LE INSIDIE DELLA GIUSTA CAUSA NELLO JUS AD BELLUM: COSÌ CI AVVERTÌ ZOLO

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L’11 settembre di 19 anni fa l’attacco che riscrisse le regole del diritto internazionale nelle categorie della giusta causa e dell’autodifesa preventiva: ad oggi l’ammonimento del filosofo Danilo Zolo circa i possibili scenari di guerra permanente e interventismo umanitario, che ne sarebbero derivati, sembrano più attuali che mai.

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L’11 settembre 2001 verrà ricordato per sempre: non solo per la gravità del feroce attentato terroristico a danno della popolazione civile americana, ma anche per il lungo dibattito giusinternazionalista che seguì a quella data e che ad oggi continua a dettare le regole degli interventi armati nei conflitti internazionali. Sin dai primissimi anni successivi all’attentato, infatti, l’establishment americano, per mano dell’allora presidente George W. Bush, decise di intraprendere una politica estera di contrasto radicale al terrorismo -che va appunto sotto il nome di “Dottrina Bush”- nel quale per la prima volta comparì il concetto di Preemptive War: in tale dottrina Bush dichiarò la sua volontà di voler considerare sullo stesso piano i terroristi responsabili dell’attacco e gli Stati che offrivano loro asilo e supporto; questa tesi venne ribadita con parole ancora più forti nel famoso discorso al congresso del 20 settembre: “Every nation now has a decision to make. From this day forward, any nation that continues to harbour or support terrorism will be regarded by the US as an hostile regime”.

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La teoria del contesto ostile è alla base del concetto di “guerra giusta” e nasce molti secoli fa essendo riconducibile, secondo parte della dottrina internazionalista, alla pratica del “Requerimiento”, l’atto normativo dei conquistadores spagnoli che giocava sulla non conoscenza/non accettazione da parte degli indios della storia cristiana, determinandone quindi la “giusta” soggiogazione militare. Oggi come allora non si è mancato di sottolineare come l’affidamento alla guerra giusta avesse un ruolo decisivo, con il compito di attivare i meccanismi di esclusione, riconducendoli all’interno di una procedura formale. Molti sono stati gli intellettuali di tutto il mondo che hanno tentato di mettere in luce le reali conseguenze, interne e globali, di una forzatura interpretativa dei principi dello jus ad bellum: tra questi l’italiano Danilo Zolo.

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Considerato uno dei più grandi intellettuali del secondo novecento, ordinario di filosofia del diritto e fondatore del centro Jura Gentium, il giurista Zolo ha prestato molta attenzione alle condizioni del principio di diritto all’autodifesa internazionale e della guerra al terrore. Secondo il filosofo fiorentino il fenomeno dell’interventismo umanitario sarebbe un tipico prodotto della cultura europea, un istituto privo di universalità e senza alcun fondamento filosofico che lo renda razionalmente cogente. Zolo, infatti, faceva riferimento alle parole del presidente americano Bush secondo cui,  l’operazione militare Enduring Freedom  -mai autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite- sarebbe servita a ristabilire la pace, la sicurezza internazionale e la tutela dei diritti umani nei paesi considerati fiancheggiatori del terrore internazionale.

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Il concetto stesso di intervento militare finalizzato al mantenimento della pace apparirebbe infatti, in continuità lineare con una tradizione “colonizzatrice” che le codificazioni  internazionali del dopo guerra promisero di abolire per sempre, ma non solo: con le sue parole l’allora presidente divise de facto il pianeta in “noi e loro”; da una parte l’occidente e dall’altra una serie indefinita di paesi, popoli e culture rei di non essere inseriti nelle trame della pace dei popoli, una violenza intellettuale inaccettabile. “La giustizia dei vincitori”, così rinominata da Zolo, sarebbe la conseguenza immediata delle azioni belliche per il ripristino dello status quo. Essa si cristallizzerebbe di fatto in un immobilismo degli enti sovranazionali di fronte alle azioni militari manifestamente invasive che utilizzano però il ragionamento della “guerra giusta” per fini di sicurezza internazionale.Si tratterebbe, infatti, del caso della guerra in Iraq condotta contro il presunto possesso da parte del regime ba‘tista di armi chimiche di distruzione di massa la cui presenza non era stata ancora accertata (e mai lo fu) dagli ispettori della International Atomic Energy Agency, ed in violazione dei tempi e delle procedure previste dalla stessa Risoluzione 1441.

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Le conseguenze di tali attacchi sono rafforzamenti d’odio che legittimeranno le proprie “giuste azioni” estreme con altrettante motivazioni: la religione, il territorio e la difesa dell’identità, appunto. Si pensi, ad esempio, alle immediate ripercussioni dell’invasione in Iraq nel 2003 oppure alla facilità con cui  Abu Bakr al-Baghdadi proclamò nel 2014 la nascita del califfato, il primo Stato jihadista al mondo, nei territori caduti sotto il suo controllo. In tale prospettiva David Harvey individua nella cd. “guerra perpetua”, il disordine geopolitico permanente, l’esito ultimo causato dalla politica estera aggressiva dell’Occidente.

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Quando politica estera aggressiva e pretesa di universalità dei diritti soggettivi divengono strumenti per legittimare forme di espansione della cultura e degli interessi interni, siamo in presenza di un imperialismo tout court. E cosa accade nelle periferie di un impero informale? Secondo Zolo esso eserciterebbe il suo potere attraverso la manipolazione e la corruzione delle classi politiche locali, e lo eserciterebbe su territori contigui e nei confronti di regimi formalmente indipendenti. Non è difficile, dunque, contestualizzare tali lungimiranti analisi nel complesso scacchiere geopolitico contemporaneo: si pensi alla Siria,all’Afghanistan, allo Yemen, alla Liberia ed alla Libia. Si pensi anche alle profonde modifiche che la WOT (War on terror) ha apportato nel mondo del diritto: dalla Strategia Globale delle UN contro il terrorismo alle Direttive europee di contrasto al nuovo terrorismo  fino all’emanazione della L. 15 dicembre 438/2001 in combinato disposto con l’art. 270 bis del codice penale. L’importanza della prevenzione e del contrasto al terrorismo internazionale deve necessariamente camminare insieme alla piena applicazione del diritto sovranazionale: muovendosi verso quella che il professor Antony Anghie definisce “Poscolonial International Law” ed analizzando i fenomeni culturali , giuridici e sociali intrinseci ai popoli, nel rispetto del principio di autodeterminazione (interna ed esterna), di leale collaborazione e di condivisione dei valori di pace che caratterizza la storia moderna dell’umanità.

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