L’ORO NERO DELLA GUYANA: CRESCITA, CONTRADDIZIONI E PROSPETTIVE FUTURE

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In tempo di crisi economica post Covid19, l’unico Paese al mondo che continua a crescere ed arricchirsi è la Guyana, Stato poco conosciuto ma ricco di oro nero. Il Paese saprà sfuggire alla cosiddetta ‘maledizione del petrolio’?

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Sebbene la Guyana non sia uno degli Stati più conosciuti del continente americano, vale la pena approfondire quanto sta succedendo nel Paese, principalmente per le conseguenze geopolitiche che potrebbero scaturire da tali avvenimenti. Erroneamente nota ai più con il nome di ‘Guyana britannica’ – per il suo passato da colonia inglese – e spesse volte confusa con l’ex Guyana olandese (odierno Suriname) o con l’attuale Guyana francese, la Repubblica Cooperativa di Guyana è un piccolo Stato dell’America meridionale che ha conquistato l’indipendenza dalla madre patria inglese soltanto nel 1966. Con un indice di povertà del 55% – su una ridotta popolazione di circa 700.000 persone – è uno dei Paesi più poveri dell’America Latina. Ciononostante, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la CEPAL stimano che a fine 2020, in piena crisi economica da Coronavirus, questo Paese sarà capace di scongiurare lo spettro della recessione globale.

 

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La situazione attuale della Guyana può essere analizzata prendendo in considerazione 5 elementi chiave utilizzati dagli analisti della Banca Mondiale: questi ultimi, infatti, hanno cercato di comprendere come mai solo 30 Paesi (principalmente in Asia e Africa Subsahariana) continuino a registrare tassi di crescita mentre il resto del mondo è sull’orlo del baratro. Il primo elemento a favore dell’economia guianese è la sua scarsa integrazione nel commercio mondiale: ciò contribuisce a mitigare i gravi effetti prodotti dal crollo della domanda globale. Il secondo fattore rilevante riguarda la dipendenza dall’agricoltura. Infatti, i prezzi dei prodotti agricoli hanno registrato una diminuzione minore rispetto alla caduta dei prezzi dei prodotti industriali. I restanti tre elementi invece sono strettamente connessi tra loro. Gli analisti della World Bank riportano che una caratteristica comune ai Paesi capaci di sfuggire alla recessione economica è un settore terziario poco sviluppato. A questo si lega una bassa incidenza del turismo – quindi minore vulnerabilità al collasso del turismo mondiale – e contestualmente una bassa diffusione del virus. Se tutti questi elementi spiegano però i (minimi) tassi di crescita previsti per il 2020 di alcuni Paesi, tra i quali: Cina +1%, Vietnam +2%, Benin + 3.2%, Tanzania + 2.5% ed Uganda + 3,3%, essi non chiariscono del tutto come mai, secondo le stime riportate dall’ FMI, la proiezione di crescita della Guyana raggiunge il 53%, o 44% considerando gli studi della CEPAL. (Prima dell’emergenza Covid l’economia della Guyana presentava un tasso di crescita del 84%).

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COME È POSSIBILE?

La risposta all’interrogativo è semplice: oro nero. Nel 2015, infatti, al largo delle coste guianesi sono stati scoperti grandi giacimenti di petrolio che hanno permesso al Paese, a partire dal primo trimestre del 2020, di intraprendere l’export di idrocarburi. Difatti, i campi petroliferi della Guyana rappresentano una delle maggiori scoperte di greggio degli ultimi anni. La ExxonMobile – una delle principali compagnie petrolifere statunitensi di importanza mondiale (conosciuta nel mercato europeo col marchio Esso) – ed artefice della scoperta di greggio al largo delle coste della Guyana, prevede di produrre entro il 2025 più di 750 mila barili giornalieri di petrolio.  La compagnia petrolifera americana non è stata la sola ad investire nel Paese. La Cina – già presente sul territorio con il fine di realizzare un collegamento stradale da Manaus (nord del Brasile) alla Guyana, accorciando in questo modo la rotta di navigazione lungo il Rio delle Amazzoni – possiede, attraverso la petroliera cinese CNOOC, una quota del 25% nel blocco Starbroek della ExxonMobil.

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CONTRADDIZIONI

L’estrazione di greggio guianese da parte della compagnia Esso è facilitata dall’assistenza tecnico – finanziaria fornita alla Guyana dalla Banca Mondiale. Il sostegno di quest’ultima all’industrializzazione dei giacimenti di greggio nel Paese rivela, però, una duplice contraddizione: la prima riguarda i propositi notificati dalla Guyana per il cambiamento climatico; e la seconda il rispetto della World Bank dell’Accordo di Parigi. Il piccolo Paese sudamericano, nel 2017, aveva presentato The Green State Development Strategy: al centro della suddetta vi è l’intento di rendere verde ed inclusiva la trasformazione strutturale dell’economia della Guyana e di attuare le misure necessarie per garantire al settore estrattivo una sostenibilità ambientale. In linea con tale obiettivo, è stata stipulata tra la Guyana e la Norvegia una partnership di sette anni per un fondo di investimento: REDD+, Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation. Analogamente, la Banca Mondiale – attraverso una nota diffusa da One Planet Summit – aveva affermato che a partire dal 2019 avrebbe interrotto i finanziamenti dedicati all’estrazione di gas e petrolio. A quanto pare però la Guyana risulta essere un’eccezione poiché il Paese è destinatario di un finanziamento da 20 milioni di dollari finalizzato al supporto nella gestione e nello sviluppo delle risorse petrolifere (55 milioni in totale se si sommano i sussidi erogati nel 2018).

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RIPERCUSSIONI POLITICHE

Come già detto in precedenza, la Guyana è uno dei Paesi più poveri dell’America Latina. La sua economia, prima della scoperta dei giacimenti petroliferi, si basava in particolar modo sulla produzione dello zucchero – settore quasi esclusivamente di proprietà dello Stato. Oggi, il Paese si trova a stravolgere la struttura della propria economiatralasciando il settore agricolo e focalizzando la propria attenzione sul futuro da gigante petrolifero. Tutto ciò ha delle ripercussioni anche nella vita politica del Paese. Nel marzo scorso si sono tenute le elezioni per la scelta del Presidente e l’intera campagna elettorale si è concentrata sulla concessione dei pozzi di petrolio, elemento cruciale sul quale si costruirà il futuro economico del Paese. Da un lato il PPP, People’s Progressive Party – partito storico guianese, propaggine del vecchio Labour Party coloniale e formato principalmente da indo guianesi – il quale spingeva per la rinegoziazione del contratto con ExxonMobile, giudicato troppo a favore di quest’ultima. Dall’altra parte, invece, il PNC, People’s National Congress – nato dalla scissione del PPP e composto dagli afro guianesi, la seconda etnia del Paese. Nonostante l’elezione del presidente uscente David A. Granger, nel 2015, abbia segnato la prima sconfitta storica del PPP dopo 23 anni consecutivi al potere, il Partito Progressista è riuscito nel 2020 a ritornare nella Sala dei bottoni con la vittoria dell’ex ministro del turismo Irfaan Ali (il risultato finale a livello nazionale è arrivato soltanto nel mese di agosto per via di irregolarità nel conteggio dei voti perpetrate dal PNC e sulle quali si è espressa la Corte Suprema della Guyana che ha proceduto con il ricalcolo definitivo). Appena insediata, la nuova amministrazione a guida PPP ha iniziato a mettere a punto un piano per garantire che i proventi del settore petrolifero possano coinvolgere tutte le risorse del Paese e quindi rappresentare un’opportunità di crescita per l’intera Nazione.

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PROSPETTIVE FUTURE

D’accordo con quanto affermato a BBC Mundo dall’ambasciatore statunitense in Guyana Perry Holloway, nel 2025 il Paese sudamericano potrebbe essere il più ricco dell’emisfero e potenzialmente del mondo – dato che il PIL aumenterà tra il 300% e il 1000% su una popolazione di appena 700.000 persone. Sebbene questa prospettiva possa suonare promettente ed incoraggiante, bisogna ricordare che la scoperta di giacimenti di petrolio in altre parti del mondo ha generato una ricchezza riservata a pochi, a discapito di un aumento sostanziale della corruzione (già fortemente presente in Guyana) e, a lungo andare, della povertà. In quest’ottica, bisogna prestare attenzione al c.d. “Dutch disease”, il male olandese: un fenomeno per il quale la presenza di un settore industriale trainante per il PIL e con un fortissimo successo nel settore delle esportazioni aumenta il valore della moneta nazionale e deprime la competitività degli altri settori. In assenza di politiche a lungo termine e di investimenti diretti a rafforzare gli ulteriori settori economici del Paese, lo sviluppo della Guyana potrebbe rivelarsi una mera illusione sostenibile solo attraverso un ingente – e continuativo – ricorso ai petrodollari. Il Venezuela insegna.

 

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Giorgia D'Alba

Sono Giorgia e per IARI mi occupo di America Latina.
Nata a Lecce nel 1995, ho conseguito con il massimo dei voti prima la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e successivamente la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso l’Università di Torino. Ho studiato a Lisbona e a Buenos Aires ed ho partecipato ad un progetto di ricerca presso l’Istituto Sociale del Mercosur in Paraguay.

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