ASTRAVYETS: LA DISCORDIA ENERGETICA TRA SOSTENTAMENTO E OPPORTUNITÀ PER IL BALTICO

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Manca ormai poco all’inaugurazione del reattore nucleare Astravyets bielorusso, un elemento importante del sostentamento energetico baltico alle prese con opposizioni, resistenze e crisi politiche

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Il progetto Astravyets si approssima al suo compimento e desta gli ennesimi sguardi su di sé. Questi sguardi sono causati dalle polemiche che accompagnano il progetto sin dal suo battesimo, nel 15 gennaio 2008. In seguito alla disputa energetica del 2007 tra la Bielorussia e la Russia, Lukashenko ribadì la necessità di rendere autosufficiente la Bielorussia con la propria centrale nucleare di produzione elettrica, ed il Consiglio per la sicurezza nazionale decretòl’obbiettivo della sua costruzione entro il 2021 ed ottenendo un finanziamento di 2 miliardi di dollari dalla Russia a patto che i macchinari del progetto fossero forniti dalla OJSC russa. Il contratto per la costruzione dell’impianto fù firmato nel 2009 con la Atomstryexport, un’azienda della Federazione russa. Il progetto è stato locato nella regione di Grodno, distretto di Astravyets da cui prende il nome. La pianta sarà lunga da una zona a 18km da Astravyets fino ad una a 48km da Vilnius, in Lituania. Ciò ha destato sin da subito risentimenti da parte delle nazioni vicine, in particolar modo proprio da quest’ultima. Nel Luglio 2009 già una ONG ucraina denunciò la violazione della convenzione di ESPOO al comitato di implementazione della convenzione, asserendo che non fossero state considerate seriamente le alternative alla costruzione di un impianto nucleare ne ci fosse stato un serio studio degli impatti ambientali accessibili al pubblico. Anche il Fronte Popolare Bielorusso si è scagliato contro il progetto denunciando un possibile coinvolgimento del governo russo, ed inoltre un ancora più importante eco ha avuto il movimento per la Bielorussia senza nucleare di un gruppo di scienziati bielorussi, indicativo delle tensioni all’interno della società bielorussa in tema.

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La nazione che più si è opposta al progetto è stata la Lituania, e le motivazioni necessitano di un’analisi ulteriore. La Lituania in epoca presovietica aveva raggiunto quasi l’autosufficienza (70%) energetica grazie alla centrale nucleare Ignalina, costruita nel 1977 prima del collasso dell’URSS e che costituiva l’unica centrale nucleare Lituana, con un impianto da 2 reattori RBMK1500 da 1.380 MW originari. Il suo smantellamento avvenne tra il 2004 e il 2009, in seguito all’adesione all’Unione Europea con la quale si impegnò a spegnere i due reattori sotto l’egida della commissione Ignalina International Decommissioning Support Fund che ha realizzato le gare d’appalto. E’ importante sottolineare che il 95% delle spese furono a carico del contribuente Lituano, il restante 5% del governo. In seguito alla chiusura di questa essenziale fonte di sostentamento il paese fù costretto a diventare un grande importatore di risorse petrolifere e di gas dalla Russia e dall’Europa. L’import è salito dal 49.1 del 2004 (anno di smantellamento del primo sito) al 63.3 del 2013 a impianto smantellato. La produzione dal 60.6 al 19.1. Non si può non notare un mutamento drastico delle priorità energetiche del paese che si ritrova di conseguenza in una situazione molto complicata. Con la costruzione di Astravyets le nazioni baltiche beneficerebbero di energia a prezzi convenienti grazie ai partenariati con la Bielorussia che verrebbe fornita dalla Lituania stessa, in quanto solo quest’ultima secondo un accordo del 2012 può commerciare energia con Stati terzi. Tuttavia la Lituania ha sottolineato fin da subito lo stato di insicurezza del progetto, notando anche come si siano verificati degli incidenti durante la fase costruttiva, che sia stato lanciato l’impianto senza le adeguate prove e di come i tempi siano stati troppo accelerati senza le adeguate licenze. La questione fondamentale per la Lituania è duplice: da un lato se la produzione fosse in territorio nazionale non avrebbero problemi dell’ affidarsi alla sua gestione/costruzione; ha difficoltà ad opporsi poichè inizialmente non prese seriamente il progetto e le sue possibili conseguenze. Con le parole del ministro dell’energia Zygimantas Vaiciunas: “Vogliamo evitare che l’elettricità prodotta dalla Bielorussia venga condotta attraverso il territorio lituano”, quindi la preoccupazione è per le possibili implicazioni dovute alla gestione degli elettrodotti. Tuttavia il politologo Ramunas Vilpisauskas ha ben definito l’imbarazzo della rivendicazione Lituana,asserendo:”Tutta la classe politica lituana è responsabile, perché non ha preso sul serio il progetto prima, quando era ancora in una fase iniziale. Finché poi è diventata una polemica di politica interna lituana, che cresce a ogni elezione legislativa. E lo vediamo adesso, come tutto questo abbia indebolito la posizione della Lituania. Ora dobbiamo chiedere l’appoggio di Lettonia ed Estonia”. Il parlamento per questa motivazione ha cambiato il titolo del documento da sottoporre ai vicini baltici con l’argomentazione “solidarietà degli altri Baltici per la decisione lituana di non acquistare elettricità bielorussa”.

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Nell’ultimo mese, in effetti, altri 5 paesi si sono uniti al coro della Lituania contro la costruzione dell’impianto. L’Estonia, la Grecia, la Lituania, la Polonia, la Lettonia e anche la nostra Italia hanno inviato una dichiarazione in articoli al direttore generale della IAEA e alla CNS. Pubblicata nel sito della rappresentanza permanente della Lituania nelle Organizzazioni Internazionali a Vienna, la dichiarazione richiede esplicitamente: di risolvere tutti i problemi relativi alla sicurezza nucleare posti al CNS; di cooperare in maniera trasparente con il CNS e i suoi partiti contraenti; di implementare le dichiarazioni poste dall’EU sullo “stress test” NPP Bielorusso. Solamente il tempo sarà in grado di dire se queste speranze siano malriposte e se il progetto, nonostante le sue impervie vicende e le tensioni politiche in seno alla società civile bielorussa, verrà attivato entro Novembre. Tra possibilità e rischi da correre, la partita sembra ancora aperta e tendente più alle questioni economiche e strategiche che politiche, un approccio caro ai baltici, che però rappresenta un’arma a doppio taglio.

 

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