DIMMI COME GESTISTI L’EMERGENZA SANITARIA E TI DIRÒ CHI SEI. IL CASO DEL KENYA

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Wystan Hugh Auden diceva che “L’esperienza traumatica per il bambino non è un incidente, bensì l’occasione che il bambino stava pazientemente aspettando per poter dare necessità e direzione alla propria esistenza”. La sua frase, che descrive con grande realismo l’evoluzione dell’individuo, richiama, in un certo senso, le dinamiche interne degli apparati statali obbligati ad affrontare il “trauma” dell’emergenza sanitaria. Il Covid-19 infatti si è presentato come un vero e proprio shock simmetrico che ha fatto emergere limiti e deficit politico-istituzionali, non solo dell’intera comunità internazionale ma anche dei singoli ordinamenti statali. È il caso del Kenya che nella gestione della pandemia ha dovuto fare i conti con le questioni irrisolte del proprio sistema politico-istituzionale. Uno di questi è il problema della corruzione, riemerso con prepotenza a maggio, quando un gruppo di religiosi ha denunciato, all’agenzia Fides, la mancanza di trasparenza da parte dell’autorità politica nella gestione dei fondi destinati all’emergenza coronavirus.

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La lettera, inviata dall’organizzazione Dialogue Reference Group, che riunisce i rappresentanti di tutte le confessioni religiose del Kenya, aveva messo in luce la totale mancanza di trasparenza sull’uso dei 190 miliardi di scellini keniani (corrispondenti a circa 1.482.000.000 euro) ricevuti dalla Banca Mondiale. In particolare era stata evidenziata l’assenza di un portale informativo che garantisse l’accesso alle notizie sui fondi disponibili, sull’acquisizione dei materiali e sulle modalità di assegnazione degli appalti. In seguito quattro funzionari della contea di Kilifi sono stati arrestati, con l’accusa di aver manovrato un appalto finalizzato alla costruzione di un centro per pazienti con sintomatologia da Covid-19, mentre la Commissione etica e anticorruzione ha messo sotto inchiesta il governatore della contea di Bungoma, Wycliffe Wangmati, per sospetta speculazione sui prezzi degli strumenti sanitari[i].  Nonostante il Presidente Uhuru Kenyatta abbia cercato di fronteggiare la crisi, garantendo alla popolazione la volontà di fare chiarezza, i fatti denunciati hanno posto l’attenzione sulle disfunzioni istituzionali del Paese. Secondo l’agenzia Fides, tra l’altro, un funzionario di alto livello, che ha preferito mantenere l’anonimato, aveva commentato la vicenda dichiarando la totale mancanza di notizie, su quello che avviene nel Paese, e l’impossibilità di sopravvivere nel caso in cui si tenti di diffonderle.

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L’uragano mediatico che ha travolto il Paese quindi mette in luce quelle che sono le debolezze della struttura politica del Kenya, un Paese, che ha posto le basi della propria identità sulla speranza di un riscatto democratico mai avvenuto del tutto. In particolare, il 2010, segnava l’inizio della nuova Repubblica kenyota, che dopo 21 anni di tentativi era riuscita ad affermarsi con il referendum del 4 agosto e la conseguente approvazione della nuova carta costituzionale. Il testo, che manteneva comunque un sistema di tipo presidenziale, aveva immediatamente attirato l’attenzione degli esperti per il suo contenuto dalle forte tinte democratiche. Le principali novità, riguardavano: la moderazione dei poteri del Presidente; il rafforzamento dei diritti fondamentali; la suddivisione del territorio in contee. Per quanto riguarda i poteri presidenziali, in particolare, la Parte III (artt.131-151)[ii] ha definito poteri e limiti. Il Presidente, infatti, può nominare i ministri, i segretari di gabinetto, il procuratore generale, gli ambasciatori. Tuttavia le sue nomine devono ottenere l’approvazione del Parlamento. Il Parlamento, tra l’altro è stato oggetto di un’importante riforma con l’introduzione, accanto all’Assemblea nazionale, del Senato. Tuttavia le funzioni ed i poteri di quest’ultimo riguardano soprattutto le questioni territoriali ed è composto da 67 membri, rappresentanti delle contee.

 

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A questi aspetti strutturali si sono aggiunte anche due riforme importanti intorno a cui, in realtà, sono sorte immediatamente forti controversie. La prima riguardava la riforma fondiaria che ha definito modalità e requisiti per l’acquisto delle terre e ha introdotto una Commissione nazionale delle terre, indipendente dal governo, con l’obiettivo di indagare sulle presunte assegnazioni illegali delle terre ad alti funzionari dello Stato. La riforma si poneva un duplice obiettivo: limitare l’estensione massima della proprietà terriera e chiedere una maggiore trasparenza alla classe politica nella gestione dei beni statali.   La seconda controversia invece era di natura etica. L’art 26 c.4 della Costituzione ha introdotto un’apertura all’aborto seppur in casi di necessità ed emergenza, incrinando in modo significativo il rapporto tra gli esponenti religiosi e la classe politica. L’individuazione di questi elementi ci permette di comprendere le aspirazioni democratiche della nuova Costituzione, e la necessità di porre fine ad anni di ingiustizie e corruzione, su cui queste si fondano. Aspetto che emerge anche dall’affermazione dell’indipendenza del potere giudiziario che viene definito, dall’art.160 indipendente, soggetto soltanto alla Costituzione e libero dal controllo da parte qualunque autorità. Tuttavia lo stato di diritto kenyota non gode di buona salute. La magistratura anche se considerata indipendente presenta forti elementi di debolezza. È sufficiente citare alcuni casi come la scelta arbitraria del Governo di non rispettare la sentenza del tribunale che, nel 2018, aveva ordinato di rilasciare Miguna Miguna, politico dell’opposizione e sostenitore di Odinga[iii], e di porre fine alla censura di alcune stazioni televisive. Nello stesso anno, inoltre, il Presidente Kenyatta ha firmato un disegno di legge che ha ridotto il budget per la magistratura, probabilmente come ritorsione in seguito alla decisione dell’Alta Corte di annullare le elezioni presidenziali del 2017.

 

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Il sogno di una svolta democratica, quindi, si è infranto di fronte a difficoltà politico-giuridiche ed economiche che hanno impedito la reale evoluzione del Paese.  Il primo riguarda la difficoltà che si incontra nell’applicare in modo rigido il concetto di separazione dei poteri in un contesto politico-statale complesso come quello del Kenya[iv]. L’atteggiamento restio delle forze politiche è del resto spinto dal timore che una magistratura troppo indipendente possa tradursi in una rottura dell’equilibrio politico raggiunto, con non poca fatica, dopo l’indipendenza.  Il secondo è stato sicuramente di tipo finanziario. L’attuazione della Costituzione è risultata troppo costosa per il Paese. I processi di riforma infatti hanno esercitato una fortissima pressione sui fondi pubblici in quanto richiedevano ingenti risorse sia finanziere che umane. Basta pensare ai costi che lo Stato si è trovato ad affrontare per l’istituzione di commissioni costituzionali e uffici indipendenti finalizzati a verificare l’operato politico e a garantire il consolidamento dello Stato di diritto. La corruzione continua, quindi, ad affliggere il Kenya, sia a livello nazionale che locale con pesanti conseguenze sul processo democratico del Paese.  A nulla è servito il tentativo di istituire la Commissione etica e anticorruzione (EACC) il cui operato è stato penalizzato, anche in questo caso,  sia dall’assenza di un potere giudiziario forte che dalla mancanza di risorse necessarie per rendere efficace il suo operato.  A distanza di dieci anni le istituzioni continuano ad attuare tentativi fallimentari nella lotta alla corruzione, sia per le reali difficoltà strumentali, che per l’assenza di un interesse forte da parte della classe politica a rinunciare ai propri privilegi. Le risorse pubbliche, del resto, sono sempre state percepite quasi come illimitate e a disposizione dei funzionari statali. Lo scandalo sulla gestione dei fondi Covid-19 non ha fatto altro quindi che portare a galla le debolezze del Paese che nei prossimi mesi dovrà affrontare non solo un’emergenza sanitaria ma anche, e soprattutto, una vera e propria crisi politica che potremmo definire strutturale. Una tendenza forse globale che ha trasformato il Coronavirus nella sindrome del “mal comune mezzo gaudio”.

 

 

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Note 

[i] http://www.fides.org/it/news/68276-AFRICA_KENYA_La_corruzione_mina_la_lotta_al_Covid_19_a_farne_le_spese_sono_i_piu_poveri

[ii] http://kenyalaw.org/kl/index.php?id=398è

[iii] https://www.reuters.com/article/us-kenya-politics/kenyan-court-revokes-deportation-of-opposition-linked-lawyer-idUSKCN1FZ0SE

[iv] https://core.ac.uk/download/pdf/234650094.pdf

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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