STRATEGIC UPDATE 2020: L’AUSTRALIA RICALIBRA LA PROPRIA POLITICA DI SICUREZZA

Nel corso del mese di luglio 2020 il governo australiano ha pubblicato un documento intitolato “Defence Strategic Update 2020”: il documento si prefigge l’obiettivo di aggiornare l’ultimo Defence White Paper, risalente al 2016, ma di fatto ne è un superamento.

L’Australia è ormai a tutti gli effetti una media potenza regionale con una propria area di influenza nella regione dell’Indo-Pacifico. La nuova centralità rivestita da questa regione nello scacchiere internazionale ha cambiato notevolmente la postura dell’Australia, portandola da semplice alleato degli Stati Uniti nel Pacifico a stakeholder della stabilità regionale. Ovviamente ad innescare questo processo è stata la crescita della Repubblica Popolare Cinese, le cui intenzioni revisioniste andrebbero ad intaccare lo status quo favorevole agli Stati Uniti e a i loro alleati, compresa l’isola-continente. Negli ultimi vent’anni il governo di Canberra ha avviato un sostanzioso programma di ammodernamento del proprio dispositivo militare, discostandosi però poco dal tradizionale allineamento strategico agli Stati Uniti. L’ultimo documento del Ministero della Difesa australiano sembra però imprimere un cambio di rotta.

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L’aspetto più innovativo del documento programmatico è sostanzialmente il concetto che pone le immediate vicinanze geografiche come fulcro della politica di sicurezza di Canberra. Questa politica estera di prossimità prevede un’Australia molto più proattiva nell’uso di assetti militari, sempre con l’obiettivo di mantenere la stabilità regionale. Il Pacifico sud-orientale è infatti un’area politicamente fragile, con Stati in difficoltà che non possono combattere in modo efficace la pirateria e la criminalità transnazionale. L’Australia è attualmente impegnata in diverse missioni nell’area, sia di stabilizzazione che di capacity building, e mantiene accordi di collaborazione con numerosi Stati dell’area. Tutte queste azioni vanno lette nell’ottica di una politica estera di prossimità, che individua nell’instabilità regionale il principale potenziale pericolo per la sicurezza australiana. Per questo motivo viene anche affermato che la presenza australiana in missioni internazionali sarà comunque subordinata agli interessi nazionali, andando quindi a modificare il tradizionale ruolo australiano di supporto all’alleato principale (Regno Uniti prima, Stati Uniti adesso). Un ulteriore aspetto innovativo è rappresentato dai tre obiettivi strategici dichiarati: Shape, deter, respond. Il primo è plasmare l’ambiente strategico circostante, in modo da renderlo favorevole agli interessi australiani; il secondo sottolinea l’importanza delle capacità di deterrenza delle forze armate del Paese, che devono essere in grado di far desistere attori ostili ad intraprendere qualsiasi azione ostile verso di esso rendendo il costo delle operazioni troppo alto. Infine, il terzo obiettivo è lo sviluppo di un dispositivo militare credibile e pronto all’utilizzo in qualsiasi momento in risposta ad eventuali pericoli. Nello specifico, questi obiettivi potrebbero suggerire nuove acquisizioni future nel comparto missilistico: i sistemi missilistici antinave consentono di tenere lontano dalle coste eventuali gruppi ostili e sono ormai diffusissimi tra i Paesi rivieraschi dell’Indo-Pacifico, Cina in testa.

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La terza grande novità è l’enfasi posta sulle cosiddette greyzone, ovvero tutte le azioni ostili a bassa intensità intraprese da attori non necessariamente statali volte a danneggiare il Paese tramite mezzi convenzionali e non. L’area dell’Indo-Pacifico, specialmente nella sua connotazione marittima, è teatro di numerose greyzone activities, portate avanti specialmente dalla Repubblica Popolare Cinese. Molti esempi sono riscontrabili nel Mar Cinese Meridionale, dove ad esempio il governo di Pechino dispiega pescherecci paramilitari unitamente al naviglio militare della Marina cinese. Essendo potenzialmente ostili ma non abbastanza da superare l’idealistica linea rossa che separa la pace dalla guerra, queste azioni vanno gestite con altrettanta perizia per non generare una pericolosa spiralizzazione del conflitto. Per rispondere efficacemente a questi rischi, l’Australia prevede di modificare la propria composizione delle forze, adeguandosi tramite il potenziamento delle capacità ISR (Intelligence, surveillance, reconnaissance) e delle capacità cyber. L’analisi del Defence strategic update 2020 è la prova di un’Australia che comincia a percepire sé stessa come potenza regionale. L’alleanza con gli Stati Uniti resta centrale nella politica estera di Canberra, ma allo stesso tempo si comprende che i cittadini australiani in divisa saranno impiegati maggiormente nelle aree limitrofe e non in missioni internazionali a guida statunitense come quelle nel Medio Oriente. Diventando un importante security providernell’area del Pacifico, l’Australia potrà anche aspirare ad avere una maggiore voce in capitolo nell’asimmetrica alleanza con gli Stati Uniti e anche in riferimento al dialogo strategico con altri partner come India e Giappone.

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Questa politica di sicurezza di prossimità implica anche grosse modifiche nell’ossatura generale delle forze armate australiane, che dovrà giocoforza sacrificare parte della propria componente land in favore di un carattere marittimo. Questo non significa necessariamente minori fondi per l’Esercito in favore della Marina, ma una trasformazione delle truppe di terra verso una maggiore interoperabilità in contesti marittimi, ad esempio con il potenziamento delle capacità anfibie. Processi del genere devono però scontrarsi anche con decenni di tradizioni sedimentate, che possono assurgere alla dimensione di cultura strategica e influenzare profondamente le scelte di un Paese. Simili cambiamenti richiedono tempi lunghi e sforzi non banali: al semplice procurement degli assetti necessari andranno affiancati programmi di formazione ad hoc che rispecchino il cambio di paradigma.

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