I NOVANTA MINUTI PIÙ LUNGHI

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Quella che si avvia alla conclusione è stata una campagna elettorale atipica: il virus ha imposto le sue regole, allorché il distanziamento sociale non ha permesso ai due partiti di organizzare manifestazioni, eventi, comizi pienamente partecipati. Pertanto, quest’anno il dibattito presidenziale tra Donald Trump e Joe Biden si presenta carico di significato; per dirla all’americana, un possibile turning point elettorale. Dal 1960, quando andò in scena il primo confronto televisivo tra gli aspiranti Presidenti John F. Kennedy e Richard Nixon, i dibattiti rappresentano un appuntamento fondamentale per ogni elezione presidenziale.

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Il Presidente uscente Donald J. Trump e il candidato Democratico, ex Vicepresidente nell’amministrazione Obama, Joe Biden si ritroveranno testa a testa martedì 29 settembre, quando duelleranno in diretta nazionale dalla Western Reserve University del Cleveland. Modererà Chris Wallace, conduttore di Fox Newsed oggetto di critiche per la vicinanza della sua emittente al Presidente Trump. Gli altri due dibattiti presidenziali sono previsti per il 15 e il 22 ottobre; mentre il 7 toccherà ai Vicepresidenti designati, Mike Pence e Kamala Harris. Notoriamente, afferma il politologo Thomas Holbrook, autore dello studio “Political Learning from Presidential Debate”, “il primo dibattito è il più importante perché si tiene nel momento in cui gli elettori hanno meno informazioni a disposizione, e quindi c’è una grande platea di indecisi”. Esattamente quattro anni fa, il primo confronto televisivo tra l’outsider Trump e Hillary Clinton raggiunse 84 milioni di spettatori, record di ascolti per un dibattito presidenziale.

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È un momento elettorale che Donald Trump, grazie alla sua esperienza da personaggio televisivo, predilige, tanto che ha persino chiesto alla Commissione per il Dibattito presidenziale un ulteriore confronto con Biden. Richiesta rigettata: mai negli Stati Uniti si sono tenuti più di tre confronti presidenziali. Ci si aspetta il classico Trump battagliero, che però stavolta dovrà essere capace di difendersi dagli attacchi di Joe Biden per la pessima gestione dell’emergenza sanitaria. L’ex Vicepresidente ha dichiarato di voler evitare dispute personali con il Presidente, perché “è l’unico luogo [il confronto tv] in cui [Trump] è a suo agio”. Al contrario, Biden vuole vestire i panni di fact checker rispetto alle affermazioni del Presidente. Un proposito in rima con le parole della speaker del Congresso, Nancy Pelosi, secondo cui il candidato Dem non avrebbe dovuto sostenere alcun dibattito con Trump, reo di “essersi comportato in modo contrastante rispetto alla verità, ai dati e ai fatti”.

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Dal canto suo, il Presidente promuoverà i risultati ottenuti sul fronte fiscale e occupazionale prima dello scoppio della pandemia e la timida ripresa economica dell’ultimo trimestre. Inoltre, passerà certamente all’attacco del suo sfidante quando verranno toccati i temi delle proteste nelle strade e dell’approccio verso la Cina. Far emergere la debolezza di Biden su questi delicati argomenti è l’artificio comunicativo che meglio si sposa con i suoi più celebri slogan “Law and Order” e “America First”. Nella propaganda trumpiana il messaggio è: “Se vince il ‘debole’ Biden, gli Stati Uniti perderanno queste sfide”. Sarà un duello avvincente, in cui avrà la meglio chi svilupperà un’autentica empatia con gli elettori. In questo senso, il dibattito di martedì 29 settembre sarà uno snodo cruciale.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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