LAND GRABBING: UN CASO PER IL KENYA

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Il 31 Agosto 2020, segna una data storica per tutte le popolazioni interessate dal fenomeno del land grabbing, ossia l’accaparramento di terre produttive a svantaggio di popoli autoctoni che , nella maggior parte dei casi, vivono e insistono su quella terra da anni. Oggi, infatti, un gruppo di avvocati kenioti ha inoltrato un ricorso sia dinanzi al governo inglese, sia dinanzi alle Nazioni Unite, chiedendo giustizia alla Corona per l’appropriazione della terra di più di 100.000 persone. È un fatto abbastanza inedito, specialmente considerando che i fatti in oggetto di causa, si sono verificati in epoca coloniale. Il caso, rischia quindi di compromettere i rapporti tra il Kenya e la ex madrepatria, di solito eccellenti. La Gran Bretagna sostiene infatti che il ricorso sia irricevibile, a causa della difficoltà nel reperire le prove: affermazione difficile da supportare e da sostenere visto che i processi internazionali non sono soggetti alle regole processuali generali, è che comunque fatti verificatisi 70 anni fa sono facilmente documentabili grazie ai registri delle colonie.

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La difficoltà attiene, semmai alla corretta qualificazione del land grabbing all’interno di una cornice giuridica precisa. In primo luogo infatti, è difficile per le popolazioni autoctone dimostrare la proprietà della terra: di solito la proprietà è del governo centrale, che con regolari contratti la cede a terzi. È difficile però non condividere le istanze di chi ha avuto quella terra in dotazione per anni se non addirittura per secoli. Parte della dottrina giuridica internazionalista ritiene infatti che esista un vero e proprio “ diritto alla terra natale” , da inquadrare come diritto fondamentale, discendendo da esso anche il diritto alla dignità umana delle popolazioni che sulla terra in oggetto sono stanziate. In effetti, gli abitanti del Kenya che sono stati scacciati dal governo di Londra dalle loro terre ormai 70 anni addietro, e i loro discendenti, vivono adesso in condizioni assolutamente precarie, orientati più che altro alla meta sopravvivenza.

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In secondo luogo, vi è una sperequazione tra il diritto agli investimenti e il diritto allo sviluppo sostenibile o altri diritti umani. Di solito infatti, la bilancia pende a favore del diritto agli investimenti. Occorrerebbe quindi una revisione del sistema giuridico nel suo complesso per riportare almeno ad un piano di parità – che dovrebbe essere un principio fondante del Diritto – le parti coinvolte. È senz’altro un caso complesso che darà modo di alimentare il dibattito di grande attualità sui fenomeni del water e land grabbing, che con ogni probabilità determineranno i conflitti del futuro. Sarà senz’altro, inoltre, un interessante vetrina per osservare gli sviluppi di governance dell’Africa post – coloniale.

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