ZA’ATARI: IL CENTRO ACCOGLIENZA PIÙ GRANDE AL MONDO CONTRO IL COVID-19

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Za’atari, situato a nord della Giordania e al confine con la Siria, è il centro di accoglienza che ospita il numero più elevato di rifugiati siriani al mondo. Sono infatti circa 80.000 le persone al suo interno, e 150.000 mila quando si raggiunge la massima capienza, di cui più della metà bambini. Nata come una zona fornita da tende e volontari delle Nazioni Uniti nel 2012, oggi Za’atari è una vera e propria città, nonché la quarta più grande in tutta la Giordania, suddivisa in 12 distretti e con un’amministrazione ben specifica. Purtroppo, a causa della pandemia globale da Covid-19, i residenti a Za’atari sono stati anch’essi chiusi in un lockdown. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) non ha riportato casi, ma è interessante vedere come il centro abbia combattuto contro il Covid-19 e quali azioni sono stata prese per prevenire la sua diffusione. Questa analisi discuterà l’importanza del centro di Za’atari e di come il Regno della Giordania insieme alle organizzazioni internazionali abbiano fatto di tutto per prevenire i contagi all’interno dei propri centri di accoglienza. Inoltre, metterà luce su come le organizzazioni internazionali, come il UNHCR, abbiano affrontato questa pandemia e quali potranno essere le conseguenze di questo virus sui centri di accoglienza in Giordania, ma non solo.

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Za’atari

 Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Uniti registrati nel Maggio 2020, sono 76.878 i rifugiati ospitati a Za’atari e di questi il 20% sono bambini sotto i 5 anni e il 30% donne. Il centro viene amministrato dal UNHCR e il Syrian Refugees Affairs Directorate (SRAD), seguendo le direttive del Regno della Giordania, anche se godono di una grande autonomia amministrativa. Il centro è stato fondato nel 2012, su richiesta del Regno dato il grande numero di siriani che fuggivano dal conflitto, iniziato nel 2011, e dalle persecuzioni dello Stato Islamico. Ben presto, come precedentemente sottolineato, Za’atari è diventata una vera e propria città, composta anche di scuole, di centri ricreativi, ospedali e centri anagrafici. Per il Medio Oriente, Za’atari è diventato un campo da cui prendere esempio, non solo per come viene amministrato, ma anche per il suo funzionamento come centro di transizione, la sua efficacia specialmente in termini di consumo e costi, e per il sistema utilizzato nel distribuire beni di prima necessità e dare assistenza.

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La lotta contro il Covid-19

 In totale, la Giordania ospita circa 650.000 rifugiati, prevalentemente siriani, e di questi 80.000 si trovano a Za’atari, 40.000 in un secondo centro, Azraq, e il restante delle persone invece vengono ospitate da comuni e piccole città che si prestano per l’accoglienza. Dato questo grande flusso di persone provenienti da fuori il paese e che si muovono al suo interno, la Giordania ha sin da subito bloccato le entrate e uscite dal Regno, suggerendo la popolazione a non uscire di casa se non per necessità e di utilizzare maschere per il viso, il tutto per prevenire la diffusione del virus. Al-Jazeera ha riportato come ad oggi vi sono stati solamente 2.478 casi in tutto il paese e 17 morti, mostrando chiaramente come le misure preventive del Regno abbiamo avuto un riscontro positivo. Anche all’interno dei due centri di Za’atari e Azraq, secondo il sito ufficiale del UNHCR fino al mese di Aprile 2020, non vi sono stati casi registrati – dimostrando ancora l’efficienza delle politiche in atto. Ad oggi, inoltre, non risultano casi da Covid-10 a Za’atari, anche se la paura all’interno del centro rimane alta, sia per la popolazione che per le organizzazioni internazionali che lavorano al suo interno.

 

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Le Organizzazioni Internazionali e i possibili scenari

Le organizzazioni internazionali, e quelle non-governative, hanno avuto un ruolo estremamente importante per i centri di accoglienza giordani durante la pandemia globale. Molte organizzazioni hanno lavorato coprendo l’intero territorio di Za’atari, altre hanno deciso di suddividersi i distretti per aumentare sia la consapevolezza sul virus, sia l’applicazione delle direttive nazionali e internazionali sulla sua prevenzione. In particolare, Oxfam, un’organizzazione non-governativa attiva in 3 distretti e responsabile di circa 21.000 persone, ha deciso di attuare un programma di riciclo durante il lockdown per mantenere attiva la popolazione, cercare di dare uno stipendio e anche aumentare la consapevolezza di tutti sia sull’ambiente sia sul virus. Save the Children ha invece cercato di lavorare su tutto il territorio, rendendo possibile l’educazione primaria anche a casa. Una Youth Task Force è stata fondata da un gruppo di 50 giovani che hanno creato gruppi Whatsapp per dare spazio a dibattiti e forum sul tema del Covid-19 e dare sostegno virtuale a tutti i giovani con difficoltà di studio. Sidra Median Al-Ghothani, una giovane studentessa di 14 anni che aspira a diventare insegnante, ha colto l’occasione per mettere in pratica la sua futura professione, munita di mascherina e rispettando le regole sul distanziamento sociale, ha aiutato i bambini del suo distretto, senza connessione TV o telefono, a continuare a studiare. Questi sono solamente quattro esempi su come sia le organizzazioni internazionali, sia i privati cittadini, si siano mossi nella lotta contro al Covid-19 a Za’atari, consapevoli che una pandemia all’interno del centro avrebbe portato a innumerevoli contagi.

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È importante riflettere sul futuro dei centri di accoglienza come Za’atari, dato che non tutti i centri hanno avuto la “fortuna” di Za’atari nel prevenire la diffusione del virus. Il Covid-19 ha messo a dura prova le strutture come questo, mettendo luce sulle loro debolezze e sul bisogno quotidiano di coordinamento tra le varie organizzazione e altri centri vicini. Il virus ha anche mostrato come strutture dalla portata di Za’atari siano estremamente pericolose per la diffusione di un virus, data sia la situazione abitativa di molti ospiti, sia per la vita precaria e povera che molti sono costretti a vivere. Anche se Za’atari ha dimostrato la sua efficacia in termini di prevenzione, e tutti i rifugiati hanno mostrato rispetto verso le regole imposte, questo non significa che non vi sia più un pericolo. Infatti, molte strutture non hanno ripreso a funzionare, come anche le scuole e i centri ricreative, e le persone continuano – per quanto possibile – ad uscire solamente per necessità seguendo tutte le misure di prevenzione.

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Concludendo, bisogna chiedersi come centri di accoglienza con la grandezza di Za’atari possano funzionare in un futuro, dal momento in cui una sola pandemia ha messo a repentaglio il lavoro di 8 anni. Ed inoltre se, sempre in futuro, le organizzazioni internazionali punteranno a costruire un centro di accoglienza unico e grande, rispetto a tanti più piccoli e con meno ospiti. Infine, è lecito domandarsi, nonostante Za’atari non abbia configurato un problema per il Regno della Giordania, se il paese continuerà ad ospitare questo gran numero di rifugiati o se, come misura preventiva alla diffusione del Covid-19, si accorderà con il UNHCR per un ricollocamento di questi, o per una divisione in più centri – anche se ormai Za’atari si è trasformata in una vera e propria città.

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