GAZA A RISCHIO DI UNA NUOVA ESCALATION

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Nonostante la pandemia, Gaza sta vivendo un agosto più caldo del solito, contemporaneo all’accordo Israele-Emirati e a un periodo di crisi per il primo.

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1- I primi passi verso una nuova escalation

Malgrado il silenzio internazionale, la popolazione di Gaza continua a soffrire anche d’estate. Infatti, a partire dall’inizio di agosto si sono intensificati gli scontri lungo il confine tra Hamas e Israele e a farne le spese continuano ad essere gli oltre 2 milioni di palestinesi che vivono nei 400 kmq della Striscia. In piena pandemia – negli ultimi giorni si sta registrando un boom di contagi – è ripreso il braccio di ferro tra Hamas e Tel Aviv a Gaza. Il copione d’accuse reciproche è rispettato, anche questa volta, dalle forze di governo di entrambe le parti: l’una attacca l’altra, in risposta di un attacco immediatamente precedente. Insomma, la storia continua a ripetersi anche più di due volte, farsa e tragedia si confondono e la popolazione civile continua ad essere alla mercé di scontri e interessi tra élite.

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I primi bombardamenti da parte israeliana si sono registrati durante la prima decina di agosto contro le strutture delle brigate Qassam – ala armata di Hamas – lungo la zona nord della Striscia, suo sbocco portuale, fino a raggiungere i siti militari posizionati più a sud, nei giorni successivi.Nel frattempo, alcuni gruppi di resistenza palestinese hanno ripreso la pratica dei palloncini incendiari contro la barriera di sicurezza, in risposta agi attacchi israeliani, inaugurata con l’intifada degli aquiloni del  2018. Oltre alle tradizionali risposte militari, Israele minaccia la tenuta politica di Hamas – il sottotesto resta sempre continuare a rendere invivibile la sopravvivenza della popolazione locale – attraverso l’inasprimento del blocco su Gaza, in vigore dal 2007 e i cui accordi, presi con la mediazione di Egitto e Qatar, lo stesso Hamas accusa oggi Tel Aviv di non rispettare.

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Come noto, Israele possiede di fatto il controllo dei confini della Striscia, avendo, pertanto, un indubbio vantaggio nella configurazione dei rapporti di forza durante gli scontri. Tant’è che a partire dal 11 agosto, ha messo in campo una serie di precise mosse politiche, che rendono sempre più concreto il rischio di un’imminente escalation militare nella zona. Ha chiuso, infatti, il transito commerciale di Kerem Shalom, mantenendo il passaggio esclusivo di aiuti umanitari e carburante, e l’unica centrale elettrica della Striscia, finendo così col garantire solo 4h di elettricità al giorno; ha ridotto l’area di pesca a soli 8 miglia nautiche e congelato il trasferimento di dollari, destinati al sostentamento della popolazione civile, da parte del Qatar, fino ad arrivare alla decisione del 23 agosto scorso, con la quale ha posto nuovi divieti per il commercio di ulteriori merci, esclusi i prodotti alimentari e i medicinali. Da parte sua l’Egitto continua a mostrarsi come il mediatore designato di questa crisi, impegnandosi per la sua risoluzione anche in queste settimane, sebbene ancora pare non si sia raggiunto alcun tipo di accordo.

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2- Di coincidenze, ricorrenze e altre storie…

È vero, gli scontri lungo la Striscia di Gaza sono tutt’altro che una novità. Ciò che ne caratterizza la specificità, questa volta, riguarda il contesto interno e internazionale, di cui è protagonista la parte israeliana in particolare. Come fa notare Michele Giorgio su il manifesto, non è un caso che Gantz, l’attuale ministro della difesa, sia lo stesso che nel 2014 guidò l’operazione Margine Protettivo – che costò la vita ad almeno 2300 palestinesi – in qualità di capo di stato maggiore. Così come non è scontato che quest’ulteriore prova di forza avvenga nel periodo di crisi strutturale che oggi attraversa il Paese: la pandemia, uno stallo economico epocale e una sfiducia massima nei confronti di Netanyahu. D’altronde, dato il carattere belligerante dello Stato di Israele – riconfermato nell’attuale patto di governo – e sfumati i piani di annessione di inizio luglio, la preparazione di una nuova offensiva militare contro Gaza potrebbe rientrare, senza troppe sorprese, nel tradizionale uso governativo della politica estera a fini interni.

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Inoltre, è importante cogliere gli scontri di questi giorni e il contesto interno, appena accennato sopra, nel gioco complessivo – neanche troppo nuovo – delle alleanze regionali, alla luce del recente accordo di normalizzazione delle relazioni tra Israele e Emirati, centrale nel processo di pace mediorientale (MEPP). Per concludere, anche questa volta, si può facilmente constatare che l’unica costante in un mare di variabili resta l’indifferenza globale nei confronti delle aspirazioni all’esistenza della popolazione palestinese.

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