LA MANUTENZIONE IMPERIALE DEGLI USA E LA TATTICA DEL BALANCE OF POWER DIETRO GLI “ACCORDI DI ABRAMO” TRA ISRAELE ED ARABI DEL GOLFO

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Lo scorso 15 settembre, in una cerimonia tenutasi alla Casa Bianca alla presenza del presidente degli Usa Donald Trump, del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dei ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti (EAU) e Bahrein, è stato co-siglato l’“Accordo di Abraham”. Con esso gli EAU e il Bahrein si aggiungono ad Egitto e Giordania nella lista dei paesi arabi che hanno concluso accordi di pace con lo Stato ebraico. La firma del 15 settembre segue quella del 13 agosto con la quale Gerusalemme e Abu Dhabi hanno ufficializzato la normalizzazione dei loro rapporti bilaterali. Annunciata congiuntamente dal presidente Trump, dal premier Netanyahu e dal principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed (MbZ), quest’ultima intesa è stata a lungo preparata dai più stretti consiglieri di Trump, fra i quali Jared Kushner e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale (Nsa) Robert O’Brien.

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Dopo la firma Trump ha sottolineato come essa rappresenti un “enorme passo avanti… uno storico accordo di pace tra i nostri due GRANDI amici“, dichiarando di auspicare simili intese tra la Stella di Davide e altri paesi arabi. Da qui la mossa compiuta dal Bahrein – sul cui suolo stazionano oltre 10.000 soldati americani, nonché sede della V Flotta della Us Navy – che ha seguito Abu Dhabi, siglando un accordo di normalizzazione dei rapporti diplomatici con lo Stato ebraico – il prossimo attore a compiere il passo del riconoscimento formale potrebbe essere l’Oman, anche se il suo affermato ruolo di mediatore regionale super partes all’interno del mondo arabo sunnita e tra questo e quello sciita potrebbe ritornare utile a Washington, che quindi potrebbe aver interesse a conservarne l’immagine di terzietà. L’Arabia Saudita, patrone regionale della monarchia degli Āl Khalīfa, si è limitata a mandare avanti Manama – la cui sicurezza politica ed economica dipende fortemente dal regno dei Saud – e ad aprire il suo spazio aereo ai voli tra Israele ed EAU. Impossibilitato per ragioni politiche interne (su tutte l’opposizione di re Salman all’apertura diplomatica verso lo Stato “sionista”), dall’immagine di Stato tenutario dei luoghi sacri dell’Islam di Mecca e Medina e dal suo desiderio di ergersi a guida del mondo musulmano sunnita, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) non dispone (ad oggi) delle condizioni politiche per seguire il suo mentore MbZ, che si conferma come il vero regista dell’“asse controrivoluzionario”.

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Pronto a riscuotere dalla normalizzazione con Gerusalemme contropartite diplomatiche e militari dall’esecutivo americano sottoforma di vendita di armi – come gli F-35 e i droni avanzati Predator e Reaper – sinora vietate dalla legge americana, che impone al governo di assicurare una “superiorità militare qualitativa” ad Israele sui vicini regionali, subordinando la vendita di strumenti bellici agli Stati della regione al rispetto di questo parametro. Ciò potrebbe essere attenuato vista l’esigenza americana di bilanciare il supporto alla sicurezza israeliana con l’interesse, altrettanto avvertito, di mantenere la stabilità dei regimi arabi c.d. “moderati” (leggi alleati), esposti a possibili scossoni interni in caso di plateale abbandono della causa palestinese. Plasmando un habitat geopolitico che possa minimizzare gli effetti di reazioni arabo-palestinesi alimentate dai proxies iraniani. L’annessione di una consistente parte della Cisgiordania e della Valle del Giordano da parte israeliana avrebbe infatti potuto innescare una spirale di tensione nella regione, foriera di ulteriore instabilità. Alimentando una terza Intifada a Gaza o in Cisgiordania da parte di Hamas ovvero incursioni iraniane dal Golan attraverso gli Hezbollah libanesi.

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Quanto al Qatar, esso rappresenta la pedina più ambita da Washington tra gli stati arabi sunniti chiamati a normalizzare i rapporti con Gerusalemme. Perché il suo eventuale ingresso (ad oggi inconcepibile) nell’asse israelo-emiratino infliggerebbe un durissimo colpo alle ambizioni di espansione turca, sottraendone i vitali finanziamenti. Ed isolerebbe vieppiù l’Iran, con il quale l’emirato degli Al-Thani mantiene ottimi rapporti diplomatici ed economici. Rimuovendo così un ulteriore ostacolo alla stabilizzazione della regione e al consolidamento del fronte anti-iraniano. Da qui le
notizie trapelate da fonti interne all’amministrazione americana, secondo le quali gli Usa avrebbero intenzione di attribuire al Qatar lo status di “importante alleato non Nato” (MNNA). Condizione di privilegio che sbloccherebbe una serie di benefici commerciali e di facilitazioni nell’esportazione di tecnologie, asset e assistenza militare. In un paese strategico che già ospita ad Al-‘Udayd la più importante base statunitense in Medio Oriente, sede dello UsCent-Com. Secondo i termini dell’Accordo di Abraham, in cambio dell’ufficializzazione delle relazioni diplomatiche con Abu Dhabi e Manama, Israele rinuncia (al momento) all’annessione del 30% dei territori palestinesi del West Bank, prevista dal Peace to Prosperityil piano di pace per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese presentato da Trump lo scorso 28 gennaio 2020 come l’“affare del secolo”.

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Per “Bibi” Netanyahu l’annessione resta comunque “ancora sul tavolo”, sospesa temporalmente in cambio di un nuovo ciclo di normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo. In attesa di condizioni geopolitiche più favorevoli. Invertendo gli step cronologici con i quali arrivare ad essa. Non più la pace israelo-palestinese e la creazione di uno Stato palestinese indipendente come premessa alla stabilità regionale. Ma quest’ultima come condizione necessaria ad un accordo tra Ramallah e Gerusalemme, con la prima vieppiù indebolita ed isolata sul piano regionale. Oramai supportata unicamente e poco credibilmente da potenze etnicamente non arabe come Iran e Turchia. L’accordo raggiunto da Gerusalemme con i due emirati costituisce la cornice per rafforzare i legami bilaterali tra Gerusalemme e arabi del Golfo in un ampio spettro di settori di cooperazione e collaborazione: dagli investimenti al turismo, dalla sicurezza all’energia, dalla portualità alla cultura, dalla sanità alla tecnologia. In profondità, con esso si espone alla luce del sole quella informale e sotterranea cooperazione politica, diplomatica, economica, militare (esercitazioni congiunte, vendita di armi, trasferimenti di tecnologie dual use) e di intelligence tra israeliani, sauditi ed emiratini. Avviata da tempo sotto l’egida Usa in chiave del dual conteinment dell’Iran – con la sua Mezzaluna sciita di delegati regionali (Hezbollah, Houthi, Hamas) – e dell’asse rivoluzionario turco-qatarino, sponsordella Fratellanza Musulmana, considerata organizzazione terroristica dalle petro-monarchie della Penisola arabica, principale minaccia alla stabilità e alla stessa sopravvivenza delle loro artificiali costruzioni statali familistiche.

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Da parte americana, se il patto raggiunto sia finalizzato a salvare la “soluzione a due stati” che l’unilaterale annessione israeliana avrebbe definitivamente cancellato, oppure realizzi la volontà di rinviarla solo temporaneamente come dichiarato da Netanyahu, l’unica certezza è che non sia la questione israelo-palestinese il vero oggetto dell’Accordo di Abraham. Da più di un decennio essa è uscita dai radar delle aree di conflitto geopolitico di primario interesse per gli Usa nel vasto Medio Oriente. Così come dagli interessi nazionali emiratini e sauditi. Diciotto anni dopo l’Iniziativa araba per la pace (2002) promossa dalla Lega Araba – che prevedeva tra le altre cose l’apertura delle relazioni diplomatiche dei paesi arabi con Israele in cambio del suo ritiro dai territori occupati dal 1967 e della formazione di uno Stato palestinese sovrano e indipendente – la principale minaccia regionale è costituita ancora dall’espansione dell’influenza iraniano tra Golfo e Mediterraneo.

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L’ascesa dell’Iran in seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq (2003), lo scoppio delle “Primavere arabe” (2011) e quindi l’innesto delle insurrezioni sunnite afferenti allo Stato Islamico a cavallo tra Siria ed Iraq, scoppiate proprio in opposizione all’emarginazione politica, sociale ed economica delle maggioranze sunnite da parte degli alawiti e degli sciiti sostenuti da Teheran hanno portato quest’ultima al primo posto dell’agenda geostrategica della superpotenza. Per impedirle di assurgere a potenza egemone attraverso il vettore dello sciismo rivoluzionario, lo sviluppo nucleare e missilistico e la rete di proxies in Libano, Siraq e Yemen, Washington, nell’ottica dell’equilibrio di potenza, sostiene il blocco regionale più debole, quello israelo-saudita-emiratino, all’interno del quale Abu Dhabi emerge sempre più come il vero punto di riferimento diplomatico-militare della superpotenza, insieme al tradizionale alleato “sentimentale” ebraico.

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La mossa americana non rappresenta un game changer strategico. Ha chiara matrice tattica. Ponendosi in perfetta continuazione con il processo di maturazione imperiale inaugurato sotto l’Amministrazione Obama e proseguito negli anni di Trump. Finalizzato a chiudere la stagione a-strategica delle “guerre infinite al terrore” – costata circa 6 trilioni di dollari in 18 anni – e culminata in un costosissimo overstreching militare, nell’illusione di poter redimere il mondo a propria immagine e somiglianza, in piena hybris unipolare. Quindi, per alleggerire il peso economico, psicologico ed umano del fardello imperiale avvertito dalla popolazione americana. Provando a ridurre l’impronta militare all’estero nelle aree geostrategiche ritenute secondarie per poterla ribilanciare verso il teatro primario dell’Indo-Pacifico, dove respingere una Cina ascesa a minaccia strategica numero uno per il Pentagono. Attraverso l’uso del c.d. smart power che prevede la delega ai partners regionali sull’uso della forza terrestre per la risoluzione di conflitti d’area nei quali non sono direttamente in ballo interessi vitali americani. Con la superpotenza nel ruolo di equilibratore esterno pronto ad intervenire da remoto sfruttando lo strapotere tecnologico-militare dei suoi sistemi d’arma e di intervento rapido, le sue capacità satellitari e di intelligence planetarie e il ricorso privilegiato alla guerra economica-finanziaria.

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Ma se negli anni di Obama la superpotenza era arrivata a tollerare anche il caos per favorire un balance of powerregionale, attirando nel pantano mediorientale russi, iraniani e turchi, con Trump si assiste ad una tendenza e ad una volontà generale di stabilizzazione dell’area mediorientale e mediterranea. Volta a costruire le basi di una rete di sicurezza regionale per contenere l’Iran, nel breve termine, la Turchia, nel medio termine. Avvicinando e rafforzando ulteriormente i legami politici, militari e di intelligence tra arabi ed israeliani, anche per contenere eventuali escalation al momento di una futura annessione israeliana.

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Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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