LA TURCHIA E LE SISTEMATICHE VIOLAZIONI DEI DIRITTI PROCESSUALI

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Da anni, in Turchia, si assiste a ripetute violazioni del diritto di difesa e del diritto all’equo processo, in un vero e proprio regime di terrore giudiziario.

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La vicenda di Ebru Timtik, avvocata curda scomparsa lo scorso 27 Agosto,  dopo un lungo sciopero della fame, assume una duplice connotazione a seconda di chi sia lo spettatore.  Morire in cella, scioperando per ottenere un equo processo appare un evento del tutto anomalo agli occhi della comunità internazionale, tanto da attirare l’attenzione dei media, eppure è ormai paradossalmente comune agli occhi della popolazione turca. Dal 2016, infatti, il governo di Erdogăn sta adottando una vera e propria strategia del terrore nei confronti di chiunque sia sospettato di far parte dell’opposizione al regime. Processi “farsa”,  condanne comminate sulla base di testimonianze anonime e contraddittorie, ostruzionismo nei confronti dei difensori, ai quali viene impedito di interrogare testimoni, solo virtualmente presenti in aula, tramite proiezione con voce contraffatta e volti oscurati, nella totale assenza di un contraddittorio. È evidente che quello che sta accadendo in Turchia non è un singolo caso di “malagiustizia”, ma veri e propri “atti di terrorismo giudiziario”, come ha dichiarato Fausto Gianelli, membro del collegio difensivo, lamentando l’evidente parzialità del sistema giudiziario turco, dipendente completamente dal Ministero della Giustizia.

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L’accusa di terrorismo

 Avvocata ed attivista per i diritti umani, Ebru Timtik faceva parte dell’associazione dei giuristi progressisti, CHD. Le cause delle quali si era occupata vedevano coinvolti comuni cittadini, insegnanti, giovani, adolescenti, tutti accomunati dalla medesima accusa: affiliazione all’organizzazione terroristica DHKP, responsabile del fallito colpo di stato del 2016. Accusata lei stessa, a sua volta, di terrorismo, viene prelevata a forza, alla fine del 2017, assieme ad altri 15 colleghi e portata nel carcere di massima sicurezza di Silivri, a pochi chilometri da Istanbul. Nel settembre del 2018, viene rilasciata per decisione del giudice che fa cadere l’accusa di terrorismo, dura  poche ore la sua libertà, appena il tempo di destituire il precedente giudice e sostituirlo con chi emetterà la sentenza di condanna a 13 anni e sei mesi. Il nuovo magistrato, Akin Gurlek, aveva accettato di accreditare testimoni anonimi e vietato la presenza di difensori, negandole, di fatto, un contraddittorio. A partire da febbraio 2020, nel tentativo di mantenere viva l’attenzione sulla condizione non solo sua, ma di oltre 300 avvocati, arrestati e condannati per terrorismo dal 2016 ad oggi, inizia uno sciopero della fame, richiedendo che si applicassero regole e principi essenziali al regolare funzionamento del processo.

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Il diritto ad un equo processo

 Il diritto all’equo processo è proclamato,  quale diritto fondamentale, a livello internazionale nel paragrafo primo dell’art 6 della CEDU, il quale statuisce che “Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole, da un tribunale indipendente ed imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti”. Per ciò che riguarda l’ambito penale, principi e regole di procedura sono specificati nei successivi paragrafi 2 e 3. Viene sancito il principio di presunzione d’innocenza, fino a quando non risulti accertata in giudizio la colpevolezza  dell’imputato ed indicati i diritti che devono essergli garantiti per l’intera durata del processo. In particolare, il paragrafo 3 lett. d  afferma che ogni accusato ha diritto di: “esaminare o far esaminare i testimoni a carico e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico”. Come chiarito, oltretutto, dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, è inammissibile la condanna che si basi esclusivamente su dichiarazioni rese in una fase antecedente al dibattimento, poiché la prova deve essere formata nel contraddittorio fra le parti. È evidente che nella vicenda in esame tali principi siano stati violati, ma ci si chiede come ciò sia stato possibile senza comportare un intervento sanzionatorio della Corte europea dei diritti dell’uomo.

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Bisogna fare un passo indietro, al luglio 2016, quando la Turchia è stata teatro di un tentativo di colpo di Stato, fallito nel giro di poche ore. Ciò ha giustificato la temporanea sospensione degli obblighi derivanti dalla CEDU e dal Patto internazionale per i diritti civili e politici, applicando le clausole derogatorie previste, rispettivamente, all’art. 15 ed all’art. 4 dei due trattati, invocabili dagli Stati qualora versino in una situazione di pericolo pubblico eccezionale. Le disposizioni trovano fondamento nella incompatibilità tra gli obblighi convenzionali e l’introduzione di misure emergenziali, finalizzate ad un immediato ed efficace contenimento della situazione di pericolo in cui si troverebbe lo Stato, il quale resta sottoponibile al sindacato della Corte, qualora essa venga adita. Durante la vigenza dello stato di emergenza, la Corte aveva ricevuto quasi 35.000 ricorsi contro la Turchia, per lo più respinti in fase di ammissibilità, sul presupposto che l’ordinamento turco offrisse ancora rimedi giurisdizionali accessibili ed efficaci come valido rimedio alle violazioni della CEDU. Dal momento che l’esaurimento dei rimedi nazionali rappresenta condizione necessaria per poter adire la Corte. Presupposto che, alla luce dei pesanti condizionamenti cui la magistratura turca è sottoposta, appare quantomeno superficiale.

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Già a partire dal marzo 2018,  i giudici di Strasburgo, pronunciatisi in merito a due cause riguardanti due giornalisti, arrestati perché sospettati di essere collusi con gli insorti e le cui accuse si basavano esclusivamente sul contenuto di alcuni loro articoli, avevano chiarito che, pur nell’accertata condizione di emergenza pubblica, il diritto alla libertà mantiene una rilevanza fondamentale negli ordinamenti democratici. Nel luglio 2018 è stata proclamata la fine dello stato di emergenza, eppure la situazione non accenna a stabilizzarsi.

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Limitazioni alla libertà di espressione.

Ad essere in serio pericolo è anche la libertà di espressione. Il partito politico di Erdogăn ha proposto una nuova leggecon lo scopo di estendere il controllo del governo, già esercitato sui giornali, anche ai principali social network. Se dovesse essere approvata, la normativa obbligherà aziende come Facebook, Twitter e Youtube a nominare un referente per la Turchia, al quale assegnare il compito di rimuovere materiale sgradito al regime. È un evidente attacco a tutte quelle piattaforme che consentono agli attivisti di rivolgersi ad una più ampia platea. Le società saranno messe con le spalle al muro, dovendo scegliere tra la cooperazione con il governo oppure la perdita dell’accesso al mercato turco. Una misura “draconiana”, come definita dal Financial Times, giustificata secondo il governo di Ankara dalla lentezza dei social network nel rimuovere contenuti illegali e violenti, che di fatto si traduce nell’ennesima riduzione della libertà di espressione. Come emerge dal Rapporto 2019/2020 di Amnesty International, stiamo assistendo ad una sistematica violazione dei diritti umani da parte del governo di Erdogăn, protrattasi ben oltre la fine dello stato di emergenza.

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Le reazioni

Numerosi i messaggi di cordoglio da parte delle associazioni di avvocati e di attivisti di tutto il mondo. In ambito nazionale, la polizia turca ha tentato di sedare le proteste, sparando gas lacrimogeni su una folla che reclamava giustizia, al grido concitato “Ebru Timtik è immortale”. Decisa è stata la condanna dell’Unione Europea, attraverso le parole del portavoce della Commissione per gli affari esteri, Peter Stano, che ha esortato le autorità turche a colmare le evidenti lacune del sistema giudiziario e porre fine alle lesioni dei diritti umani. La Turchia deve dimostrare immediatamente di adottare concreti strumenti finalizzati alla salvaguardia delle libertà fondamentali e dei diritti umani. Eppure ambiguo è apparso l’atteggiamento della Corte europea dei diritti dell’uomo, che investita della questione relativa alla scarcerazione dell’altro avvocato turco Aytaç Ünsal, in sciopero della fame da più di 200 giorni, ha rigettato, argomentando che il detenuto non sarebbe in pericolo di vita. È pur vero che a seguito dell’incontro, del 3 settembre, tra il presidente della Corte di Strasburgo, Róbert Ragnar Spanó, ed il presidente Erdogăn, la Corte di Cassazione turca ha disposto la sospensione temporanea della pena per l’avvocato detenuto, per ragioni di salute, consentendogli di nutrirsi e curarsi. La magistratura turca è stata, quindi, più liberale della Corte europea dei diritti dell’uomo, oppure questa decisione è stata frutto del persuasivo incontro tra Erdogăn e Spanó, adottando una soluzione che, di fatto, consentisse la salvaguardia dei diritti dell’uomo, senza condannare formalmente Ankara?

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