IN LIBIA È TUTTO DA DECIDERE

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Il premier tripolino Al-Sarraj ha annunciato che si dimetterà entro ottobre, mentre il generale Haftar ha disposto la riapertura dei pozzi petroliferi sotto il controllo delle sue milizie, ma a condizioni ben precise. Ci avviciniamo alla risoluzione del conflitto o il caos è dietro l’angolo?

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Fayez al-Sarraj, il primo ministro del governo di accordo nazionale di Tripoli, ha annunciato mercoledì scorso che si dimetterà entro ottobre dal suo incarico. La notizia non sorprende: aveva già fatto presagire mesi fa a un suo ritiro, lamentando di forti pressioni interne ed esterne al suo governo. Il ministro degli esteri turco ha commentato le dimissioni di al-Sarraj, dichiarando che la sua scelta accelera la strada per le elezioni parlamentari ed esecutive che si terranno nei prossimi mesi in Libia. In Tripolitana si sono svolte, nelle scorse settimane, delle proteste anti-governative. Questa era stata occasione per la ricomparsa di dissidi interni al governo di al-Sarraj, ai quali quest’ultimo aveva risposto con un rimpasto di governo teso a mediare tra gli interessi delle classi politiche della capitale tripolina e quelle di Misurata. Anche in Cirenaica, regione orientale della Libia, sotto il controllo delle truppe di Khalifa Haftar, si sono svolte di recente delle protese, proprio nella capitale del governo rivale di Tripoli, a Benghazi. Ne sono seguite le dimissioni del primo ministro al-Thinni e, questo venerdì, un annuncio importante da parte di Haftar. Il generale della Cirenaica ha dichiarato lariapertura dei pozzi e dei terminal petroliferi libici, che sono sotto il controllo delle sue milizie da gennaio, annunciando che i proventi delle esportazioni saranno divise in parti eque nel paese. Tuttavia, a due condizioni: per la durata di un mese e che i proventi non finanzino i ‘’gruppi terroristici’’ presenti in Tripolitania.

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Per quanto riguarda Ankara e Mosca, le due potenze esterne che negli scorsi mesi hanno fornito supporto logistico-militare rispettivamente ai due governi rivali, secondo quanto dichiarato dal ministro degli esteri turco, stanno lavorando a un accordo per congelare il conflitto e dividere la Libia in zone di influenza. Insomma, Turchia e Russia stanno adottando una strategia già adoperata questo marzo a Idlib, in Siria, per scongiurare il pericolo di nuove escalation tra i rispettivi contingenti militari, la cui linea di demarcazione è proprio la città di Sirte, dove si trovano i maggiori sbocchi petroliferi del paese. All’interno di questo quadro, se da una parte le recenti attività diplomatiche guidate dalle Nazioni Unite, in Marocco e in Svizzera, e la dichiarazione congiunta di cessate-il-fuoco Tripoli-Tobruk, fanno sperare a una risoluzione pacifica del conflitto, il caos è dietro l’angolo. Gli eventi degli ultimi giorni hanno messo in luce la debolezza di entrambi i governilibici, nei quali emergeranno dei conflitti intestini per la gestione dei terminal petroliferi. Inoltre, considerando la massiccia presenza di armi e mercenari nel paese, fuori dal controllo dei due governi, soprattutto nella regione meridionale del Fezzan, i molteplici vuoti di potere presenti nel paese potrebbero diventerebbero presto delle voragini. In questa nuova fase, è decisivo che tutte le parti coinvolte nel conflitto libico partecipino alla ricostruzione del paese, mostrandosi disponibili a rinegoziare le loro posizioni per creare un nuovo governo unificato e legittimo. Resta tutto da decidere e gli interessi in gioco sono tanti, sul fronte interno, regionale e internazionale.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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