IL PATTO EUROPEO SULL’IMMIGRAZIONE: PRIORITÀ AI CONFINI O AI DIRITTI?

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

 

I membri dell’ UE stanno discutendo il nuovo patto che guiderà le politiche migratorie 2021-2025: cinque accordi politici e cinque legislativi cruciali per il futuro.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Il Patto Europeo su Migrazione e l’Asilo presentato dalla presidente della Commissione Ursula Von der Leyen è stato appena pubblicato. Attualmente è oggetto di discussione tra i Paesi membri: la versione definitiva guiderà le politiche dell’Unione Europea  in fatto di migrazione per i prossimi cinque anni. Dal punto di vista giuridico, avrebbe importanti ripercussioni sulla legislazione europea in materia. La materia “immigrazione” appartiene, nel diritto dell’UE, alle competenze concorrenti che prevede la codecisione, in merito alle proposte della Commissione, tra Parlamento e Consiglio dell’UE. Quest’ultimo include i rappresentanti politici di tutti gli Stati membri competenti in materia e negozia sulle proposte legislative prima di approvarle. In questo caso, ci saranno negoziazioni tra i vari Paesi perchè la questione è una delle più divisive. Tuttavia sempre secondo il diritto europeo, per questioni simili è previsto nel consiglio dell’UE il voto all’unanimità, problema non da poco. 

Il verosimile stallo che si verrà a creare potrebbe incidere sull’intera legislazione europea. Il veto di uno solo degli Stati membri porterebbe alla luce questioni riguardanti il funzionamento dell’UE, il modo in cui le decisioni vengono prese, i meccanismi di legislazione e voto. Potrebbe addirittura incidere su una futura modifica dei trattati su cui si fonda l’Unione. Il Patto si pone come sostitutivo del sistema precedente, in particolare del regolamento di Dublino in vigore dal 1997. Con quest’ultimo, i Paesi di frontiera e di primo arrivo per i migranti sono obbligati a identificarli e trattenerli mentre valutano la richiesta d’asilo. A questo sistema si è spesso contrapposto il cosiddetto “delle quote”, per una “equa ripartizione” fra gli Stati membri. Con la nuova proposta si vuole superare il meccanismo di Dublino attraverso un rafforzamento dei confini e una sponsorizzazione dei rimpatri. L’idea è distribuire il fardello economico -di accoglienza, gestione ed eventuale rimpatrio – tra i 27 Paesi membri. La modifica del nodo centrale di Dublino – responsabilità del primo Paese di accoglienza – non si trova nella nuova proposta.

A subire modifiche sono invece tre regolamenti: il 767/2008, in merito allo scambio di informazioni riguardanti i visti e il soggiorno; il 2017/2226, che regola il respingimento dei cittadini di Paesi terzi; infine il regolamento 2019/817 che stabilisce le procedure legate a rilascio di visti e confini. Le modifiche seguono gli obiettivi generali del nuovo Patto rientrano: miglioramento della cooperazione con i Paesi di origine e transito; garanzia di procedure efficaci ai confini; integrazione e rimpatrio. Rafforzamento e creazione di accordi con i Paesi di origine e  transito (Libia; Turchia; Marocco) significa evitare partenze e “aiutare nel Paese d’origine”. Secondo quanto riportato dalla Commissione, suddetti accordi devono essere reciprocamente vantaggiosi.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Per quanto riguarda i confini marittimi e terrestri dell’Unione, è previsto un rafforzamento dell’agenzia Frontex, istituzione di un corpo permanente della guardia costiera e procedure di screening alle frontiere. Identificazione, procedure sanitarie, registrazione nel database EURODAC e prelievo delle impronte digitali avverranno direttamente presso i confini per evitare ingressi e prendere rapide decisioni di rimpatrio.

C’è anche una parte sui rimpatri che riguarderanno i richiedenti respinti. A fianco del sistema di quote si inserisce uno sponsorizzazione da parte dei Paesi che non vogliono accogliere. Essi si occuperanno di finanziare il rimpatrio della quota di richiedenti che spetterebbe loro. Come? Fornendo finanziamenti e sostegno tecnico ai Paesi più esposti, organizzando i rimpatri dai loro territori. Questo dovrebbe evitare che qualche Stato membro sia “obbligato” ad accogliere più di quanto dovrebbe, allo stesso tempo tutelando quegli Stati che non voglio accogliere affatto.

In queste sue parti il Patto sulle migrazioni presenta già numerosi punti critici, riflessi dalle posizioni differenti degli Stati e che potrebbero rappresentare un punto di debolezza per la coesione all’interno dell’UE. Gli interessi in gioco sono diversi da Paese a Paese e così sono state le manifestazioni a riguardo, anteprima di una discussione tutt’altro che armoniosa. Si sono espressi negativamente Stati quali Austria, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria che allo stato attuale di cose non vengono interessati nè da sbarchi- perchè lontani dal Mediterraneo – nè da arrivi – perchè spesso effettuano respingimenti a fronte della Rotta balcanica. Questo accordo invece li coinvolge nella gestione perchè, se anche dovessero sistematicamente rifiutare la loro quota, dovrebbero destinare una parte del loro bilancio a finanziare i rimpatri.

Un altro dei Paesi interessati è la  Grecia. Esso è infatti uno dei Paesi di primo arrivo più coinvolti, al centro della questione anche dopo l’incendio del campo di Moria a cui è seguita la costruzione di un campo dalle caratteristiche simili. La cooperazione della Commissione con il governo greco è fondamentale per l’approccio alle migrazioni: è per questo che l’accordo proposto da Von der Leyen pone l’accento su un alleggerimento dello sforzo nella gestione migratoria proprio a Paesi come la Grecia.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Von der Leyen insiste nel definire il suo un approccio umano e una responsabilità collettiva. Ma dal punto di vista dell’istituzione comunitaria intera, il Patto così pensato mostra due cose: che l’Unione europea è tutt’altro che unita – con una legislazione poco adatta alle questioni affrontate – e che è lontana dall’adottare un approccio davvero umano. Von der Leyen, nel tentativo di fare una proposta che accontentasse tutti, ha proposto un documento che potrebbe inasprire i contrasti tra governi e minare la presunta coesione fra i ventisette Paesi membri. Ma anche un documento che vuole consolidare l’Unione e i suoi confini, guardando ai flussi migratori come un incidente qualsiasi da gestire in modo organizzato.

Si prenda l’intenzione di mitigare la responsabilità e l’impegno dei Paesi “al confine” : sarà davvero così? Dovendo rafforzare i controlli e iniziando a fare “screening” già nelle postazioni di confine, Paesi quali Grecia, Malta, Italia e Spagna (ma anche quelli finali della cosiddetta rotta balcanica, Croazia e Slovenia ad es) vedranno aumentato il loro carico di lavoro. Dovranno infatti impiegare più risorse per svolgere tutti i controlli identificativi di cui sopra. Dall’altra parte, è poco verosimile che i governi di Paesi apertamente ostili all’accoglienza di rifugiati, accettino di finanziare i rimpatri degli stessi in nome della solidarietà con Spagna, Grecia, Malta e Italia. Non è nemmeno chiaro come  come dovrebbe avverarsi la “solidarietà” di cui si parla e se avverrà all’interno di trattati bilaterali, accordi, direttive.

Il fatto, poi, che si parli di solidarietà ma che questa si riferisca a rapporti interni all’UE e non a un atto dell’Unione stessa verso i rifugiati, è significativo. Rende inequivocabile l’idea di un’Europa volta solo a tutelare i propri confini attraverso blocchi e rimpatri, vanificando quella di un’Istituzione accogliente e solidale. Alla luce del diritto internazionale e in particolare dei diritti umani, vista anche la Convenzione Europea sui diritti umani, appaiono alcuni punti critici del Patto, che rischia di violare dei punti della stessa Convenzione. Esso, in continuità con il precedente, continua a essere carente sulla tutela dei diritti umani dei rifugiati stessi. Se venisse approvato così com’è, contribuirebbe a ledere i diritti fondamentali già violati durante il percorso migratorio. Un esempio: la difesa contro la tortura. Implementando gli accordi con Paesi non membri, che non assicurano nessuna certezza sul trattamento e rispetto di diritti umani, il Patto consegna i richiedenti asilo nelle mani di governi dei Paesi da cui provengono, o in Paesi terzi, in cui subiranno torture.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Un risultato prevedibile sarà quello di ostacolare o rendere ancora più difficile la protezione internazionale. L’armonizzazione delle procedure di ottenimento dell’asilo verrà armonizzata e c’è il rischio che vengano adottati i criteri dei Paesi più severi. Inoltre i respingimenti velocizzati impediscono di approfondire le situazioni caso per caso anche attraverso un’assistenza legale fornita a tutti. L’istituzione di una deroga che permette di sospendere la registrazione di richieste di asilo, rende possibile una pratica non conforme al diritto internazionale. Si collega a questo tema la mancata menzione di una procedura stabile per il rilascio dei permessi di soggiorno.Di fatto l’esistenza di restrizioni rimane e i punti più discussi sull’accordo di Dublino restano intatti. La modifica del suddetto accordo è soltanto relativa alle procedure di screening e raccolta di dati identificativi ma non alla questione del primo territorio di arrivo.

Ultima fondamentale questione: gli scenari derivanti dal coinvolgimento di Paesi terzi. Primo fra i vari, il rapporto UE-Turchia e quello con la Libia.  Verranno stipulati accordi bilaterali tra singoli Stati membri e Paesi esterni o tra questi ultimi e la Commissione? In che modo, se lo farà, l’Unione si imporrà con i governi di questi Paesi? Con gli ennesimi atti di soft law sulla sovranità di questi Stati? Il rispetto dei diritti umani in che modo sarà garantito? Le azioni passate della commissione fanno pensare a una serie di pressioni per trattenere fuori dall’Europa le persone in arrivo. Ma potrebbero esserci altrettante pressioni da parte dei Paesi dell’Africa mediterranea e della Turchia per accettare di collaborare con l’UE sulla gestione di arrivi e sbarchi. Un altro scenario possibile è la messa in discussione o modifica di accordi già esistenti fra UE e Paesi terzi, tra cui molti africani, come l’Accordo di Cotonou.

Resta da analizzare il dibattito previo all’entrata in vigore. Verranno considerate proposte radicalmente alternative? Sarà possibile una consistente riforma all’Accordo di Dublino? Tutto dipende da quello che succederà nella prossima seduta del Consiglio dell’UE.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block” data-ad-format=”autorelaxed” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”3043690149″>[/et_pb_code][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from DAILY