LUNA PIENA SCIITA O QUALCOSA STA CAMBIANDO?

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A che punto è l’espansione della cosiddetta ‘’Mezzaluna sciita’’ in Medio Oriente, preannunciata dal re di Giordania oltre quindici anni fa? Le divisioni nate all’interno del blocco sunnita, all’indomani delle primavere arabe, stanno rafforzando l’influenza regionale iraniana o quella di Turchia e Qatar?

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Negli ultimi decenni, abbiamo assistito a un nuovo processo politicizzazione delle due principali identità confessionali dell’Islam, Sunna e Shi’a, attorno alle quali si sono allineati i principali stati della regione medio-orientale, e i rispettivi alleati internazionali, al fine di contrastare gli interessi egemonici di uno dei due blocchi. All’interno di queste dinamiche, si sono dispiegati gli eventi delle primavere arabe, e dalle fratture che ne sono derivate, si sono andate a consolidare le divisioni politico-ideologiche tra le monarchie tradizionaliste del golfo, sotto l’egemonia saudita, e il blocco islamista: nella sua declinazione sunnita, Qatar e Turchia, in quella sciita, Repubblica Islamica dell’Iran e i suoi proxy-actors presenti nel Levante arabo.

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Il pericolo di una ‘’Mezzaluna sciita crescente’’

La divisione interna all’Islam tra sunniti e sciiti risale all’indomani della morte del profeta Muhammad, ma ha assunto una rinnovata valenza politica a partire dalla fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran nel 1979 e, ancor più, asseguito dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003. La rivoluzione islamica, di natura sciita, guida da Khomeini, che invitava al ‘’risveglio islamico’’ nella regione, costituiva una fonte di instabilità per gli interessi delle monarchie petrolifere del golfo, tradizionalmente sunnite.

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Con la deposizione del regime baathista in Iraq, le figure politiche sciite in esilio, che erano state vittime di persecuzioni sotto Saddam Hussein, hanno iniziato la loro ascesa politica nel paese, forti del sostegno di Teheran e dei cambiamenti politico-istituzionali apportati da Washington, i quali avevano portato alla marginalizzazione della componente sunnita dalla costruzione del nuovo Iraq, poiché considerata tradizionalmente vicina al regime baathista di Saddam. Alla lue di ciò, le elezioni parlamentari irachene del gennaio del 2005, in cui era scontata la vittoria dei partiti sciiti filo-iraniani, avevano destato le preoccupazioni del re di Giordania Abdullah II, il quale denunciava la crescente interferenza di Teheran nella regione medio-orientale. Secondo una retorica largamente diffusa tra gli stati a maggioranza sunnita, il rafforzarsi di un governo a dominanza sciita in Iraq avrebbe portato alla nascita di una ‘’mezzaluna sciita’’ all’interno della regione, che avrebbe unito la Siria al Bahrein.

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… e di una ‘’luna piena sciita’’

Con lo scoppio delle primavere arabe nel 2011, i sistemi di governo a dominanza sciita, come in Siria e Iraq, hanno sfruttato le divisioni intercomunitarie tra sunniti e sciiti per legittimare nuove strategie repressive nei confronti dell’opposizione interna al regime: arresti preventivi e dispiego delle forze dell’ordine, al fine di neutralizzare qualsiasi forma di contestazione interna. Nel caso siriano, i manifestanti pacifici, che si radunavano nelle moschee sunnite e nelle piazze, venivano etichettati come la componente radicalizzata della società e fonte di insicurezza per il paese. Similmente ha agito il primo ministro iracheno al-Maliki, in carica dal 2006 al 2014, il quale, sostenendo che i sunniti fossero la parte della popolazione che era rimasta fedele al regime di Saddam Hussein, ha disposto l’arresto e l’uccisione di numerosi civili e figure politiche filo-sunnite. All’interno di questo clima, i brandelli di al-Qaida, presenti tra i due paesi, hanno fatto leva sulla frustrazione e il risentimento della componente sunnita della popolazione irachena e siriana, contribuendo alla nascita e all’espansione dello Stato Islamico nella terra dei due fiumi.

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L’Arabia Saudita, in qualità di monarchia tradizionale, si è posta a difesa dello status-quo della regione, rafforzando la posizione presa, sin dalla fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran, nei confronti del pericolo di un’espansione dell’influenza iraniana nella regione. Teheran, invece, come dichiarato dalla sua Costituzione, si è mobilitato in difesa dei ‘’popoli oppressi’’ e in nome del ‘’risveglio islamico’’ di cui si è fatto promotore Khomeini nel 1979, offrendo sostegno alle forze politiche e militari, di confessione sciita, presenti nella regione in funzione anti-saudita. Entrambi gli stati, per legittimare i loro interventi in stati terzi, come in Yemen e in Siria, hanno accusato l’uno di essere sponsor del terrorismo all’interno della regione, forti del sostegno dei rispettivi partner internazionali.

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Nascita e consolidamento di fratture nel blocco sunnita

I paesi del consiglio di cooperazione del golfo, a cui appartengono le monarchie petrolifere della Penisola Araba, sotto la cui influenza si trova l’Egitto, hanno imposto nel 2017 un blocco aereo, terrestre e marittimo al Qatar giustificato dal presunto coinvolgimento del paese in reti di finanziamento a gruppi terroristici presenti nella regione: al-Qaida, lo Stato Islamico e anche gruppi paramilitari filo-iraniani, come Hezbollah. La crisi diplomatica del golfo ha delineato nuovi rapporti di potere in Medio Oriente, portando a una profonda scissione all’interno del blocco sunnita, già preannunciata da tempo. Le relazioni tra Qatar e Arabia Saudita erano già tese all’indomani dello scoppio della Primavera araba, che ha dato occasione ai due stati, e i rispettivi alleati, di colmare i vuoti di potere presenti nella regione, sostenendo o meno l’ondata rivoluzionaria popolare. Si sono create così delle fratture all’interno del blocco sunnita, tradizionalmente sotto l’influenza di Riyadh, e, nuove alleanze tra gli stati isolati dal blocco egemonico saudita: Qatar, Turchia, Iran. I primi due favorevoli al rafforzamento politico-militare di forze islamiste nella regione, appartenenti alla corrente moderata dei Fratelli Musulmani, mentre sul fronte opposto si collocano gli stati del blocco regionale rivale, apertamente anti-islamisti.

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Le differenti vedute in politica estera, come è il caso di Turchia e Iran in Siria, non hanno ostacolato la stipula di accordi commerciali e militari tra Turchia-Qatar-Iran. Anzi, questi sono destinati a rafforzarsi nei prossimi mesi le loro rinnovate alleanze. Questo giugno il ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato il sostegno di Teheran al governo di accordo nazionale di Tripoli, roccaforte di Ankara in Libia, indicando anche la possibilità di un riallineamento regionale tra Ankara e Teheran nel conflitto yemenita, in cui Arabia Saudita e Iran sono in competizione. All’iniziodell’invasione dello Yemen nel marzo 2015, da parte della coalizione a guida saudita, la Turchia ha sostenuto la campagna militare di quest’ultima, opponendosi agli Houthi ma, le ultime dichiarazioni dell’Iran, mostrano una Turchia sempre più vicina all’Iran che al blocco saudita.  La questione curda costituisce un altro punto in cui gli interessi di Teheran e Ankaraconvergono: nonostante le obiezioni iraniane a qualsiasi violazione della sovranità irachena, il corpo delle guardie della rivoluzione islamica, organo militare iraniano istituito asseguito della rivoluzione islamica del 1979, ha avviato il proprio assalto da est, colpendo le posizioni del Kurdistan Free Life Party, un gruppo militante curdo che rivendica l’autonomia politica per la minoranza curda iraniana, alleato del PKK.

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Nuovi equilibri di potere in una regione in mutamento

Non considerare le divisioni che si sono andate a creare nel blocco sunnita, a seguito delle primavere arabe, non ci permette di riconoscere che è in corso una ristrutturazione dei rapporti di potere all’interno del sistema regionale medio-orientale, la quale supera le tradizionali divisioni confessionali tra sunniti e sciiti. Gli effetti di questi cambiamenti saranno la trasformazione di alcune dinamiche geo-politiche che caratterizzano alcuni conflitti in corso da anni nella regione: Yemen, Siria e Libia. Alla luce di queste riflessioni, non è possibile segnare una cesura netta tra il blocco sunnita, sotto la protezione saudita, e quello sciita, sotto la protezione iraniana in quanto, le dinamiche che hanno seguito la Primavera Araba, hanno portato alla convergenza di interessi tra Turchia e Qatar, tradizionalmente sunniti e sostenitori dell’islamismo, e l’Iran, paladino dell’Islam sciita guidato da un’ideologia rivoluzionaria.

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Il fattore ideologico costituisce solo uno degli elementi che ha portato a questi nuovi equilibri di potere, ma potrà rivelarsi fondamentale, come è stato in passato, per la mobilitazione sociale e politica da parte di Qatar, Turchia e Iran per contrastare il processo di normalizzazione dei rapporti con Israele, avviato dalle monarchie del golfo. Le dichiarazioni di Ankara e Teheran parlano di tradimento nei confronti del popolo palestinese e del mondo arabo-islamico tutto. Anche il Qatar, con toni più moderati, ha espresso il suo dissenso nei confronti di questo nuovo processo di pace, sostenendo la necessità di difendere l’autodeterminazione del popolo palestinese, minacciata da Israele, vicina al blocco sunnita guidato dall’Arabia Saudita.

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Alla lue di ciò, a circa sedici anni dalla dichiarazione fatta dal re di Giordania, preoccupato per l’estensione dell’influenza iraniana nel paese, più che di una ‘’mezzaluna crescente sciita’’ o ‘’ una luna piena’’, si preannuncia il consolidamento dei rapporti tra Turchia-Qatar-Iran  che porterà alla trasformazione di alcuni conflitti in corso da tempo nella regione, e in cui entrambi i blocchi regionali sono coinvolti con i loro proxy actors. In tutto ciò, Turchia e Qatar, nonostante l’isolamento a cui sono stati sottoposti dal blocco regionale sunnita, risultano i principali vincitori nelle guerre di procura in corso nell’area del Mediterraneo orientale e sono prossimi, forti del nuovo sostegno da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, ad estendere la loro influenza all’interno di uno scacchiere medio-orientale sempre più in trasformazione.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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