ANCHE L’AMBIZIOSA RUSSIA ARTICA FA I CONTI CON UN CONSISTENTE CALO DEL VOLUME DELLE MERCI

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Nonostante le spedizioni di LNG lungo la Northern Sea Route in direzione Cina siano state largamente anticipate e i lavori per l’avvio del progetto LNG 2 non abbiano fatto registrare rilevanti stop, anche la Russia settentrionale deve fare i conti con un rallentamento del traffico navale nei porti artici.

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Lo sviluppo e la difesa dell’artico è un tassello imprescindibile della Russia di Putin. Raccogliendo la complessa eredità lasciata dall’Unione Sovietica, che tanto aveva puntato sull’industria pesante e sul popolamento delle zone artiche, Putin immagina l’artico come fulcro della Russia del XXI secolo in termini di sviluppo economico ed infrastrutturale delle zone settentrionali e di difesa degli interessi di sicurezza militare del Paese. Un ruolo ovviamente fondamentale all’interno di questo quadro lo gioca la Northern Sea Route che funge da fattore chiave per realizzazione della strategia del Cremlino. Un progetto che, forte del progressivo e ormai irreversibile scioglimento dei ghiacci, è pensato per lavorare a pieno regime già nei prossimi anni. L’obiettivo che lo stesso Putin aveva fissato nel 2018 era di incrementare il traffico navale lungo la rotta a 80 milioni di tonnellate annue (il 2019 ha fatto registrare un volume di merci lungo la rotta per un totale di 31 milioni di tonnellate). Un programma che però a causa della pandemia in corso dovrà subire un ridimensionamento.

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Lo stesso Ministro russo per l’ambiente e per le risorse naturali Dmitrij Kobylkin sottolinea come la diffusione del Covid-19 abbia rallentato l’attività lungo tutta la rotta artica incidendo su orari di lavoro e spedizioni di petrolio e gas: “it is obvious that the pandemic has resulted in certain changes. We do not use robots to produce mineral resources and there have been problems with workers’ shifts, transportation and so on. […] Every industry is going through changes, including the oil and gas industry. The energy agenda is starting to change in many countries, including due to the Paris Agreement”.  D’altronde il Report stilato dal gruppo di lavoro Protection of the Arctic Marine Environment conferma una crescita annuale del traffico navale costante nell’area del Polar Code negli ultimi anni. Un incremento dovuto in prima istanza alla presenza di pescherecci, ma navi cargo e bulk carriers  (adibite al trasporto di carbone, ferro, cemento etc.) hanno decisamente contribuito ad aumentare il traffico navale nella zona, merito soprattutto del miglioramento infrastrutturale avvenuto lungo anche la Northern Sea Route.

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La Russian Association of Sea Trade Seaports stima per i terminal artici russi un decremento del 10.2% del trasporto merci per i primi sette mesi di quest’anno rispetto all’anno scorso con il porto di Murmansk, principale hub artico russo, in calo dell’11,2 % rispetto all’anno scorso.   La pandemia inciderà sicuramente sui piani del Cremlino per lo sviluppo della Russia artica, e come ha dichiarato lo stesso Ministro Kobylkin, l’agenda energetica sta cambiando in molti Paesi anche in vista degli adeguamenti previsti dagli accordi di Parigi. Di certo, la Russia non rinuncerà all’intensificazione del mercato petrolifero e gasifero lungo la Northern Sea Route, ma le ambiziose previsioni di anni addietro potrebbero dover subire profonde modifiche. 

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Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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