IL NUOVO ACCORDO CINA-VATICANO: TRA CRITICHE E SCETTICISMO

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La RPC e il Vaticano si stanno muovendo in questi giorni verso il rinnovo di un accordo stretto nel 2018 riguardante la nomina dei vescovi sul suolo cinese. Questa decisione ha scatenato la reazione degli Stati Uniti che chiedono al Vaticano di non rinnovare l’accordo.

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Relazioni Cina – Vaticano

Le relazioni diplomatiche tra la Città del Vaticano e la Repubblica di Cina risalgono al 1942, nel pieno della guerra sino-giapponese. Dopo la vittoria del Partito Comunista Cinese (PCC) sulle forze Nazionaliste, e l’esilio di quest’ultime sull’isola di Taiwan, il Vaticano tentò di mantenere un proprio rappresentante sulla Cina continentale. Con l’espulsione dell’emissario della Santa Sede nel 1951 tutte le relazioni ufficiali tra i due Paesi sono state interrotte e per i successivi sei decenni il Vaticano ha mantenuto il proprio riconoscimento ufficiale della Repubblica di Cina su Taiwan. Con la nomina di Papa Francesco nel 2013, le relazioni hanno subito un lento miglioramento.Successivamente, il 2018 ha segnato una ripresa delle relazioni ufficiali tra RPC e il Vaticano, con la ratifica di un accordo provvisorio riguardante la nomina dei vescovi. Descritto dal Vaticano come il “frutto di un graduale riavvicinamento”, l’accordo ha incontrato fin da subito numerose critiche, incentrate sulle possibili tragiche conseguenze per tutta la Chiesa cattolica. Adesso, i due Paesi si stanno preparando a rinnovare l’accordo per altri due anni. Per il Vaticano, lo scopo di questo accordo è di superare la divisione tra Chiesa ufficiale e Chiesa illegale esistente fino al 2018 in Cina. Per i cattolici cinesi, stimati tra i 10 e i 12 milioni, professare la propria religione comportava la scelta tra la Chiesa “patriottica” approvata dallo Stato, ma non riconosciuta dal Vaticano e la Chiesa “clandestina” riconosciuta dal Papa ma considerata illegale dal governo. Anche se i termini specifici non sono mai stati resi pubblici, l’accordo consiste in un tentativo di affrontare uno dei principali punti di controversia e cioè la nomina dei vescovi. Infatti, se da una parte la Cina non accettava i vescovi nominati da un potere esterno, dall’altra il Vaticano rifiutava di riconoscere i vescovi ordinati dal PCC che venivano scomunicati dalla Chiesa cattolica ufficiale. Con questo accordo, la Chiesa riconosce il ruolo del Partito, e quindi dello Stato, nella nomina dei vescovi cinesi mantenendo però il diritto di veto sulle sue scelte.

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Oltre l’accordo

Per la Cina la distensione dei rapporti con il Vaticano su questioni puramente religiose rappresenta unicamente un pretesto per raggiungere quello che è il suo obiettivo finale: il riconoscimento ufficiale diplomatico della Repubblica Popolare Cinese da parte del Vaticano a discapito di Taiwan. Infatti, nonostante Taiwan sia de facto un Paese indipendente, sono pochi i Paesi che lo riconoscono ufficialmente ed è considerato dalla Cina come parte dei suoi territori, secondo la One China Policy, che vede come irrinunciabile l’unità territoriale del Paese, includendo anche Macau, Hong Kong e Taiwan. Negli ultimi anni, diversi Paesi hanno spostato il proprio riconoscimento diplomatico da Taipei a Pechino, grazie a una campagna persuasiva sempre più efficace da parte della RPC. Ultimi tra questi sono stati, nel 2019, il Burkina Faso, El Salvador e la Repubblica Dominicana, abbassando a 15 il numero di Paesi che riconosce ufficialmente Taiwan come Repubblica di Cina. Il Vaticano, primo Paese a riconoscere Taiwan nel 1942, è oggi l’ultimo in Europa ad aver mantenuto la sua posizione su questo tema. Alla luce della sempre maggior determinazione di Pechino a infastidire e provocare Taipei, è facilmente comprensibile come il fine ultimo della Cina nel riallacciare i rapporti con il Vaticano su questioni religiose sia in realtà volto ad allontanarlo da Taiwan e a farlo rientrare nella propria sfera di influenza.

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Le prospettive

In quanto stato ufficialmente laico, la costituzione della RPC garantisce la libertà e la coesistenza pacifica di tutte le religioni sul proprio territorio ma, de facto, la libertà religiosa sembra essere sempre più in pericolo, come dimostrato dal trattamento della minoranza etnica uigura nello Xinjiang, regione autonoma di confine a nord-ovest del Paese abitata in maggioranza dalla etnia turcofona e musulmana uigura. Da quando Xi Jinping è salito al potere nel 2012, il controllo sui gruppi religiosi è diventato più forte nel tentativo di eliminare eventuali fonti di dissenso. Gli uiguri, detenuti senza motivo e sottoposti a veri e propri campi di rieducazione, non sono l’unico bersaglio della politica antireligiosa del PCC. Anche la Chiesa protestante, considerata illegale in quanto non approvata dal governo, è stata oggetto di forti discriminazioni con chiese chiuse ed eventi religiosi proibiti; allo stesso modo il buddismo tibetano è stato sottoposto a numerose restrizioni. Non sorprende dunque che la notizia di un accordo tra la Cina e il Vaticano non sia stata accolta con alcun entusiasmo dalla comunità internazionale, ma sia stata invece accompagnata da un grande scetticismo e da forti critiche nei confronti della Chiesa. La scorsa settimana, il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha esplicitamente condannato il trattamento dei credenti di tutte le fedi da parte del governo cinese e le crescenti violazioni dei diritti umani, aggiungendo che se il Vaticano dovesse rinnovare l’accordo con Pechino metterebbe a repentaglio la propria “autorità morale”. La critica di Pompeo è in linea con la retorica apertamente anticinese dell’amministrazione Trump che, soprattutto in vista delle elezioni di novembre, sta basando la propria campagna elettorale sulla volontà di mantenere una linea dura nei confronti della Cina.

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Le critiche statunitensi non sono state accolte nel silenzio da parte del Vaticano, che ha sottolineato la volontà di agire nell’interesse di tutti i fedeli, indipendentemente dalla nazionalità. Rimangono però dei dubbi su quale sia l’obiettivo ultimo del Vaticano nell’avvicinarsi alla RPC: è necessario tenere a mente che Pechino non accetta alcuna interferenza da attori esterni nelle proprie questioni interne, il che limita fortemente l’influenza dello Stato Pontificio sul territorio. Avere un rapporto con Pechino significa per il Vaticano giocare una partita stando alle regole cinesi, ma questo potrebbe avere delle conseguenze non indifferenti sulla sua credibilità e sulla sua immagine. Allo stesso tempo, indietreggiare sull’accordo non sembra essere più una possibilità, non se il Vaticano vuole proteggere i propri fedeli in Cina attraverso una relazione positiva con Pechino.

 

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