IL TRAMONTO PALESTINESE

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Istituzioni e organizzazione politiche della Palestina sono sempre più delegittimate da un Medioriente che si sta plasmando senza prenderle in considerazione. E la colpa è soprattutto la loro.

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Vi sono momenti nella storia delle relazioni internazionali che – più di altri – mettono a fuoco con particolare precisione l’evolversi lento dei rapporti fra Stati, delle mutate alleanze strategiche, del meticoloso lavoro delle diplomazie e, nel loro insieme, degli equilibri geopolitici di una determinata porzione di mondo.
Era stato così quando nel 1994, sul manto verde della White House di Washington, i fotografi immortalavano Bill Clinton, padrone di casa, Yatzhak Rabin, Primo Ministro dell’epoca di Israele, e Yasser Arafat, Presidente e leader dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina, stringersi le mani per quelli che divennero famosi come gli Accordi di Oslo. Uno scatto molto simile a quanto avvenuto la settimana scorsa, quando – sempre nella cornice della Casa Bianca –  hanno siglato un accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Israele da un lato ed Emirati e Bahrein dall’altro, rappresentati rispettivamente dal premier Benjamin Netanyahu dai ministri degli esteri Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Bahrein Khalid bin Ahmed bin Mohammed Al Khalifa.

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La normalizzazione dei rapporti diplomatici fra Emirati Arabi Uniti e Israele, benedetti dal placetdell’amministrazione a stelle e strisce a firma Donald Trump, è il segno più marcato di nuove traiettorie che stanno ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente. Trump ha salutato l’occasione, sostenendo che la firma degli accordi di Abraham “cambierà il corso della storia” e segnerà “l’alba di un nuovo Medio Oriente“, Netanyahu, invece, ha descritto la giornata come un “perno della storia, una nuova alba di pace“. Effettivamente si ha l’impressione che muovimenti storici stiano prendendo forma, da Tel Aviv a Abu Dhabi, passando per Manama. Ad esserne sempre più annichilite, delegittimate ed esautorate sono le istituzioni palestinesi che, proprio dagli accordi del 1994, avevano ritrovato vigore. Le triangolazioni fra le varie capitali del golfo, però, gettano nuovamente in un cono d’ombra i futuri progetti di irredentismo palestinese, naufragato anno dopo anno dai molteplici errori commessi dalle istituzioni palestinesi in primis, ANP – l’Autorità Nazionale Palestinese di cui Arafat fu principale artefice –  e Hamas fra tutte. È comunque vero che la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein ufficializzata questa settimana è la certificazione di un processo in corso silenziosamente da anni per ragioni che prescindono dall’amministrazione Trump. È vero che non rappresentano tanto lo scenario di una “pace” in Medioriente quanto della vittoria di un fronte e della sconfitta dell’altro (l’Iran ma soprattutto i palestinesi, che sbagliando ogni cosa fosse possibile sbagliare sono riusciti a fare sbuffare di insofferenza persino il mondo arabo).

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 È vero che i tre paesi coinvolti negli accordi hanno grandi interessi perché Trump venga rieletto, e quindi vogliano dargli una mano. Gli indizi di una così decisa virata da parte di due Stati arabi verso il “confine” israeliano, però, si poteva cogliere già da qualche anno: si prenda ad l’alta missione presso l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili ad Abu Dhabi aperta da Israele nel 2015, o la visita di Stato dell’allora Ministro Regev  alla Grande Moschea emiratina nel 2018, o l’invito ricevuto da Israele per l’Expo di Dubai del 2020. In egual modo, seppur in maniera più timida, aveva agito il Bahrein, che ha una comunità ebraica piccola ma sostenuta, con uno dei suoi membri che serve come ambasciatore del paese negli Stati Uniti dal 2008 al 2013. Legami e connection che indicano l’orizzonte delle nuove alleanze strategiche. Il particolare per il Regno di Re Hamad bin Isa al-Khalifa che, tramite i recenti accordi, può implementare il proprio arsenale, accedendo alla tecnologia militare israeliana come il sistema di difesa missilistica Iron Dome, e lubrificare la cooperazione in materia di economia, salute e turismo. Risultati che, se raggiunti, sarebbero molto apprezzati anche dalle parti di Riyad, capitale dell’Arabia Saudita, che – dietro le quinte – è l’attore più soddisfatto del consolidamento dei rapporti fra paesi del Golfo e Israele, tassello fondamentali nel mosaico anti-iraniano della corona dei Saud.
Il Bahrein è da tempo sotto la tutela dell’Arabia Saudita, in particolare da quando quest’ultima ha aiutato Manama a sedare le rivolte della componente sciita del paese, quella che – verosimilmente – tende sempre un orecchio alle indicazioni in arrivo dalla Repubblica Islamica dell’Iran.
La fresca collaborazione fra Bahrein e Israele, infatti, potrebbe essere “la mossa del cavallo” di Riyad in attesa che, con il giusto tempismo, si avvicinino sempre di più anche Arabia Saudita e lo Stato della stella di Davide.

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Un turbinio di intrecci che relega in un angolo le prospettive di spazio politico per le rappresentanze palestinesi, sia quelle più moderate, sia quelle meno.
L’ANP, a cui oggi è rimasto il controllo dei territori della Cisgiordania ed è riconosciuta in sede ONU, sopporta il peso di anni, se non decenni, di un estenuante lavoro politico che nel concreto ha prodotto ben pochi risultati, limitato da partner arabi sempre più timidi, ed un’opinione pubblica sempre più indifferente.
Hamas, che prosegue il suo lavoro di proselitismo e resistenza, ha visto nei tempi recenti assottigliarsi sponsorizzazioni e contributi: troppi i vortici neri che nel teatro mediorientale hanno catturato sforzi ed energie dei principali player dell’area: dalla Siria allo Yemen, dalla Libia al Libano, la questione palestinese è stata inghiottita da una spirale d’apatia. L’una e l’altra, a causa anche e soprattutto della sfrontatezza sia politica sia paramilitare, e delle pratiche ruvide di terrorismo messe in atte, sono state vicendevolmente nemiche, e nemiche di se stesse. Nonostante nella striscia di Gaza continui un contrasto armato allo Stato di Israele, oggi sempre più preparato tecnologicamente a sferrare attacchi aerei e di terra, la crisi identiaria palestinese si acuisce ogni giorno che passa, mentre gli insediamenti in Cisgiordania aumentano la propria tenacia, e mentre l’alleanza Tel Aviv – Washington – Riyad si stringe e solidifica. Eduard Shevardnadze, Ministro degli Affari Esteri dell’URSS e poi Presidente della Georgia, disse che “persino le Piramidi spariranno, ma non il desiderio dei palestinesi per la loro terra ”.  Per oltre un secolo è stato utilizzato ogni mezzo per realizzarlo, se Shevardnadze avesse ragione ne passeranno molti altri.

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