CUBA ACCUSATA DI VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI DAL SUO ESERCITO IN CAMICE BIANCO

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L’immagine di superpotenza medica de L’Avana rischia di dissolversi: il Paese è stato accusato di violazione dei diritti umani nei confronti dei medici che da anni prendono parte alle cosiddette ‘Brigate cubane’

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Pochi giorni fa l’ONG Prisoners Defenders, ha presentato alle Nazioni Unite una denuncia contro Cuba. L’Avana è accusata di violazione dei diritti umani nei confronti di medici e professionisti che prendono parte alle cosiddette ‘Brigate cubane’. A partire dagli anni ’60 il governo castrista ha inviato nel mondo dei veri e propri eserciti in camice bianco. L’inizio ufficiale di queste spedizioni è datato 23 maggio 1963, giorno in cui fu inviata la prima brigata medica – composta da 56 specialisti – in Algeria, dove rimase per più di un anno. Da quel momento in poi Cuba ha dato inizio ad una vera e propria ‘missione di solidarietà’ culminata nel 2005 con la creazione di “Henry Reeve”, un contingente internazionale di medici specializzati nell’affrontare i disastri e le epidemie gravi. A partire dalla prima missione più di 400.000 professionisti hanno prestato servizio in 164 paesi dell’America Latina e dei Caraibi, in Africa, in Medio Oriente, in Asia e in Portogallo. Anche con l’arrivo del Coronavirus Cuba ha dimostrato solidarietà nei confronti del resto del mondo, inviando 15 delle sue brigate –  per un totale di 593 collaboratori – a 2 Paesi europei (Italia ed Andorra),  2 latinoamericani e 11 caraibici.

 

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Sebbene da tutti considerato un gesto altruista, alcuni reportage (di Prisoners Defenders ma anche di Amnesty Internacional e Human Rights Watch) hanno denunciato un trattamento schiavista perpetrato dal governo cubano ai danni dei professionisti inviati all’estero. L’ONU, intervenuta più volte nella questione, ha definito l’incarico dei medici come “lavoro forzato”. Infatti, secondo quanto riportato dai testimoni, il personale reclutato non avrebbe possibilità di declinare la proposta, per paura di rappresaglie. Poi, una volta arrivati nel paese ospitante, ai medici arruolati verrebbe ritirato il passaporto, dando inizio ad un vero e proprio controllo dittatoriale sulle loro vite: orari estenuanti, divieto di intrattenere relazioni personali con cittadini del paese ospitante, obbligo di partecipazione a riunioni comuniste e di fare proselitismo del castrismo. Inoltre, risulterebbe che essi siano obbligati a manipolare i dati per assicurare una resa migliore nelle statistiche e che debbano destinare al governo cubano tra il 75% e il 90% del proprio stipendio (che si aggira intorno ai 23 $ al mese). Nel caso in cui questi volessero abbandonare le missioni è fatto loro divieto di tornare in patria per un lasso di tempo di 8 anni, senza possibilità di vedere la propria famiglia o esercitare la propria professione.

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La diplomazia medica è uno degli assi della politica estera cubana: la strategia ha permesso a L’Avana di guadagnare prestigio internazionale e capitale politico, come dimostrano, ad esempio, i voti contrari al suo embargo – proposto dagli Stati Uniti nell’Assemblea Generale dell’ONU – ma anche informazioni dall’intelligence dei vari Paesi e ingenti somme di denaro, o petrolio. Resta ora da vedere se gli Stati destinatari di tali aiuti, e soprattutto l’Unione Europea (molti interventi cubani in Paesi sottosviluppati, infatti, sono stati finanziati da fondi europei), decidano di schierarsi apertamente contro queste nuove forme di schiavitù. 

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Giorgia D'Alba

Sono Giorgia e per IARI mi occupo di America Latina.
Nata a Lecce nel 1995, ho conseguito con il massimo dei voti prima la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e successivamente la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso l’Università di Torino. Ho studiato a Lisbona e a Buenos Aires ed ho partecipato ad un progetto di ricerca presso l’Istituto Sociale del Mercosur in Paraguay.

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