AMNESTY INTERNATIONAL HA AVVIATO UN’INDAGINE CONTRO LE FORZE MILITARI DEL MONZABICO

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Amnesty International ha avviato un’indagine che coinvolge le forze militari del Monzabico. Il fascicolo è stato aperto in seguito ad un video diffuso lunedì che ha ripreso degli uomini, in uniforme governativa, sparare ad una donna incinta mentre cercava di fuggire senza vestiti. Nelle immagini si contano fino 36 colpi sferrati contro la donna con diversi fucili Kalashnikov.  L’agenzia Reuters, nel tentativo di identificare la provenienza del video, ha dichiarato di essere stata in grado di localizzare il luogo dell’omicidio nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, dove già da tempo le forze armate sono impegnate nelle tensioni con i ribelli. Inoltre dall’audio del video emerge che, un istante prima dell’omicidio, gli uomini si sarebbero rivolti alla donna pronunciando la parola “al-Shabab”, gruppo terroristico che opera nella regione dal 2017. Tuttavia Reuters non è stata in grado di identificare gli autori del video.

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Il Ministro dell’interno, Amade Miquidade, ha dichiarato l’estraneità dei fatti delle forze armate, sostenendo con fermezza che l’atto sia stato commesso dai ribelli sfruttando le divise delle forze ufficiali del Paese per confondere l’opinione pubblica e consolidare la loro propaganda antigovernativa. Le forze di sicurezza hanno rinnegato il loro coinvolgimento in qualunque atto che possa implicare una violazione dei diritti umani, sostenendo la posizione di Miquidade. Secondo le fonti di Amnesty international, invece, dopo l’escalation di violenza, che ha visto ad agosto il coinvolgimento della città portuale Mocimboa da Praia, ci sarebbero diversi rapporti in grado di testimoniare veri e propri abusi commessi da parte delle forze armate. Nonostante l’impossibilità, al momento, di confermare con certezza le accuse dell’ONG, resta comunque alto l’allerta sulla situazione dei diritti umani nel Paese.

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Il partito Fronte per la liberazione del Monzabico (FRELIMO), al governo in modo ininterrotto dall’indipendenza, è riuscito in questi quarantacinque anni a consolidare un controllo stabile delle istituzioni. Nel 2019, tra l’altro, il partito al potere aveva firmato un accordo con il leader della Resistenza nazionale del Mozambico (RENAMO) con il fine di aprire la strada alle elezioni di ottobre. Tuttavia nei mesi successivi si sono verificati diversi scontri, tra gli oppositori e i sostenitori del governo, che sono stati soffocati dalle forze armate. Instabilità politica, tensioni territoriali e terrorismo rendono quindi l’evoluzione politico-istituzionale del Paese alquanto difficile. Secondo un rapporto di Freedom House i residenti di Cabo Delgado continuano ad essere vittime di gravi violenze da parte degli islamisti e le forze di sicurezza, dispiegate nella regione per combattere gli islamisti, sarebbero a loro volta coinvolte in diversi abusi perpetrati ai danni dei civili.  Situazione aggravata da uno Stato di diritto debole, in cui l’indipendenza giudiziaria è soffocata dal controllo del potere esecutivo causando, nei fatti, l’impossibilità per i cittadini di fare valere i propri diritti. A questo si aggiungono le gravi discriminazioni che spesso vengono perpetrate ai danni degli immigrati dello Zimbabwe, somali, cinesi, delle donne e delle comunità LGBT.

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Queste accuse ai danni delle forze di polizia, sono tra l’altro state confermate anche dal rapporto del 2019 di Human Right Watch che ha evidenziato non solo il loro coinvolgimento in gravi violazioni dei diritti umani ma anche l’incapacità del governo di proteggere i civili delle aree settentrionali. Inoltre, a causa del grave problema della sicurezza, gli osservatori e le forze destinate agli aiuti internazionali si scontrano con l’impossibilità di accedere nell’area lasciando, nei fatti, la popolazione in una situazione di totale isolamento e abbandono. Una vera e propria tragedia umanitaria impossibile da ignorare a lungo.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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