conseguente domanda: cosa ne sarà della Cecenia nell’era post-Ramzan Kadyrov? Per quanto riguarda la posizione del Cremlino, Putin e il leader ceceno hanno una stretta relazione informale. Tuttavia il culto della personalità di Kadyrov da parte della popolazione cecena non è così sincero ed il suo ruolo di leader autocratico può essere sostituito da un’altra figura di potere, anche considerando la scarsa fedeltà dell’elitè cecena nei suoi confronti.

Dall’altra parte, la popolazione cecena ha dimostrato di avere maggiormente timore di ciò che non conosce. Se da una parte Kadyrov non rappresenta la scelta migliore per la società, dall’altra è un male ormai noto. L’instabilità deriva quindi maggiormente dall’ignoto: “Dictatorships often give way to power vacuums, uncertainty and chaos; she said: Chechens may be tired, or fearful, of Kadyrov and his antics, but they also don’t want a return to war and chaos. “Kadyrov has absolute power, even for medical decisions,” […] “All decisions belong to him, solely. His departure could be the beginning of chaos, and there’s no way to know for sure. It’s a typical situation for dictators.”

 

 

 

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