LA NORMALIZZAZIONE CON ISRAELE NON È UN ACCORDO DI PACE: LA VOCE DEI PALESTINESI

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Gli accordi del 15 settembre sono stati presentati come un passo importante per la stabilità e il raggiungimento della pace in Medio Oriente, ma i palestinesi, nell’indifferenza della comunità internazionale, si oppongono e scendono in piazza a protestare.

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La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein rende ufficiale una situazione de facto esistente da diversi decenni. Nonostante sia stato promosso come un evento storico per il processo di pace in Medio Oriente, l’aspetto forse realmente storico di questi accordi sta nel fatto di aver scardinato pubblicamente la solidarietà interaraba che anteponeva la risoluzione del conflitto israelo-palestinese alla possibilità di intraprendere rapporti diplomatici con Israele. A ben vedere, però, questa solidarietà non era che una flebile eco retorica della causa panaraba di stampo nasseriano, nei fatti smentita a partire dalla pace di Camp David del 1979 tra Egitto e Israele.

 

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Nonostante ciò, la risoluzione del conflitto israelo-palestinese (e arabo-israeliano) e la creazione di uno Stato palestinese erano ancora considerati una priorità dai Paesi della Lega Araba per poter in seguito intraprendere rapporti con Israele. L’Arabia Saudita si fece promotrice di questa visione attraverso l’Iniziativa di pace araba approvata dagli Stati membri durante il vertice del 2002 a Beirut: la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale, il ritiro di Israele da tutti i territori occupati nel 1967 e l’implementazione della risoluzione 194 dell’Onu per risolvere il problema dei profughi palestinesi erano le condizioni necessarie per considerare finito il conflitto arabo-israeliano e intraprendere relazioni diplomatiche con Israele. Se questa era la situazione, quantomeno ufficiale, nel 2002, oggi anche la retorica sta cambiando e la causa palestinese, già dimenticata nei fatti, sembra essere ignorata anche nelle parole. Quelli che sono stati ambiziosamente definiti accordi di Abramo (a voler richiamare una fratellanza tra i popoli delle tre religioni abramitiche) non sono affatto accordi di pace: in primo luogo, i Paesi in questione non sono mai ufficialmente entrati in guerra tra loro; in secondo luogo, nel testo degli accordi, “pace e stabilità” è uno tra gli ambiti di cooperazione individuati in senso generale, mentre non compare alcun riferimento specifico ai palestinesi o ai territori occupati. Nemmeno nell’ultimo vertice della Lega Araba si è riusciti ad inserire la questione tra le priorità degli Stati membri e, anzi, la proposta di risoluzione presentata dalla Palestina per condannare gli accordi di normalizzazione è stata rigettata e posta in secondo piano. Il messaggio è chiaro: l’iniziativa del 2002 e la solidarietà interaraba sono ormai sepolte. Se, ad un primo sguardo, questa situazione non stupisce, in quanto non fa altro che esporre alla luce del sole ciò che già avveniva nell’ombra da decenni, la conseguenza drammatica che sembra delinearsi per i palestinesi è quella di risultare ancora più isolati, ora non solo fisicamente nei territori occupati, ma anche politicamente da potenze indifferenti.

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I soli a trarre realmente vantaggio dalla normalizzazione sono Israele e gli Stati Uniti: grazie agli accordi appena firmati Netanyahu guadagna legittimità nella regione aumentando le relazioni diplomatiche in un momento di crisi politica interna dovuta, tra le altre cose, al processo per corruzione e all’emergenza coronavirus che ha portato ad un secondo lockdown in Israele, mentre Trump si propone nuovamente come peacemaker mondiale nella delicata fase finale prima delle elezioni di novembre. Quanto a Emirati Arabi e Bahrein, gli accordi faciliteranno i loro rapporti commerciali con Israele. Nonostante gli Emirati abbiano più volte evidenziato di aver fermato il piano israeliano di annessione della Cisgiordania, il fatto di aver ottenuto una mera sospensione e non l’annullamento del piano spiega l’inconsistenza di questo conseguimento. Se i leader riuniti alla Casa Bianca, parte dei media e dell’opinione pubblica hanno ignorato la sorte dei palestinesi, le proteste del popolo non si sono fatte attendere.

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La voce dei palestinesi

In seguito alla firma degli accordi di normalizzazione, centinaia di palestinesi hanno riempito le strade nelle città di Ramallah, Nablus, Hebron e della striscia di Gaza per protestare contro la normalizzazione con Israele: insieme alle bandiere della Palestina, i manifestanti mostravano cartelloni con slogan come “No alla normalizzazione con lo Stato occupante” o “Gli accordi della vergogna” e cartelloni con le foto dei premier Netanyahu e Trump, del re del Bahrein Hamad bin Isa Al Khalifa e del principe ereditario emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan cancellati da una “X” e in seguito dati alle fiamme. I palestinesi considerano questi accordi un tradimento e una pugnalata alle spalle per la loro causa e il diritto di autodeterminazione, mentre il primo ministro palestinese Mohammed Shtayyeh ha definito il 15 settembre un “giorno nero” per il mondo arabo. Le proteste sono avvenute anche fuori dalla Palestina: in Bahrein decine di persone sono scese in strada per esprimere il dissenso contro la normalizzazione e così anche a Washington D.C. dove diverse organizzazioni hanno invitato a protestare durante la cerimonia di firma. La voce dei palestinesi si è diffusa anche sul web: numerose organizzazioni della regione hanno creato la “Carta della Palestina”, un breve documento da firmare per affermare la propria contrarietà alla normalizzazione con Israele. Nel testo della Carta, che ha superato due milioni di firme, si definisce la Palestina un Paese arabo occupato e gli accordi un tradimento. Su twitter sono stati lanciati hashtag come “Il giorno nero” o “La normalizzazione è un tradimento” per mostrare solidarietà ai palestinesi. Inoltre, nei giorni scorsi i palestinesi hanno dato vita a un movimento chiamato Leadership nazionale unificata per la resistenza popolare invitando a protestare contro la normalizzazione.

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Sebbene il popolo palestinese abbia dovuto ricordare, ancora una volta, la propria esistenza, cresce il suo isolamento nella regione e la mancata opposizione agli accordi del 15 settembre dimostra l’indifferenza degli altri Paesi arabi. Quanto avvenuto conferma la tendenza in atto nello scacchiere geopolitico della regione che sembra propendere per una condizione di vantaggio in progressivo aumento per Israele, mentre i palestinesisono sempre di più in un vicolo cieco, in assenza di una leadership capace di porsi come interlocutore e costretti nei confini dei territori occupati. In questo scenario una soluzione a due Stati è inattuabile, ma la voce dei palestinesi è un monito per la comunità internazionale: se le forze politiche della regione e la comunità internazionale restano indifferenti, la Palestina avrà bisogno di nuovi alleati per rivendicare le proprie posizioni e i palestinesi dovranno puntare tutto sulla solidarietà dei popoli arabi e dell’opinione pubblica mondiale.

 

 

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