“UNO STATO DEMOCRATICO, EQUO E CONDIVISO” PER I CITTADINI PALESTINESI D’ISRAELE? LA PROPOSTA DI LEGGE DELLA LISTA ARABA UNITA È RESPINTA ALLA KNESSET

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Una maggioranza composta dalla coalizione di governo e da partiti d’opposizione respinge la proposta di Yousef Jabareen, a nome della Lista Araba Unita, a favore di una legge che assicuri piena uguaglianza ai cittadini palestinesi d’Israele. Ciò avviene a distanza di vent’anni dai tragici eventi dell’ottobre 2000, che segnarono un punto di svolta in negativo nelle relazioni intercomunitarie tra ebrei ed arabi nello Stato d’Israele.

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“Ciò che vi propongo oggi è anzitutto un trattato di pace tra lo Stato e i cittadini arabi, prima di pensare a ciò che sta fuori dai confini”. Così il parlamentare e accademico Yousef Jabareen il 16 settembre scorso ha apostrofato la Knesset, alludendo alla recente normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra lo Stato ebraico e (altri) due paesi arabi, Emirati e Bahrein, ma anche ai negoziati in corso con altri cinque paesi a maggioranza musulmana (Sudan, Mauritania, Comore, Gibuti, Oman). Durante la lettura preliminare di una proposta di legge fondamentale (hoq yesod) avanzata dalla Lista Araba Unita poi respinta alla Knesset, Jabareen ha puntato il dito contro la marginalità istituzionale di cui continua a soffrire la cospicua minoranza arabo-palestinese con cittadinanza israeliana – quasi 2 milioni di individui, il 21% della popolazione complessiva. Il deputato proviene dalle file di un partito arabo-ebraico di sinistra, Hadash (il Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza), che reclama un patto di cittadinanza più giusto e inclusivo nei confronti delle rivendicazioni identitarie, sociali e politiche dei cittadini non ebrei, e che si batte affinché Israele diventi realmente uno “Stato per tutti i suoi cittadini”- uno slogan molto caro alla sinistra israeliana e ai partiti arabi, ma che sembra faticare sempre più ad avverarsi. E in particolare a seguito dell’adozione della Legge sullo Stato-nazione, che definisce Israele come “casa nazionale del popolo ebraico” e che declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua con uno “status speciale”.

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La proposta di legge della Lista Araba Unita cade proprio alla vigilia del ventesimo anniversario dei cosiddetti “eventi dell’ottobre 2000” (noti nella stampa araba come habba uktubar, “rivolta” di ottobre), in cui dodici cittadini palestinesi vennero uccisi dalla polizia israeliana mentre manifestavano a supporto dei palestinesi dei Territori occupati a seguito dello scoppio della seconda intifada. La Commissione d’inchiesta istituita per far luce sulle dinamiche degli scontri non portò all’incriminazione di nessun pubblico ufficiale coinvolto nell’omicidio di civili, alimentando così il malcontento nelle famiglie delle vittime e, più in generale, nella comunità palestinese d’Israele tutta. Tali sanguinosi eventi divennero un pilastro nella memoria collettiva della comunità palestinese israeliana, oltre che un turning point negativo nelle relazioni intercomunitarie all’interno dello Stato ebraico, esacerbando nei cittadini palestinesi il senso di esclusione dalla cosa pubblica. 

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Quelli che una certa retorica governativa ha contribuito a definire “arabi israeliani” preferiscono definirsi “cittadini (arabi) palestinesi d’Israele”. Sono formalmente cittadini dello Stato ebraico – a differenza dei palestinesi della Cisgiordania o di Gaza, che non godono di passaporto israeliano – ma si rappresentano in larga parte come arabi-palestinesi, rivendicando un legame di tipo nazionale (oltre che culturale, linguistico, storico) con i palestinesi dei Territori occupati e della Diaspora. Sono i discendenti di quei palestinesi che, al termine della guerra del 1948, si trovarono entro i confini del neonato Stato ebraico e acquisirono la cittadinanza israeliana. Da quel momento in poi la loro storia si divise da quella del popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania, per seguire un processo di assimilazione – ma non di piena integrazione – entro la trama delle istituzioni israeliane. Con la firma degli accordi di Oslo nel 1993 il destino dei palestinesi d’Israele si dipartì ulteriormente da quello della restante parte del popolo palestinese, poiché i negoziati non coinvolsero alcuna rappresentanza degli interessi della comunità palestinese di cittadinanza israeliana. A tal proposito, studiosi quali Dan Rabinowitz hanno parlato di “minoranza intrappolata”, per riferirsi al doppio isolamento di cui soffrono i palestinesi d’Israele, sia ad opera delle istituzioni israeliane sia da parte della comunità palestinese.

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Tuttavia, l’esclusione dagli accordi di Oslo e l’inasprirsi delle relazioni intercomunitarie a seguito degli eventi dell’ottobre 2000 hanno portato ad una proliferazione delle attività di advocacy nella società civile palestinese d’Israele, oltre che ad una maggior politicizzazione dei cittadini stessi. Il nuovo discorso politico dei palestinesi d’Israele ha iniziato, così, a porre l’accento sulla natura di minoranza nazionale indigena di tale comunità. E in ciò risentendo degli sviluppi relativi ai diritti delle minoranze nazionali e indigene nel diritto internazionale, quali la pubblicazione della “Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose o linguistiche” (1992) e della “Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni” (2007). Il ricorso all’indigenità e allo status di minoranza nazionale palestinese costituisce dunque il principale asse attorno a cui ultimamente ruotano le rivendicazioni politiche e identitarie dei cittadini palestinesi vis-à-vis lo Stato ebraico.

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Nella sua proposta di legge alla Knesset, Yousef Jabareen fa notare che la cittadinanza in Israele non è pienamente equa e condivisa perché ci sono leggi che assegnano una preferenza alla componente ebraica della popolazione. L’ultima e la più clamorosa di queste è quella adottata il 19 luglio 2018, nota come “Legge sullo stato nazione”. Oltre a promuovere lo sviluppo degli insediamenti quale “valore nazionale” e a declassare l’arabo da lingua ufficiale, la legge recita che Israele è lo Stato nazionale del popolo ebraico e che il popolo ebraico è l’unico a poter esercitare il diritto di autodeterminazione nazionale nello Stato d’Israele. Nessun posto, dunque, per l’aspirazione dei palestinesi d’Israele ad essere riconosciuti come minoranza nazionale. Il miglioramento della condizione civile e politica della comunità palestinese d’Israele, perciò, non può che passare per la negoziazione di un nuovo progetto di cittadinanza, un terreno comune alle diverse appartenenze religiose, culturali e nazionali che porti alla costruzione di un’“israelità” condivisa, di un Israele per tutti gli israeliani e non solo per gli ebrei.

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