QUALE FUTURO PER LE DONNE E I FIGLI DELL’ISIS?

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La sconfitta territoriale dello Stato Islamico ha lasciato in eredità alla comunità internazionale donne e bambini, di cui molti europei, che gli Stati sembrano voler dimenticare.

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Quando nel marzo 2019 curdi e Stati Uniti dichiaravano militarmente sconfitto l’Isis nel nord-est della Siria, in seno alla comunità internazionale si è posta la fondamentale problematica di cosa fare nei confronti dei foreign fighters, quei combattenti stranieri che avevano viaggiato dai propri Paesi, molto spesso occidentali, verso Siria e Iraq per militare nello Stato Islamico (IS). I dati sono rilevanti. Le forze democratiche siriane (Sdf) hanno dichiarato di avere in custodia 57.000 prigionieri jihadisti, provenienti da 48 Paesi, divisi tra le sovraffollate prigioni e una dozzina di campi per sfollati situati nel nord-est siriano. La questione più spinosa e giuridicamente ambigua per i governi e le organizzazioni internazionali è il destino delle donne e dei figli dell’Isis, molti di origine europea, che vivono nei campi profughi. I governi europei si sono dimostrati particolarmente reticenti a permettere il ritorno in patria ai propri foreign fighters e alle loro famiglie, nonostante questa eventualità sia difficile da evitare, considerato che questi ultimi possiedono cittadinanza e passaporti nazionali regolari. Eppure, allo stato dell’arte queste persone sono in un vero e proprio limbo, interposte in una posizione di stallo tra le considerazioni giuridiche, politiche, umanitarie e securitarie dei governi.

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Nel 2016, il 14% del totale dei foreign fighters dell’Isis proveniva dal continente europeo. I Paesi più interessati dal fenomeno sono stati Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio. Poche decine sono italiani, prevalentemente donne, di cui molte hanno sposato miliziani. Tuttavia, l’Unione europea non si è premurata di definire una strategia comune in materia di rimpatrio di donne e minori provenienti dai territori in cui operava lo Stato islamico, affidandosi a valutazioni caso per caso per quanto riguardava il rimpatrio, prevalentemente di minori orfani.

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L’assenza di una politica coerente e strutturata nella comunità internazionale in merito al problema risale al momento in cui il fenomeno dei foreign fighters ha preso piede, nel 2011. Si dovrà aspettare infatti il 2014 perché l’Onu, con la risoluzione 2178, segnali la propria preoccupazione e raccomandi l’adozione da parte degli Stati nazionali, sebbene a livello territoriale, di misure di prevenzione dell’esodo e di de-radicalizzazione dei giovani “nelle città e nei quartieri”. Le Nazioni Unite, dunque, cercano di raccomandare l’implementazione di una strategia preventiva che non preveda l’uso della forza. Gli Stati, tuttavia, preferirono impedire ai propri cittadini le partenze verso i territori in questione, ad esempio sospendendo i passaporti, pur senza avere le basi legali per prendere un provvedimento che avrebbe necessitato della prova di un collegamento tra il soggetto e l’organizzazione terroristica.

 

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L’inadeguatezza statale, soprattutto europea, si ripresenta adesso. La Turchia ha già iniziato da mesi a rimpatriare i foreign fighters detenuti sul proprio territorio. I circa 1.200 combattenti presenti in Turchia, la maggior parte dei quali catturati durante una delle ultime incursioni nel Rojava, sono un pesante strumento di negoziato politico per Ankara, che sa bene come fare pressione sui governi europei. Non è la geopolitica, tuttavia, la principale chiave di lettura della questione, bensì il diritto internazionale e umanitario rivolto, in particolar modo, nei confronti delle donne e dei minori, il cui diritto al rimpatrio non può essere disatteso. Per il diritto internazionale vige inoltre il divieto per gli Stati di rendere un proprio cittadino apolide, divieto che alcuni Stati hanno aggirato, revocando la cittadinanza ad alcuni foreign fightersper reati di terrorismo, a chi aveva una doppia cittadinanza, o agli individui che l’avevano ottenuta per naturalizzazione.

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Il campo di al-Hol

Dal punto di vista umanitario, inoltre, le condizioni in cui versano questi individui nei campi profughi sono tali da aver portato all’appello per il rimpatrio numerose organizzazioni internazionali. Rappresentazione esemplare della difficile condizione vissuta dai familiari dell’Isis è l’infernale campo di al-Hol, nel governatorato di al-Hasaka, dove vivono 70.000 persone tra sfollati Sirio-iracheni e famiglie dei miliziani, di cui l’Unicef stima il 90% siano donne e bambini. Di questi bambini, 20.000 sarebbero siriani, il resto appartenenti a 62 diverse nazionalità. La maggior parte dei bambini sono sotto i 12 anni, e sono stati testimoni di violenze efferate, nonché vittime di traumi causati da scontri armati, bombardamenti e combattimenti. Secondo i dati di Save the Children, 750 bambini sarebbero di origine europea e, quindi, hanno il diritto di essere rimpatriati in Europa.

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Nel campo di al-Hol, in cui le tende scarne sono esposte alle desertiche e lunghe estati, al gelo invernale e al fango delle piogge torrenziali che tormentano la popolazione, le condizioni igienico-sanitarie sono estremamente preoccupanti.  Si stima che, nel 2019, siano morti di malnutrizione, disidratazione e condizioni proibitive almeno 317 minori, molti neonati, e oltre 200 adulti.  In particolare, “The Annex”, il sovraffollato reparto dedicato alle famiglie dei foreign fighters, ha sollevato molte preoccupazioni in merito alle condizioni di vita in quei campi, mentre ulteriori timori sono emersi a causa dei comportamenti tenuti dalle donne, ritenute le ultime custodi del califfato. Queste continuano a vivere sotto i dettami della legge islamica e a punire, anche con la pena di morte, le “apostate” che tra di loro cambiano abitudini. Le donne, inoltre, educano i propri figli in nome del jihad, del rancore e della vendetta nei confronti di chi ha ucciso i loro padri e fratelli martiri. Il reparto è separato da quello degli sfollati siriani e iracheni, vittime delle milizie, ed il clima di odio che si respira tra i diversi gruppi è tale da ritenere questi campi dei centri di radicalizzazione, nonché i laboratori delle guerre del futuro.

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Quali soluzioni?

I Paesi sono restii a farsi carico dei processi contro i foreign fighters e a rimpatriare le famiglie. L’opinione pubblica europea, soprattutto, si è schierata contro questo rischio per la sicurezza nazionale. Invero, gli appelli per il rimpatrio si sono susseguiti, in primis quello del Parlamento europeo che chiede il rimpatrio e l’educazione dei minori, nel rispetto del principio del superiore interesse del fanciullo e con la consapevolezza che lasciare dei minori in ambienti ad alto rischio di indottrinamento e radicalizzazionesia estremamente controproducente per la sicurezza europea. Anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2396 del 21 dicembre 2017, si è occupato della riabilitazione delle donne e dei minori, considerati vittime dei terroristi e non colpevoli. In aggiunta, a spingere per il rimpatrio è anche l’Amministrazione Autonoma del Rojava (AA), che sta vivendo forti difficoltà a garantire la sicurezza delle vedove e dei minori dell’Isis, a seguito degli attacchi turchi e adesso, soprattutto, a causa della la pandemia.

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Dopo mesi in cui gli Stati europei hanno fatto pressioni per far giudicare questi soggetti nei Paesi in cui hanno commesso i crimini, seppure questa sia una soluzione impossibilitata per il divieto di far giudicare un proprio cittadino in Stati in cui potrebbe essere torturato e/o in cui potrebbe subire trattamenti inumani e degradanti o incorrere nella pena di morte, pare che si sia trovata una soluzione di compromesso, certo di difficile attuazione, su suggerimento di Francia e Qatar. Si tratta della possibilità di istituire un tribunale internazionale ad hoc per processare questi casi, non solo per terrorismo, ma anche per crimini contro l’umanità, di guerra e di genocidio, in quanto, per Eurojust, l’Isis non è solo un’organizzazione terroristica, ma anche parte coinvolta nel conflitto armato in Siria e Iraq. E’ opportuno ricordare, tuttavia, che non tutti coloro che hanno un legame con i miliziani sono terroristi e, parallelamente al trovare una soluzione per processare i foreign fighters, sembra forse ancora più urgentetrovare una politica europea comune e coerente, in merito al rimpatrio di donne e minori, non solo per obblighi e valori umanitari, ma anche per non perdere l’opportunità di riabilitare soggetti che altrimenti rischiano di alimentare il fuoco dei conflitti di domani.

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Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata, analista per IARI di Diritto Internazionale e diritti umani. Laureata in Mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli studi di Napoli l’Orientale, con una tesi sulla tutela dei diritti umani nel sistema giuridico islamico, sono attualmente laureanda magistrale in Relazioni Internazionali per l’area MENA nello stesso ateneo, redigendo la mia tesi sulla cooperazione strategica dell’Ue con i Paesi terzi per la gestione dei flussi migratori, e sto frequentando un Master di II livello in Politica e Relazioni Internazionali presso la LUMSA di Roma. Durante il mio percorso universitario ho avuto l’opportunità di studiare all’estero in Europa, America Latina e Nord Africa, esperienze preziose che mi hanno aiutata a dare forma ai miei progetti accademici e lavorativi.

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