IL LATTE EUROPEO CHE METTE IN GINOCCHIO L’AFRICA

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Continua l’export europeo di prodotti caseari a basso costo e di scarsa qualità che sta mettendo in crisi il settore africano del latte.

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“Ho provato a vendere il mio latte, ma il più delle volte finisce per essere gettato via. Fa male. Il latte che buttiamo potrebbe essere dato ai vitelli o ai nostri bambini”. Con queste parole Hamidou Bandé, Presidente dell’Unione Nazionale dei pastori del Burkina Faso sottolinea le difficoltà che il settore caseario dell’Africa Occidentale si trova a fronteggiare ormai da diversi anni. L’esperienza di Bandé, infatti, ricalca quella di molti altri produttori africani che si vedono sempre più spesso costretti a macellare il loro bestiame e buttare via il latte, a causa dell’insostenibile competizione con i produttori europei. Da diversi anni, di fatto, le multinazionali europee del latte esportano nei mercati africani prodotti a basso costo e di scarsa qualità, derivanti da scarti dal latte vaccino “arricchito” con oli vegetali – prevalentemente olio di palma. La testata online POLITICO, in un’inchiesta condotta nell’arco di sei mesi in Burkina Faso, Mali, Mauritania e Senegal, ha evidenziato l’impatto preoccupante che questi export stanno avendo sia sulle industrie lattiero-casearie di quell’area, sia sui generali livelli dell’alimentazione della popolazione. In particolare, questi prodotti surrogati del latte, oltre ad essere nutrizionalmente inferiori rispetto alle alternative di produzione locale, presentano anche problematiche ambientali, legate ai fenomeni di deforestazione messi in atto in Indonesia e Malesia per rispondere alle richieste commerciali di olio di palma. Ma facciamo un passo indietro. Il cambiamento climatico che da anni interessa questa regione ha costretto intere comunità alla migrazione, spingendo gli stessi pastori ad abbandonare i pascoli tradizionali per cercare nuove fonti d’acqua. Inoltre, la minore capacità produttiva delle mucche africane – una mucca africana produce circa 4 litri di latte al giorno, contro i 28 di una europea – contribuisce a rallentare il processo di produzione generale del settore. A queste sfide, vanno sommate le pressioni dei concorrenti europei, che a seguito della fine del regime di “quote latte” avvenuto nel 2015 hanno dovuto cercare nuovi mercati dove riversare il prodotto in eccedenza. D’altronde i dati del settore indicano l’UE come maggiore produttore mondiale di latte vaccino, seguita da Stati Uniti e India. L’Africa, grazie al minor potere d’acquisto e la rapida crescita della sua popolazione, è stata immediatamente identificata come mercato ideale, seguita da Medio Oriente e Asia.

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Già a partire dal 2009 si è registrato un incremento degli export relativi alle preparazioni alimentari che dall’Europa raggiungono l’Africa, anche grazie ai numerosi sussidi che i produttori europei ricevono dall’Unione. Alcuni governi africani hanno risposto introducendo tariffe elevate sui prodotti freschi – latte, formaggi, etc. – ma non su prodotti come latte in polvere e latte concentrato, ritenuti indispensabili per le fasce più deboli della popolazione. A tali prodotti viene infatti riservata una tariffa più bassa, che negli anni è stata percepita dai produttori europei come la porta d’accesso al mercato africano. Aziende pioniere come Ornua e Lakeland, ma anche Danone, Nestlé e FrieslandCampina hanno iniziato a esportare una sostanza simile al latte, ricavata dall’aggiunta di olio di palma o derivati vegetali al siero del latte. In Burkina Faso gli import di questi preparati alimentari sono passati dalle 1.529 tonnellate registrate nel 2009 a 8.176 tonnellate nel decennio successivo. In Senegal le quote sono aumentate, nel biennio 2017-2018, da 65.529 tonnellate a circa 85.981 tonnellate di prodotto, mentre la Nigeria le ha quadruplicate negli ultimi 17 anni, raggiungendo le 94.464 tonnellate nel 2019. A tal proposito, la FAO ha definito la tassazione riservata alle preparazioni alimentari troppo debole rispetto ai sussidi elargiti ai produttori occidentali, sottolineando quanto il ruolo dell’Unione sia rilevante nel vantaggio competitivo europeo. Sebbene in passato Bruxelles abbia riconosciuto come le esportazione europee di latte e pollame verso i paesi africani siano spesso più economiche degli equivalenti locali, il Commissario Europeo per l’Agricoltura Phil Hogan ha definito “fake news” l’accusa di danneggiare le popolazioni locali attraverso l’esportazione europea di prodotti surrogati del latte, sottolineando che la presenza europea nel settore non è così rilevante. Eppure, solo nel 2018 le esportazioni mondiali dell’Unione Europa di latte scremato in polvere hanno raggiunto le 821.757 tonnellate, con 277.565 tonnellate destinate al continente africano, di cui 46.057 nei paesi dell’Africa Occidentale. Ciò significa che circa un terzo delle esportazioni europee è diretta in Africa, a contrasto con quanto dichiarato dal Commissario Hogan. Anche sull’utilizzo di grassi vegetali Bruxelles si era schierata dalla parte dei produttori europei, sostenendo che questa scelta offra ai consumatori africani beni più accessibili, oltre a garantire maggiore resistenza del prodotto alle condizioni climatiche.

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Le vittime di questo meccanismo sono i lavoratori del settore lattiero-caseario, in particolare le donne, con conseguente aumento dei fenomeni di esodo rurale e impoverimento, oltre alla radicalizzazione jihadista giovanile, come risposta alla mancanza di lavoro. Vengono indirettamente colpiti anche i consumatori che, al contrario di quelli europei, non hanno ancora sviluppato quella consapevolezza ed attenzione che ne caratterizza gli acquisti e non sono tutelati dalle rigide norme di etichettatura del mercato europeo. Nell’aprile 2019, per opera della European Milk Board, è stato firmato un accordo tra i rappresentanti africani ed europei dei produttori dell’industria casearia, in cui veniva richiesta maggiore tutela delle produzioni locali africane e rispetto della loro dignità. Tra le proposte avanzate dall’associazione di produttori è stata anche inserita una revisione dei trattati commerciali che legano Europa ed Africa Occidentale, oltre a maggiori verifiche nella corrispondenza tra prezzi offerti e costi di produzione da parte dei produttori europei. Il paradosso che l’Africa Occidentale sta vivendo risiede nella tradizione pastorale che storicamente caratterizza queste regioni, ma che non riesce comunque a soddisfare il fabbisogno della popolazione locale, rendendola così dipendente dagli export stranieri. Questo dato è aggravato dall’incapacità dei governi di mettere in atto politiche di supporto ai produttori locali, incoraggiandoli a migliorare la qualità dei mangimi o a selezionare mandrie geneticamente più produttive e resistenti. Gli stessi produttori europei sottolineano inoltre le difficoltà strutturali relative alle aree più interne dell’Africa, inclusi i costi di input, le scarse infrastrutture e la necessità di un migliore stock genetico di bestiame.

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L’ipotesi di adottare tassazioni più rigide, a difesa di un settore in crescita, non andrebbe però a soddisfare il fabbisogno complessivo della popolazione, né tantomeno a migliorare la qualità dei prodotti importati dall’Europa. A tal proposito, è indispensabile promuovere politiche a sostegno delle produzioni locali che non vadano a distorcere ulteriormente il mercato interno, come quelle già messe in campo dal governo della Nigeria. Tali strumenti mirano alla valorizzazione ad al supporto degli allevamenti locali, in combinazione con strategie in grado di ridurre le crescenti importazioni di latte. Sicuramente, un passo imprescindibile di questo processo riguarda la realizzazione di una politica agricola e commerciale equilibrata in collaborazione con l’Unione Europea. Di fatto, sebbene le sovvenzioni europee al settore non siano più attive, gli aiuti alla filiera produttiva europea, così come la sovrapproduzione, mantengono le esportazioni economiche e permettono la sopravvivenza del dumping. Un settore lattiero-caseario saldo e ben sviluppato può rappresentare un elemento di lotta alla povertà di queste aree e presenta un forte potenziale in termini di occupazione e generazione di reddito, ma richiede il supporto delle strutture locali basato sull’attivazione di politiche di cooperazione e sviluppo che, ad oggi, sembrano ancora molto lontane.

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