RIFUGIATI CLIMATICI: IL CASO DI IOANE TEITIOTA

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Quella del Comitato ONU per i Diritti Umani rappresenta una sentenza storica, in quanto sancisce che il rimpatrio dei rifugiati climatici costituisce una violazione dei diritti umani.

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Il 24 ottobre 2019, il Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani si pronuncia in merito al primo caso al mondo concernente una richiesta di asilo per motivi collegati al cambiamento climatico. Protagonista della vicenda giudiziaria è Ioane Teitiota, un giovane gilbertese che già nel 2013 aveva richiesto asilo alla Nuova Zelanda in qualità di rifugiato climatico. In seguito al rifiuto da parte dello Stato neozelandese di accogliere la peculiare richiesta ed ai successivi ricorsi giurisdizionali (prima l’Immigration and Protection Tribunal, poi la Corte di appello, ed infine la Corte Suprema della Nuova Zelanda) conclusisi con un esito negativo, nel 2015 il caso viene sottoposto al vaglio del Cominato ONU per i Diritti Umani, il quale giunge alla conclusione che “i disastri ambientali possono compromettere l’effettivo godimento del diritto alla vita” (art. 9.5), motivo per cui “si viene a determinare in capo agli Stati l’obbligo di non respingimento” (art. 9.11). Sebbene il Comitato Onu abbia respinto il ricorso presentato da Ioane Teitiota, in quanto secondo i giudici né la sua vita, né quella della sua famiglia erano in imminente pericolo, la sentenza in questione porta con sé una svolta giuridica non indifferente, chiarendo un punto cruciale nell’ambito del diritto internazionale e dei rifugiati climatici: questi ultimi non possono essere rimpatriati poiché verrebbe ad essere compromesso il diritto alla vita. Rileva dunque l’ampia portata delle implicazioni in merito sia alla protezione internazionale delle persone in fuga per effetto delle catastrofi naturali, sia al campo di applicazione della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, il che apre nuovi scenari giuridici e politici in materia richieste di asilo, soprattutto nell’ipotesi molto probabile che tale sentenza, nonostante la sua non obbligatorietà, venga utilizzata come precedente giurisdizionale su cui fondare future richieste di asilo collegate alla crisi climatica. Per meglio comprendere le conseguenze giuridiche e politiche della sentenza del Comitato ONU “Views adopted by the Committee under article 5 (4) of the Optional Protocol, concerning communication No. 2728/2016”, è opportuno chiarire in via preliminare cosa si intende per rifugiato climatico e perché l’uso di tale espressione è sempre più ricorrente.

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Da un punto di vista meramente formale, il termine rifugiato climatico è improprio, non trovando alcuna base nelle norme di diritto internazionale. Ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, si definisce rifugiato qualsiasi individuo che abbia attraversato le frontiere internazionali e “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure […] essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi”. La Convenzione di Ginevra pone in capo ai rifugiati diversi diritti, tra cui l’esenzione da sanzioni riguardanti l’illegalità del proprio ingresso, nel caso in cui possa dimostrare di aver agito in buona fede, ovvero se il rifugiato è convinto che vi sia una sufficiente giustificazione per il suo ingresso illegale o per la sua presenza (art. 31) e la protezione dal rimpatrio forzato (art. 33). Da quest’ultimo deriva il principio di non-respingimento, divenuto ormai una norma di diritto internazionale consuetudinario e pertanto vincolante anche per gli Stati che non hanno ratificato la Convezione di Ginevra; ne consegue che riconoscere un individuo come rifugiato ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra implica automaticamente che quest’ultimo non può essere rimpatriato coercitivamente dallo Stato di ingresso. Sebbene la definizione formale di rifugiato non faccia nessun riferimento a chi è costretto ad attraversare le frontiere internazionali a causa del cambiamento climatico e dei disastri ambientali, come osservato dall’Alto Commissario per i Rifugiati Filippo Grandi, il fenomeno delle migrazioni collegate a motivi climatici “ha giustamente catturato l’attenzione dell’opinione pubblica”. È infatti innegabile che le catastrofi climatiche pongano nuove sfide alle popolazioni dei paesi più poveri, rappresentando minacce ed esacerbando le condizioni che costringono gli individui ad attraversare i confini internazionali. La dinamica che più comunemente si viene a creare vede un connubio tra migrazioni dovute al cambiamento climatico e tensioni per il possesso di risorse quali acqua, terra e cibo. Si aggiunga che gli spostamenti causati dai disastri ambientali possono avvenire anche all’interno di uno stesso Stato.

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L’UNHCR ha posto notevole attenzione in merito al fenomeno in questione, osservando l’impatto del cambiamento climatico su conflitti ed instabilità regionali e giungendo alla conclusione che, senza un’azione preventiva a livello di cooperazione internazionale, la situazione può sfociare in una crisi umanitaria, poiché sono i paesi più poveri economicamente e fragili politicamente ad essere maggiormente esposti ai disastri ambientali. Nonostante la risonanza globale delle migrazioni dovute al cambiamento climatico ed alle catastrofi naturali, la prima formale richiesta di asilo in qualità di rifugiato climatico giunge solo nel 2013, quando l’allora quarantenne Ioane Teitiota aveva cercato protezione in Nuova Zelanda, indicando l’innalzamento del livello del mare come una minaccia per la sua vita. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha infatti definito Kiribati, primo Stato a dichiarare l’emergenza climatica, come uno dei sei paesi insulari del Pacificomaggiormente minacciati dall’aumento del livello delle acque marine, al punto che potrebbe divenire inabitabile entro il 2050. Dalla sentenza “Views adopted by the Committee under article 5 (4) of the Optional Protocol, concerning communication No. 2728/2016” si apprende che Ioane Teitiota è originario dall’isola di Tarawa, la quale, in un arco temporale di circa mezzo secolo, è passata dall’ospitare appena 1.641 abitanti ad accoglierne ben 50.000, in quanto l’innalzamento del livello del mare ha reso inabitabili le isole vicine, costringendo gli individui a spostarsi in zone più sicure: si tratta di un classico esempio di spostamento interno causato dagli effetti del cambiamento climatico. Le argomentazioni fornite da Ioane Teitiota dinanzi al Comitato ONU in merito alla sua richiesta si articolano su diversi fattori, tra cui il sovraffollamento generante tensioni e disordini sociali, l’erosione costiera, la contaminazione delle acque dolci e la scarsità di risorse. Egli conclude dichiarando diessere stato costretto a lasciare la sua abitazione nell’isola di Tarawa a causa di una situazione sempre più instabile e precaria. Il Comitato ONU ha esaminato la richiesta di Ioane Teitiota in relazione agli artt. 6 e 7 del Patto internazionali sui Diritti Civili e Politici e all’art. 5 del relativo Protocollo opzionale, giungendo alla conclusione di non poter accogliere il ricorso a causa dell’assenza di rischio imminente per la propria vita. Si tratta comunque di una decisione epocale, in quanto per la prima volta un organo internazionale riconosce che “i disastri ambientali, il cambiamento climatico e lo sviluppo insostenibile costituiscono le principali minacce […] al godimento del diritto alla vita” (art. 9.4), cosicché il rimpatrio coercitivo degli individui costretti ad emigrare per effetto del cambiamento climatico “può esporre gli individui stessi ad una violazione dei loro diritti di cui agli artt. 6 e 7 del Patto” (art. 9.11) che tutelano il diritto alla vita.

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Inoltre, riconoscendo l’aumento del livello del mare come “un rischio estremo […] incompatibile con il diritto alla vita”, il Comitato ONU ha inteso rivolgere un invito agli Stati circa l’accoglienza di individui che fuggono da pericoli legati alla crisi climatica e l’attuazione di sforzi strumentali a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, sottolineando l’urgenza rafforzare la cooperazione internazionale in materia e di sostenere interventi volti a prevenire, contenere ed attenuare i disastri naturali nei paesi maggiormente vulnerabili. Quanto alle implicazioni giuridiche e politiche che emergono dalla sentenza, queste ultime concernono la non più remota possibilità di estendere lo status di rifugiato di cui alla Convenzione di Ginevra del 1951 agli individui costretti a fuggire poiché minacciati dai disastri ambientali nel godimento del diritto alla vita, nonché la necessità per gli Stati di rivestire un ruolo sempre più attivo nella lotta contro gli effetti del cambiamento climatico. L’interpretazione adottata dal Comitato ONU è conforme all’approccio sostenuto dall’UNHCR in materia di rifugiati climatici. Sebbene nel diritto internazionale sia assente una disciplina in materia di rifugiati climatici, è possibile fare riferimento ai quadri normativi concernenti lo status di rifugiato. La Convenzione di Ginevra del 1951 non poteva infatti riflettere fenomeni relativamente attuali come il cambiamento climatico e le catastrofi ambientali, tuttavia attraverso un’interpretazione estensiva che prenda in considerazione la ratioalla base delle norme, è possibile colmare il vuoto normativo in materia di rifugiati climatici. D’altronde, se così non fosse, la decisione del Comitato ONU in merito al divieto di respingimento anche in caso di individui che fuggono da calamità naturali sarebbe priva di senso. Occorre dunque accogliere con favore la svolta storica segnata dalla sentenza “Views adopted by the Committee under article 5 (4) of the Optional Protocol, concerning communication No. 2728/2016”, la quale estende il principio di non-respingimento anche ai rifugiati climatici e preme affinché gli Stati si rendano artefici di una cooperazione internazionale sempre più intensa e positiva. Dato il continuo aumento dei flussi migratori causati dagli effetti del cambiamento climatico, non è affatto impensabile che la sentenza in analisi possa rappresentare in un futuro non molto prossimo un precedente giurisdizionale per richiedere ed ottenere l’asilo in qualità di rifugiato climatico.

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