IL SUD DEL MONDO ALLA PROVA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE: L’ATTUALE RISK MULTIPLIER E L’AGENDA AFRICANA 2063

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A partire dalla Conferenza di Stoccolma del 1972 – attraverso il Rapporto Brundtland del 1987 – fino all’Agenda 2030, la connessione tra un ambiente sano e il godimento dei diritti umani è stata progressivamente riconosciuta come la vera essenza dello sviluppo sostenibile. Mentre esso mira a massimizzare il benessere delle generazioni future senza minare la resilienza degli ecosistemi, il cambiamento climatico agisce da risk multiplier ostacolando la realizzazione dei 17 SDGs, soprattutto a Sud del Mondo. In risposta a ciò, l’Agenda Africana 2063 pone degli ambiziosi obiettivi per trasformare la vulnerabilità del continente ai disastri naturali in un’occasione di rivincita del Panafricanismo, combinando politiche securitarie con strategie resilienti di gestione delle sue immense risorse naturali. 

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La definizione di sviluppo sostenibile nel diritto internazionale

La definizione di sviluppo sostenibile maggiormente condivisa dalla comunità internazionale si basa su un nuovo concetto di sviluppo (socio-economico compatibile con la salvaguardia ambientale), di bisogni (redistribuzione delle risorse per assicurare qualità di vita per tutti) e di generazioni future (uso duraturo delle risorse a beneficio delle future generazioni). Esso è anche noto come triple bottom line concept che ambisce ad un maggior equilibrio tra tre pilastri sovrapposti, ovvero la sostenibilità economica (l’obiettivo di massimizzare i benefici riducendo i costi), la sostenibilità sociale (rispetto delle norme e tradizioni sociali, diritti umani, identità culturale, religione etc.) e la sostenibilità ambientale (utilizzo consapevole e duraturo delle risorse naturali). Il dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile è stato inizialmente sollecitato dal Club di Roma nel 1972, anno in cui – con la pubblicazione di Limits of Growth – l’organizzazione internazionale denunciava che l’esponenziale aumento della popolazione mondiale, l’industrializzazione, l’inquinamento e l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali stavano causando dei problemi ambientali irreversibili, comportando una seria minaccia alla sopravvivenza dell’intera umanità. Alla luce di questa nuova consapevolezza, la prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano si svolse a Stoccolma nel 1972 per discutere dell’impatto umano sull’ambiente.

Evidenziando l’impegno degli Stati nell’adottare misure ambientali più stringenti, la Dichiarazione di Stoccolma (adottata con 103 voti affermativi e 12 astensioni) è considerata il vero punto di partenza di un percorso volto ad assicurare un pianeta più ospitale per le generazioni future.  Tuttavia, l’urgenza d’integrare le politiche ambientali con le strategie di sviluppo è stata esplicitamente enfatizzata per la prima volta nel 1987 dal Brundtland Report, anche noto come Our Common Future, pubblicato dall’UN World Commission on Environment and Development (WCED) presieduta dall’allora Primo Ministro norvegese Gro Harlem Brundtland. Offrendo la definizione di sviluppo sostenibile più universalmente accettata – inteso come “development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs” – tale report mette in luce le connessioni reciproche tra sviluppo e ambiente, riconoscendo che lo sviluppo economico può danneggiare le risorse ambientali dalle quali esso dipende e il conseguente degrado ambientale può, a sua volta, minacciare il progresso economico.

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Eppure, bisognerà aspettare la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppol’Earth Summit – avvenuta a Rio de Janeiro nel 1992, per finalmente dichiarare lo sviluppo sostenibile un’istituzione di diritto internazionale. A tal proposito, i 27 principi della Dichiarazione di Rio enunciano i principali diritti ed obblighi incombenti sugli Stati, come il diritto allo sviluppo, il diritto di sovranità sulle risorse naturali, l’obbligo di assicurarsi che le attività svolte nei territori sotto la propria giurisdizione o sotto il proprio controllo non causino danni ambientali nei territori di altri Stati, l’impegno a cooperare in buona fede per realizzare uno sviluppo sostenibile e la risoluzione pacifica delle dispute. Venendo a tempi più recenti, maggiore enfasi è stata posta, da un lato, sulla connessione tra salvaguardia ambientale e lotta alla povertà – come emerge dagli 8 Millennium Development Goals (MDGs) adottati durante l’UN Millennium Summit di New York nel 2002 – e dall’altro, sull’interdipendenza tra pace, sicurezza e rispetto dei diritti umani – come testimoniato dal World Summit on Sustainable Development avvenuto a Johannesburg nel 2002.

A quest’ultimo ha fatto seguito la Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile tenutasi a New York nel 2015 con l’adozione della risoluzione Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development. Nonostante non abbia valore giuridicamente vincolante, attraverso i 17 Sustainable Development Goals (SDGs), l’Agenda sollecita i 193 Stati firmatari a sradicare la povertà attraverso strategie volte a promuovere sia crescita economica che progresso sociale con un’ottica più ampia di lotta ai cambiamenti climatici. In tal senso, l’Agenda non solo si basa sul principio di indivisibilità dei SDGs – che infatti non possono essere realizzati singolarmente – ma anche sul principio di universalità – incoraggiando una maggior cooperazione tra i paesi del Nord e Sud del Mondo.

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Il cambiamento climatico come risk multiplier al Sud del Mondo

Interagendo con problematiche socio-economiche strutturali, il cambiamento climatico minaccia di moltiplicarestressors già esistenti in maniera così severa da annullare qualsiasi progresso conseguito nell’ambito economico, sociale, ambientale e securitario. Di conseguenza, tale fenomeno è attualmente etichettato come risk multiplier e come il principale ostacolo alla protezione dei diritti umani e alla realizzazione dei SDGs. A tal proposito, gli effetti devastanti del cambiamento climatico non solo amplificano dinamiche conflittuali e crescenti disuguaglianze sociali all’interno dei confini nazionali – gravando sproporzionalmente su coloro che sono già economicamente, socialmente, politicamente e culturalmente vulnerabili (causando una sorta di “doppia ingiustizia”) – ma aggravano le già asimmetriche relazioni tra i paesi, principalmente tra quelli più e meno economicamente “sviluppati”. Oggigiorno è ormai evidente come i contributi al cambiamento climatico e i suoi conseguenti effetti siano distribuiti in maniera non uniforme nel mondo, in cui i paesi ricchi potrebbero potenzialmente trarre beneficio da un moderato riscaldamento globale mentre i paesi più poveri uscirne nettamente perdenti.

A prova di ciò, i paesi in via di sviluppo risulterebbero quelli più danneggiati dai fenomeni climatici estremi parzialmente a causa della loro posizione geografica, forte dipendenza dall’agricoltura e dalle risorse naturali, scarsa capacità tecnica e finanziaria per adattarsi e mitigare i disastri naturali, precarie infrastrutture sociali ed istituzionali, soprattutto nelle aree rurali, dove gli impatti più destabilizzanti si stanno già verificando. D’altronde, non sorprende che i paesi a Sud del Mondo considerino il cambiamento climatico come “un atto di aggressione del mondo sviluppato contro il mondo in via di sviluppo” e come “una minaccia alla stabilità mondiale maggiore del terrorismo internazionale”.[1]

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Il continente africano

Nonostante rappresenti la regione meno responsabile delle emissioni globali di gas a effetto serra, è molto probabile che l’Africa sarà il continente più colpito dal “excess consumption and carefree attitude of the rich”.[2]Gli impatti del cambiamento climatico non solo si stanno verificando con tempistiche più veloci ma anche con una maggiore intensità rispetto ad altre aree geografiche; tra questi ricordiamo ad esempio, la perdita di biodiversità, l’insicurezza alimentare, il rischio di inondazioni nelle aree costiere, la scarsità di risorse idriche, la maggior diffusione di malattie trasmesse da vettori (es. malaria) e crescenti migrazioni. Tuttavia, è importante sottolineare che il cambiamento climatico interagisce con problematiche già esistenti che rappresentano i principali drivers della vulnerabilità e dell’instabilità del continente. Infatti, la probabilità che il cambiamento climatico scateni nuove sfide securitarie in Africa dipende significativamente dall’elevata predisposizione allo scoppio di conflitti e dalla capacità di adattamento della popolazione autoctona. A tal riguardo, la vulnerabilità dell’Africa al cambiamento climatico è spesso attribuita alla sua densa popolazione rurale, ad un’economia principalmente basata sulle risorse naturali, alla continua espansione di insediamenti umani in prossimità di zone a rischio, alla scarsità di risorse finanziarie e tecnologiche, e alla presenza di regimi corrotti.  

Nonostante le drammatiche circostanze attuali, vale la pena menzionare l’ambizione del continente di far fronte al cambiamento climatico dando priorità a misure di adattamento e mitigazione, come dichiarato nell’Agenda 2063 – The Africa We Want. Adottata nel gennaio 2015 in seno all’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana (UA) ad Addis Abeba (Etiopia), essa costituisce un quadro strategico continentale finalizzato a tracciare gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile per i prossimi 50 anni. Essendo ancorata allo spirito del Panafricanismo, essa rappresenta una call for action per realizzare uno sviluppo basato su: auto-determinazione, democrazia, stato di diritto, rispetto dei diritti umani, identità culturale e gestione duratura delle risorse naturali.

 Evidenziando il ruolo influente che l’Africa dovrebbe svolgere nelle negoziazioni climatiche mondiali, l’Agenda pone particolare enfasi sull’urgenza di garantire un ambiente sicuro, sano e sostenibile, incoraggiando gli Stati firmatari a sviluppare dei quadri normativi nei settori prioritari quali sicurezza idrica, prevenzione e preparazione ai disastri naturali, agricoltura sostenibile ed energie rinnovabili. Va da sé che l’Agenda 2063 è profondamente interconnessa con l’Agenda 2030 in tutti i suoi obiettivi, precisamente l’obiettivo 7(environmentally sustainable and climate resilient economies and communities) si riallaccia al SDG 6 (ensure availability and sustainable management of water and sanitation), al SDG 7 (ensure access to affordable and sustainable energy), al SDG 13 (take urgent action to combat climate change and its impacts), e al SDG 15(protect, restore and promote sustainable use of terrestrial ecosystems, sustainably manage forests, combat desertification, halt land degradation and biodiversity loss). Molto più rilevante, l’Agenda Africana promuove la fusione di misure sociali ed economiche nelle risposte operative al cambiamento climatico, sollecitando in tal modo uno sviluppo umano sostenibile e una pace duratura nel continente. Ciò che però rimane ancora da verificare è la volontà e la capacità dei 55 Stati membri dell’UA d’integrare gli ambiziosi obiettivi regionali nelle rispettive realtà nazionali attualmente affannate nella lotta all’epidemia Covid-19.

 

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Note

[1] Brown O., Hammill A., Mcleman R. (2007), Climate Change as the “new” security threat: implications for Africa, International Affairs 83, Blackwell Publishing Ltd, p.1141-1142

[2] https://www.un.org/press/en/2007/sc9000.doc.htm

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