BHARAT BANDH: COME LE RIFORME AGRARIE STANNO CONDUCENDO A UNO SCIOPERO GENERALE IN INDIA

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Dei disegni di legge di riforma del settore agricolo approvati dal Parlamento indiano stanno turbando lo scenario politico del Paese e scatenato proteste rapidamente dilagate in tutta la nazione.

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Lo scorso 20 settembre la Camera Alta del Parlamento indiano, o Rajya Sabha, ha approvato due dei controversi disegni di legge riguardanti delle importanti riforme del settore agricolo, che diventeranno a tutti gli effetti legge una volta ottenuta la formale approvazione del Presidente della Repubblica.  Questi, che secondo il governo avrebbero lo scopo di rafforzare la posizione degli agricoltori attraverso una progressiva apertura a liberalizzazioni del settore, hanno trovato la ferma opposizione sia degli agricoltori che dei partiti di opposizione.  Il governo nega che le riforme, che aprono il settore agricolo a soggetti privati, danneggino gli agricoltori. Al contrario, il partito al potere Bharatiya Janata Party (BJP) che ha proposto i progetti di legge, li ha lodati come necessari per aumentare i redditi agricoli e la produttività.  I vari gruppi di agricoltori e i partiti di opposizione, tuttavia, affermano che queste riforme sono essenzialmente “anti-contadine” poiché rendono vulnerabili gli agricoltori alle forze di mercato, i quali hanno dato il via a una lunga serie di manifestazioni a livello nazionale per opporvisi. Considerate dei primi un ulteriore passo verso il loro continuo impoverimento economico e marginalizzazione sociale, queste riforme sono state oggetto di denuncia da parte dei secondi anche per il modo in cui i due progetti di legge sono stati approvati. Infatti, il partito in carica è stato accusato di aver aggirato la procedura parlamentare approvando frettolosamente i progetti di legge, ignorando la richiesta di sottoporli a una commissione parlamentare per ulteriori deliberazioni. In più, è stato oggetto di denuncia anche il modo in cui l’approvazione è avvenuta, tramite cioè voto per acclamazione e non, invece, per “divisione”, cioè con conteggio dei votanti favorevoli e contrari[1], sebbene il Congresso, principale partito dell’opposizione, abbia richiesto l’applicazione di quest’ultimo metodo di voto.  Un voto per acclamazione si realizza quando il Presidente del Parlamento chiede ai membri della Camera di esprimere la loro opinione sotto forma di un “sì o no”, e in base a quale dei due schieramenti risulta essere più forte e rumoroso, il Presidente decide in via discrezionale l’adozione o il rifiuto del disegno di legge.  Il voto per acclamazione, hanno affermato i parlamentari dell’opposizione, non è stato solo affrettato ma anche poco chiaro: nel frastuono della protesta era difficile determinare se il BJP avesse voti sufficienti.  L’altro metodo, chiamato “divisione” prevede invece il conteggio effettivo del voto dei parlamentari. Anticamente questo metodo di voto, adottato anche dal Senato romano, comportava la separazione dei votanti in due schieramenti, uno a favore del “sì” e uno del “no”, con successivo conteggio, una procedura ancora seguita nel Regno Unito. Oggigiorno in India, in questo caso, si procede con votazione elettronica. L’ovvio vantaggio del voto per acclamazione è la celerità. Lo svantaggio altrettanto ovvio è che è impreciso, dato che il presidente decide su quale sia il parere della Camera in base a quale lato è più forte. Un voto per divisione potrebbe richiedere più di tempo, ma i suoi risultati, non essendo soggetti a discrezionalità, non possono essere contestati.

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In che modo i legislatori scelgono quale metodo adottare? Di solito, un voto per acclamazione va bene se la votazione è una semplice formalità, cioè se c’è un consenso e il risultato è già deciso. Ad esempio, se il sostegno a una proposta di legge è schiacciante, il presidente potrebbe semplicemente decidere di approvarlo rapidamente utilizzando un voto a voce.  Tuttavia, questa situazione difficilmente si applica per temi complessi quali le riforme del settore agricolo, il cui esito ha enormi ripercussioni sia sull’economia nazionale che sulla vita di milioni di cittadini indiani.  I membri dei partiti di opposizione hanno quindi definito questa mossa del partito al potere un “assassinio della democrazia“.  Ma al di là delle polemiche politiche, i progetti di legge hanno anche diviso le opinioni del Paese, e se il primo ministro Narendra Modi ha definito le riforme un “momento di svolta” per l’agricoltura indiana, i partiti di opposizione le hanno paragonate a vere e proprie “sentenze di morte” per i contadini.  Ciò ha scatenato importanti ripercussioni nel Paese, che hanno preso la forma di vaste ed articolate manifestazioni che hanno coinvolto molte migliaia di agricoltori indiani. Questi ultimi, veicolati da diverse associazioni e partiti di opposizione, hanno dato il via alla protesta denominata Bharat Bandh.[2]  Le proteste che hanno infiammato tutti gli angoli del Paese hanno bloccato autostrade e linee ferroviarie in diversi Stati indiani. Soprattutto negli Stati del Punjab e Haryana, nel nord del Paese, le proteste hanno assunto dimensioni senza precedenti. Il motivo per cui le proteste più accese sono avvenute in questi due Stati è che qui il “sistemamandi“ è più radicato che altrove. Gli agricoltori locali sono perciò più dipendenti dalla vendita dei loro prodotti ai prezzi fissi stabiliti dal governo, e di conseguenza più esposti e meno tutelati in caso di stravolgimento di tale ordine. Per questo motivo, quasi tutti i sindacati degli agricoltori del Punjab hanno mobilitato gli agricoltori allo sciopero, i quali, occupando i binari ferroviari e paralizzando le vie di comunicazione, hanno indetto uno sciopero a oltranza.  Le proteste divampano anche nello Stato dell’Uttar Pradesh, soprattutto nei distretti occidentali, e in quello del Karnataka, nell’India meridionale, si è assistito a un propagarsi delle manifestazioni, alcune delle quali hanno portato a numerosi arresti. Nella sola giornata di venerdì oltre 500 lavoratori appartenenti a organizzazioni di agricoltori, sindacati e partiti politici sono stati arrestati.  Ma cosa propongono esattamente queste riforme? Nel loro insieme, le riforme allenteranno le regole sulla vendita, i prezzi e lo stoccaggio dei prodotti agricoli, regole che hanno protetto per decenni gli agricoltori indiani dalle forze del libero mercato. Consentiranno inoltre agli acquirenti privati ​​di accumulare scorte per le vendite future, cosa che finora hanno potuto fare solo gli agenti autorizzati dal governo; e definiranno poi le regole per l’agricoltura a contratto, in cui gli agricoltori adattano la loro produzione per soddisfare la domanda specifica dell’acquirente.

 

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Uno dei più grandi cambiamenti è che gli agricoltori potranno vendere i loro prodotti direttamente a operatori privati, incluse aziende agricole, catene di supermercati e negozi online. La maggior parte degli agricoltori indiani attualmente vende la maggior parte dei propri prodotti in mercati all’ingrosso controllati dal governo o mandi a prezzi minimi garantiti.  Questi mercati sono gestiti da comitati composti da agricoltori, monopolizzati spesso da grandi proprietari terrieri, commercianti o intermediari (veri beneficiari di questo sistema, che acquistano dal produttore al prezzo minimo aggiungendo un ricarico sul prezzo venduto al consumatore finale) per le vendite, lo stoccaggio e il trasporto, o anche il finanziamento degli agricoltori.  È un sistema complesso sostenuto da normative, consuetudini, e una serie di relazioni personali e commerciali.  Le riforme, almeno sulla carta, forniscono gli agricoltori della possibilità di vendere al di fuori del cosiddetto “sistema mandi“.  In realtà, in molti Stati, gli agricoltori possono già vendere a soggetti privati, l’obiettivo perciò di queste riforme è creare un quadro comune nazionale. Gli agricoltori sono preoccupati che queste riforme significheranno la fine dei mercati all’ingrosso e dei prezzi garantiti, lasciandoli senza opzioni di riserva. Cioè, se l’agricoltore non dovesse essere soddisfatto del prezzo offerto da un acquirente privato, non potrebbe tornare al mandi per venderlo al prezzo minimo fissato dal governo, o usare questa possibilità a suo favore in fase di trattativa.  Il governo ha detto che il sistema mandi continuerà e verrà mantenuto il prezzo minimo garantito. Ma gli agricoltori sono sospettosi. Se da un lato l’India ha ancora leggi severe sulla vendita e l’uso dei terreni agricoli e alti sussidi che proteggono gli agricoltori dalle forze del mercato, dall’altro gli agricoltori sono stati a lungo un blocco di voto cruciale per i partiti e la controversia ha sicuramente diviso i partiti, che non mancano di usare la questione per il perseguimento dei loro obiettivi politici. La realtà, più preoccupante, è fornita dai dati riguardo il settore agricolo indiano, che mostrano come le condizioni in cui versano centinaia di milioni di agricoltori indiani sia di anno in anno sempre più precaria.  Nel 1947, nell’anno dell’Indipendenza, circa il 70% della forza lavoro indiana attiva (poco meno di 100 milioni) era impiegata nel settore agricolo, che concorreva al 54% del reddito nazionale. Nel corso degli anni, il contributo dell’agricoltura alla produzione nazionale è diminuito drasticamente. Nel 2019-2020, era inferiore al 17%.

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Eppure, la percentuale di indiani impegnati nell’agricoltura è scesa dal 70% ad appena il 55%. Come osservato già nel 2017 dalla Committee on Doubling Farmers’ Income, la dipendenza della forza lavoro rurale dall’agricoltura non è diminuita in proporzione al calo del contributo dell’agricoltura al PIL.
Una statistica cruciale è la percentuale di contadini senza terra (siano essi affittuari, braccianti giornalieri o stagionali, mezzadri e quant’altro) poiché indicativa il crescente livello di impoverimento, che è passata dal 28% (27 milioni) nel 1951 al 55% (144 milioni) del 2011.  Mentre il numero di persone dipendenti dall’agricoltura è cresciuto nel corso degli anni, la dimensione media delle proprietà terriere si è ridotta al punto tale, in molti casi, da non essere redditizia anche al massimo della produzione. I dati infatti, mostrano che l’86% di tutte le proprietà terriere in India sono di dimensione piccola (tra 1 e 2 ettari) e marginale (meno di 1 ettaro).  Dalla bassa produttività alla frammentazione delle proprietà terriere, alla mancanza di infrastrutture di stoccaggio e all’elevato indebitamento, ci sono diverse ragioni per il persistente disagio agrario in India.  L’agricoltura, che impiega metà della popolazione indiana, ha da tempo un disperato bisogno di riforme. Ma è improbabile che le nuove e controverse proposte dal governo in carica siano una soluzione per i problemi degli agricoltori, giovando invece alle sole forze di mercato. Se da un lato queste riforme miglioreranno i redditi agricoli, attirando investimenti e aumentando la produttività, liberando al contempo l’agricoltore dal controllo di intermediari, quanto sperimentato a livello mondiale mostra come la corporativizzazione dell’agricoltura spesso comporta un peggioramento dei redditi agricoli. Lasciare gli agricoltori in balìa dei mercati sarebbe improprio. Il sistema attuale ha numerosi punti di rottura, e deve essere riformato. Ma sostituire un modello con un altro altrettanto imperfetto non è la soluzione. Non ci sono risposte semplici. Ma gli esperti concordano sul fatto che in un Paese in cui l’agricoltura impiega così tanti milioni di individui, lasciare il destino degli agricoltori alle leggi e alle imprevedibilità del mercato non può essere l’unica risposta.

 

 

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