IL PUNTO SULLA CRISI QATARIOTA: ORIGINE E SVILUPPI DELLO STALLO NEL GOLFO

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Nel panorama mediorientale continuano ad essere diversi gli epicentri che generano tensioni a livello regionale. Una di queste fonti di turbamento è situata nel Golfo Persico, ed è rappresentata dalla disputa che ha come suo centro il Qatar e l’embargo imposto sul paese dal 2017. L’emirato, infatti, sta affrontando un blocco diplomatico e di tutte le comunicazioni via aria, terra e mare, imposto da alcuni paesi arabi, in particolare da alcuni paesi limitrofi – Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti – e dall’Egitto. Tra il 5 e il 7 giugno 2017 Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Egitto, Giordania e Yemen davano vita ad un processo che avrebbe dovuto portare ad un totale e completo isolamento politico ed economico del Qatar. Un peggioramento delle relazioni interne al Gulf Cooperation Council (GCC), l’organizzazione che comprende gran parte dei paesi della regione, aveva già portato nel 2014 ad un inasprimento nei rapporti diplomatici tra i paesi del Golfo, tradottosi in quel caso nel ritiro del proprio personale diplomatico di stanza in Qatar da parte di Emirati, Bahrain e Arabia Saudita. Gli eventi del 2017, tuttavia, oltre a rappresentare un nuovo episodio di una crisi che si trascina da ben prima quell’occasione, hanno comportato un acuirsi della situazione con l’ingresso sulla scena di attori esterni – Turchia e Iran – in quella che fino a quel momento era a tutti gli effetti una crisi esclusivamente interaraba. La crisi qatariota non ha dunque fatto altro che rendere la frattura tra i membri del GCC più profonda, portando inoltre ad un cambiamento dell’assetto diplomatico. In questa analisi si vedranno quali sono state le cause che hanno in primo luogo portato all’embargo su Doha, le sue conseguenze e come queste abbiano ristrutturato la situazione diplomatica regionale.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Le cause della crisi

Nel Golfo a trazione saudita le tensioni con il Qatar, come si è detto, si trascinano da ben prima dei soli eventi del 2017. Per comprendere la crisi qatariota, che trascende le sole relazioni tra Riyadh e Doha, è necessario prima analizzare sia il quadro regionale che la rivalità esistente tra Arabia Saudita e Iran. Entrambi gli Stati tentano infatti di aumentare la propria sfera di influenza nella regione non battendo il proprio avversario sul piano militare in modo diretto, ma esclusivamente costruendo un’egemonia tramite la cooptazione degli Stati della regione all’interno del proprio blocco: la cosiddetta “Guerra Fredda mediorientale” [1]. Un altro elemento che bisogna specificare ancora, per poter capire appieno la situazione, è che a sostegno del blocco guidato dall’Arabia Saudita si sono schierati gli Stati Uniti, che vedono in Teheran l’avversario principale ai propri interessi nella regione. Con questa breve premessa, si può più facilmente cogliere come mai gli eventi siano precipitati nel maggio del 2017, quando l’emiro qatariota, Tamim al-Thani, secondo alcune emittenti locali e subito rilanciate da quelle saudite avrebbe emesso una dichiarazione a favore dell’Iran, definendolo come un’“importante potenza islamica che non può essere ignorata”, “una grande forza nella stabilizzazione della regione” e che “non è saggio fomentare ostilità verso l’Iran”, ponendosi in aperto contrasto con quanto invece ribadito dal Presidente Trump pochi giorni prima in un incontro a Riyadh. Inoltre, sarebbero state dichiarate “buone” le relazioni con Israele mentre Hamas sarebbe stato identificato come legittimo rappresentate del popolo palestinese.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Tali dichiarazioni sono state immediatamente denunciate dal governo qatariota come frutto di un attacco hacker emiratino al sito dell’emittente qatariota, cosa in seguito confermata anche dall’intelligence statunitense. Nonostante ciò, nei primi giorni di giugno del 2017 è stato effettivamente sollevato l’embargo contro il paese adducendo come motivazioni principali due punti in particolare: (1) il presunto supporto economico, ideologico e logistico che Doha avrebbe offerto a gruppi e movimenti islamisti nell’intera regione mediorientale, anche attraverso l’irrorazione di ideali e valori tipici di questi soggetti tramite l’emittente televisiva statale Al-Jazeera e (2) la vicinanza diplomatica tra Doha e Teheran.

Pochi giorni dopo lo stabilimento dell’embargo, anche un ultimatum con una lista di 13 punti è stato presentato al Qatar. Tra i punti più importanti:

  • La riduzione delle collaborazioni diplomatiche, militari ed economiche con l’Iran;
  • Stop alla creazione di basi militari turche sul suolo qatariota e la fine di rapporti militari con Ankara;
  • La rottura dei legami con tutti i gruppi “terroristici, settari ed ideologici” e il loro inserimento in una lista di “gruppi terroristici”;
  • Stop al finanziamento a gruppi, persone ed organizzazioni definite “terroristiche” da parte degli Stati promotori dell’embargo e dagli Stati Uniti;
  • La chiusura di Al-Jazeera e di altre agenzie di informazione finanziate dal Qatar.

La lista consegnata dal blocco di Stati è stata rigettata in toto da Doha, che ha etichettato l’intera operazione come ingiustificata e basata su false assunzioni portata avanti esclusivamente per “indebolire lo Stato del Qatar”.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Le conseguenze

Come si evince dalla lista delle richieste mosse a Doha, parte dei punti verte sul taglio delle relazioni diplomatiche con attori non arabi, Turchia e Iran, e sul taglio delle relazioni con gruppi “terroristici”. Le accuse di collaborazione con gli Stati non arabi, soprattutto quella con Teheran, appaiono all’epoca dell’emissione della lista tuttavia molto forzate. Tra il maggio e il giugno del 2017 infatti le relazioni tra Qatar e Iran non erano ottime, che si vedevano opposti nei maggiori scenari mediorientali: dal Libano alla Siria e allo Yemen. Tuttavia, già pochi mesi dopo l’istaurazione dell’embargo, i rapporti tra i due paesi sono diventati effettivamente più intensi, con l’istaurazione di una nuova ambasciata qatariota a Teheran nell’agosto dello stesso anno, e soprattutto con l’Iran che ha iniziato a rifornire l’emirato con cibo e materie prime in totale opposizione all’embargo arabo, che invece ne aveva chiuso le principali fonti di sostentamento [2]. Per quanto riguarda le relazioni tra Qatar e la Turchia, queste al momento dell’embargo erano più solide di quelle con l’Iran nello stesso periodo: accordi diplomatici, militari ed economici erano stati portati avanti già dagli anni 2000 e ancora più fortemente nei primi anni dopo le cosiddette “primavere arabe”, quando gli interessi dei due paesi si sono trovati allineati sugli stessi obiettivi: in particolare l’abbattimento del regime di Assad in Siria e il supporto ai Fratelli Musulmani in Egitto. Questa relazione è sfociata nel 2015 in un accordo militare e nel 2016 nella costruzione della base militare turca sul suolo qatariota – citata nell’elenco dei 13 punti. Come per l’Iran, proprio l’embargo imposto al Qatar ha finito per avvicinare ancora di più i due attori: la Turchia ha infatti continuamente rifornito il paese del Golfo con materie prime, aumentando contestualmente la sua presenza militare nel paese [3]. La crisi, causata proprio dall’interesse saudita di riportate il proprio vicino nella propria sfera di influenza, al momento ha spinto l’emirato ancora di più tra le braccia del rivale numero uno e del contendente emergente a nord. La coalizione dei paesi bloccanti non può contare nemmeno sul supporto degli Stati Uniti, che rimangono in questa partita in una situazione intermedia, rafforzando lo stallo della situazione. Sebbene l’embargo sia nato proprio pochi giorni dopo un discorso di Trump tenutosi a Riyadh a cui hanno fatto seguito alcune dichiarazioni dello stesso presidente che ha definito il Qatar uno Stato “storicamente sostenitore del terrorismo”, al contempo Washington ha sul suolo qatariota alcune basi militari. Questo ha fatto sì che dopo le prime dichiarazioni infuocate dalla Casa Bianca arrivasse invece la proposta di fare da mediatore nella crisi, rigettata però da Doha.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Conclusioni

Come si è visto, la crisi che si trascina ormai da poco più di tre anni è in una situazione di stallo. Appare inoltre grave soprattutto per le sue conseguenze all’interno della rivalità regionale tra Arabia Saudita, Iran e, più recentemente, Turchia. Proprio la richiesta di abbandonare i rapporti diplomatici e militari con paesi extra arabi ha avuto l’effetto contrario a quello richiesto per il gruppo di Stati che ha emesso il blocco. Tanto la Turchia quanto l’Iran, infatti, hanno da subito appoggiato il Qatar, permettendogli di resistere al pesante embargo e di mantenere questa perdurante situazione di stallo nella crisi. 

Recentemente, tuttavia, l’ambasciatore kuwaitiano in Turchia ha affermato che “all’orizzonte ci sono segnali di possibili passi avanti nella crisi del Golfo”. In effetti, già nel 2019 la Giordania ha cambiato le sue posizioni, spostandosi in una zona più centrale tra i due schieramenti, accanto a paesi come il Kuwait e l’Oman, che si sono erti ad arbitri internazionali per la risoluzione della crisi.

Bibliografia

[1]

F. G. Gause III, «Beyond Sectarianism: The New Middle East Cold War,» The Brookings Institution, 2014.

[2]

L. Zaccara, «Iran and the Intra-GCC Crisis: Risks and Opportunities,» IAI, 2019.

[3]

B. Başkan, «Turkey between Qatar and Saudi Arabia,» International Relations, vol. 16, n. 62, pp. 85-99, 2019.

 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block” data-ad-format=”autorelaxed” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”3043690149″>[/et_pb_code][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from DAILY