IL VENERDÌ DELLA RABBIA IN EGITTO: PROTESTE O COSPIRAZIONE?

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Il presidente egiziano al-Sisi aveva dichiarato qualche settimana fa ‘’se gli egiziani non vogliono che io sia qui, non ho problemi, me ne andrò’’, ma i fatti mostrano tutt’altro.

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Giorno 25 settembre, le funzioni religiose del venerdì in moschea hanno dato occasione a centinaia di egiziani, dal Cairo a Luxor, di radunarsi in quello che è stato chiamato ‘’il venerdì della rabbia’’, esprimendo il loro malcontento nei confronti del regime di al-Sisi e del peggioramento delle loro condizioni di vita. In risposta, le forze di sicurezze governative sono intervenute per dividere i manifestanti, ricorrendo alla violenza, e procedendo all’arresto di molti loro, accusati di terrorismo. Da circa una settimana, delle proteste antigovernative stanno attraversando l’Egitto, da nord a sud. Le cause scatenanti sono state l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e le nuove operazioni di demolizione, le quali prevedono la confisca da parte del governo di abitazioni considerate illegali, in quanto costruite su suolo di proprietà dello stato. Questi due fattori hanno colpito maggiormente le fasce più povere della popolazione egiziana, principalmente concentrate nei governatorati a prevalenza rurali, tradizionalmente lontani dai centri di potere del paese. Le nuove proteste, in numero di partecipanti inferiori rispetto a quelle del 2011 e a quelle del settembre scorso, sono espressione di un malcontento ampliamento diffuso nella popolazione egiziana che non ha, se non attraverso queste forme di mobilitazione sociale, nessun canale a disposizione per esprimere il proprio dissenso.

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In seguito al golpe militare del 2013, al-Sisi ha avviato l’iter che lo ha portato ad instaurare un nuovo regime autoritario nel paese. Dall’inizio della sua presidenza, sono stati emanate una serie di leggi che gli hanno permesso di neutralizzazione qualsiasi forma di contestazione interna al suo governo: divieto di proteste, soppressione dei sindacati, estensione dello stato di emergenza. Il presidente egiziano legittima la sua politica di zero tolleranza nell’ottica della difesa della sicurezza nazionale. Secondo la retorica statale, il principale nemico alla stabilità del paese è la Fratellanza Musulmana, gruppo politico a cui apparteneva l’ex presidente democraticamente eletto al-Morsi, e i gruppi islamisti a esso affiliati che sono indistintamente etichettati come terroristi, a prescindere dalla loro natura jihadista o meno. Non sorprende allora il fatto che, alla luce delle nuove proteste che stanno attraversando il paese, funzionari governativi e testate giornaliste, vicine al regime, abbiano dichiarato che queste siano state pilotate dalla Fratellanza Musulmana e da stati esterni che vogliono la rovina dell’Egitto.  Far leva sulla politica del sospetto e su una retorica fortemente anti-islamista sono gli strumenti su cui fa leva l’attuale presidente egiziano per respingere qualsiasi forma di rinegoziazione interna del potere statale e garantire la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, in primis l’esercito. In considerazione di ciò, appare poco probabile una politicizzazione delle proteste e che il ‘’venerdì della rabbia’’ possa aprire la strada ad un cambio di regime. Una tale possibilità potrebbe concretizzarsi solo in caso in cui fosse proprio l’esercito, attorno a cui ruota la macchina statale di al-Sisi, ad unirsi alle proteste.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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