LA DIMENSIONE D’INTELLIGENCE È IL CUORE DELLA GUERRA STATUNITENSE A TIKTOK

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L’epidemia di coronavirus ha catalizzato la rivalità strategica tra Usa e Cina in ogni dominio della competizione tra grandi potenze. A partire dalla battaglia tit-for-tat nella sfera digitale e spionistica per il controllo e l’uso strategico dei big data. Dove lo scontro tra le due “potenze del capitalismo politico” raggiunge la sua massima intensità per le dirette implicazioni e connessioni tra economia e sicurezza nazionale. Tra pianificazione pubblica ed iniziativa privata.

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Portato dell’Internet of Things (IoT) e di tecnologie (5G, intelligenza artificiale (IA), machine learning, cloud computing, robotica e biotecnologia, stampa 3D, calcolo quantistico) dall’impatto rivoluzionario sulle economie (nuovi modelli di business e di produzione; fintech), sulle società (smart cities; diagnostica sanitaria a distanza; sistemi di sorveglianza intelligenti) e sul futuro della guerra (cyberwarfare, missili ipersonici guidati di precisione in grado di superare le capacità di second-strike, armi automatiche, laser antisatellite, sciami di droni armati). In grado di conferire vantaggi strategici all’attore geopolitico che riuscirà a dominarle. Per l’assoluta importanza di reti e software sempre più connessi alle dimensioni sociali, militari e di intelligence degli Stati.

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Dopo Zte e Huawei, adesso è TikTok ad essere entrata nel mirino degli apparati di sicurezza washingtoniani. L’applicazione di condivisione video è di proprietà della società cinese ByteDance e negli States è stata scaricata oltre 165 milioni di volte – oltre 2 miliardi di volte a livello globale dal suo lancio nel 2017. Lo scorso novembre, l’app, virale tra i giovanissimi, è finita sotto inchiesta del Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti (CFIUS) per l’acquisto della piattaforma di sincronizzazione labiale Musicl.ly da parte di ByteDance, risalente al 2017. A dicembre era stata rimossa dagli apparecchi in uso al Dipartimento della Difesa (DoD), all’Homeland Security (DHS) e al Dipartimento dei Trasporti.

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Il mese scorso il Congresso ha approvato un divieto per i membri e il personale di Capitol Hill di scaricare l’app sui dispositivi emessi dal governo. E il Presidente Trump ha emanato due executive orders (in vigore dal prossimo 20 settembre) con i quali è stato disposto il divieto per qualsiasi persona, impresa o entità soggetta alla giurisdizione degli Usa di condurre transazioni (compreso il download delle app) con TikTok e WeChat. La pressione su TikTok è finalizzata a costringere l’azienda a farsi acquistare dalla cordata MicrosoftWalmart o da un’altra azienda americana – si parla di Oracle – nei mercati di Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Per sottrarle una sostanziosa fetta del suo mercato mondiale. In scia alla decisione dell’India di bandire 59 app cinesi tra cui TikTok – che proprio nel subcontinente ha il suo mercato più vasto con 611 milioni di installazioni, pari al 30,3% del totale globale. Trump, contrario all’acquisizione, ha concesso 45 giorni (scadenza il 15 settembre) per concludere il deal. Prima di espellere totalmente il social media dagli Usa. Provando anche a sabotare i colloqui con la richiesta di un una riduzione del prezzo di vendita, da destinare in parte al Tesoro statunitense, per ottenere il via libera governativo alla transazione.

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Anche la Repubblica Popolare Cinese (Rpc) ha fatto la sua mossa. Aggiungendo le tecnologie di interfaccia dell’IA alla sua lista di controlli sulle esportazioni di beni incidenti sulla sicurezza nazionale, per le quali le società cinesi devono ottenere una licenza governativa per poterli trasferire a società estere. Così provando a sabotare o a ritardare il deal, sottraendo al potenziale acquirente il valore aggiunto di TikTok e cioè gli algoritmi di riconoscimento vocale e di testo, nonché i metodi di profilazione per analizzare i dati e fornire consigli personalizzati sui contenuti agli utenti.  Nonostante l’azienda abbia cercato di dimostrare a Washington la sua estraneità al governo cinese – dichiarando che i dati personali degli utenti americani vengono conservati in data center stanziati in Virginia e a Singapore, quindi annunciando l’intenzione di abbandonare il mercato digitale di Hong Kong dopo l’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza nazionale, nonché la possibilità di spostare la sua sede al di fuori della Rpc – continua a pesare come marchio d’infamia la bandiera che porta. Washington fa leva sulla legge cinese sulla cybersecurity del 2017, il cui art. 7 obbliga i cittadini e le società cinesi a “sostenere, assistere e cooperare” con l’Intelligence sulle questioni di sicurezza nazionale – concetto sempre più dilatato, non solo nella Rpc.

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Anche al costo di accettare le accuse e le critiche di comportarsi in modo analogo a Pechino, limitando la libertà di espressione, impedendo alle aziende tecnologiche straniere (leggi cinesi) di operare nel paese, accelerando la configurazione di due Internet separati, uno a guida Usa, l’altro cinese. Per la superpotenza TikTok, al pari di WeChat, Huawei e Zte, costituisce a pieno titolo una minaccia diretta “alla sicurezza nazionale, alla politica estera e all’economia degli Stati Uniti. Tutte considerate, a torto o a ragione, strumenti della censura, della disinformazione, dello spionaggio e dell’influenza all’estero del Pcc. Veri e propri cavalli di Troia usati per drenare, verso server basati in Cina, enormi quantità di metadati (generalità, indirizzi e-mail, immagini, video, geolocalizzazione, cronologie di navigazione) di milioni di cittadini americani, in particolare tra i funzionari governativi per costruire dossier ed eseguire operazioni di spionaggio e ricatto. Esfiltrando i dati sfruttando le c.d. “backdoors”. Sistemi di accesso remoto all’architettura hardware o buchi al codice software di un prodotto per le quali è possibile entrare nelle reti e negli apparecchi digitali, aggirando qualsiasi forma di protezione (anche crittografica), per rubare dati, informazioni e segreti commerciali nonché causare l’interruzione e il blocco di servizi essenziali ed infrastrutture critiche iniettando virus nella rete.

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Gli strateghi della superpotenza considerano le “vie della seta digitali” (data center, cavi sottomarini, reti 5G), i massicci investimenti in IA e piani come Made in China 2025 e China Standards 2035 come vettori di un unico progetto strategico volto ad elevare le capacità tecnologiche e militari della Rpc al livello della superpotenza. Perseguendo quella “fusione civile-militare”, anche tramite l’esportazione di propri standards digitali all’estero, secondo un modello di collaborazione tra mano pubblica e mano privata, che già caratterizza da decenni gli intimi rapporti tra le Big Tech della Silicon Valley e di Seattle – Google, Amazon[1], Facebook, Apple (Gafa), Microsoft – e gli apparati di sicurezza Usa (Pentagono, Cia, Nsa).

 

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Con le prime strumento degli interessi strategici perseguiti dai secondi. In posizione di subordinazione. Come spettacolarmente raffigurato dalle ripetute audizioni dei loro CEO a Capitol Hill. Esposte alle possibili ritorsioni legali del Congresso su privacy e antitrust. Obbligate per legge a consegnare all’Intelligence i dati gratuitamente ed ingenuamente forniti dai loro utenti e depositati nei loro server. Consapevoli di non disporre delle tecnologie dalle quali derivano i loro immensi fatturati. Perché create nei laboratori militari della Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) – il laboratorio di ricerca avanzata del DoD – o nate da progetti finanziati direttamente o indirettamente da Pentagono, Cia e Nsa. Così Internet, i microchip, il telefono cellulare nascono per finalità militari, quindi convertiti ad uso civile dai vari Gafa.

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È dunque la dimensione militare e di intelligence delle tecnologie dual-use ad allarmare la superpotenza. Impedire all’intelligence di Pechino di disporre, analizzare ed usare strategicamente una quantità straordinaria di big data e di informazioni in possesso ai “campioni nazionali” dell’hi-tech è il fine ultimo dell’offensiva americana. E di farlo come la superpotenza. Ovvero su dimensioni planetarie. Attraverso programmi di sorveglianza ed intercettazione di massa come Prism. Via software, grazie alle proprie multinazionali dei social media, dei motori di ricerca, delle app di messaggistica, dei sistemi di cloud computing. E via hardware, attraverso il presidio delle infrastrutture fisiche della rete digitale – i cavi sottomarini in fibra ottica per i quali scorre il 99% dei dati digitali globali – da parte della Us Navy.

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Disponibilità dal potenziale strategico rilevantissimo se sfruttato in ottica geopolitica. Per creare dipendenza tra sé e le intelligence “alleate”. Per tentare di predire (attraverso gli algoritmi dell’IA) ed anticipare i trends sociali, politici, economici ed antropologici delle masse. Per studiare la traiettoria geopolitica delle singole potenze. Per saggiare il livello di accettazione della violenza da parte delle popolazioni autoctone. La loro disponibilità ad assimilare o integrare gli allogeni, ad andare in guerra per perseguire la potenza. Per mantenersi in vantaggio competitivo su nemici ed amici. Per cogliere in anticipo, indirizzare e manipolarne da remoto il loro corso politico/geopolitico in modo funzionale agli interessi dell’egemone. 

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È questo, in breve, il nocciolo duro della partita strategica che si sta giocando intorno ai dossier TikTok, Huawei, Zte e simili. Il solo aspetto, anch’esso strategicamente rilevante, del dominio tecnologico nei settori di punta della Rivoluzione industriale 4.0. non potrebbe spiegare la potenza di fuoco della guerra economica, legale, mediatica e diplomatica (vedi chiusura del consolato cinese di Huston, considerato centro nevralgico dello spionaggio dell’Impero del Centro negli States) lanciata nei confronti dell’aspirante rivale. Qualunque sia l’esito della vicenda TikTok (acquisizione o espulsione) il colpo alle ambizioni geopolitiche di Pechino sarebbe durissimo. Ancor più duro del bando su Huawei. Perché TikTok è il primo sviluppatore cinese di applicazioni digitali a sfondare a livello globale nel mercato dei software. Soprattutto se la scelta Usa, già adottata da India ed Australia, presto anche dal resto dei Five Eyes, sarà seguita dagli “alleati” europei. La Rpc subirebbe un ulteriore danno all’immagine. Condannata a giocare in difesa anche nel dominio digitale e spionistico. Confinata in casa, subirebbe un duro contraccolpo alle proprie ambizioni di espansione tecnologica all’estero.

 

 

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