GIAPPONE E INDIA: UN NUOVO ASSE NELL’INDO-PACIFICO?

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Durante il mese di settembre 2020 era in programma, seppur in videoconferenza, l’atteso incontro tra Abe Shinzo e Narendra Modi, primi ministri rispettivamente di Giappone e India. Le improvvise dimissioni di Abe sicuramente faranno slittare l’incontro: ci si aspettava che i due leader concludessero un ulteriore accordo di natura militare e logistica, denominato Acquisition and Cross Servicing Agreement (ACSA), la cui firma sarà solamente rinviata.

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Il rapporto tra Giappone e India si è evoluto molto negli ultimi anni, fino a diventare un asse chiave per la comprensione del complesso scacchiere indo-pacifico. È proprio sulla confluenza dei due oceani che si basa questa partnership che per sua ovvia natura ha una dimensione significativamente marittima. Il Giappone ha necessità di preservare la libertà di navigazione in quest’area soprattutto per il proprio approvvigionamento energetico, mentre l’India non può permettere che la pirateria ed altri crimini internazionali vengano commessi nelle acque limitrofe alle coste indiane.

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Il rapporto tra i due Paesi non è regolato da un’alleanza formale, ma da un accordo siglato nel 2008, Joint Declaration on Security Cooperation, che ha posto le basi formali per incontri al vertice tra ministri degli Esteri e della Difesa, oltre che a una stretta collaborazione tra Stati Maggiori e le rispettive Marine. Nel corso del tempo i due Paesi hanno anche organizzato diverse esercitazioni congiunte, dapprima per le sole Guardie Costiere, e successivamente per le unità maggiori delle rispettive flotte. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di incrementare l’interoperabilità delle due Marine nell’ottica di una migliore governance delle linee di comunicazione marittime lungo gli oceani Indiano e Pacifico sud-orientale. Il Giappone è inoltre dal 2015 partecipante permanente dell’esercitazione MALABAR, che in origine vedeva la sola partecipazione di India e Stati Uniti. Oltre alle esercitazioni, sono numerosi anche i programmi congiunti di addestramento e di studio. L’India ospita personale giapponese nelle sue istituzioni di formazione per corsi di jungle counter-insurgency, mentre il personale indiano frequenta in Giappone corsi di MCM (mine countermeasure) e ASW (anti-submarine warfare).

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Quest’ultimo aspetto diventa particolarmente rilevante se considerato il possibile interesse da parte indiana per l’acquisizione di sommergibili giapponesi classe Soryu. Tuttavia, le autorità giapponesi sembrano restie a concedere tecnologie a Paesi terzi, seppur alleati. La Marina giapponese è stata costruita praticamente da zero negli anni Sessanta e le limitazioni numeriche riservate al personale hanno consentito al Paese di investire bene sulla qualità e sul livello tecnologico dei propri assetti. Questa tendenza, unita alla scarsa esperienza giapponese nel campo del procurement internazionale (il divieto quasi totale di esportazione di armi dal Giappone è stato revocato solo nel 2014) ha reso difficile anche la trattativa nippo-indiana per l’acquisizione da parte di New Delhi di dodici ShinMaywa US-2, aerei anfibi utilizzabili per pattugliamenti e salvataggi. Questa trattativa è tutt’ora in corso e probabilmente sarà tra i punti di discussione del meeting virtuale di settembre.

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Se, come ipotizzato dalle fonti indiane, India e Giappone si accorderanno sui termini dell’ACSA, si apriranno nuovi scenari per la cooperazione tra i due Paesi. L’accordo infatti prevede la possibilità di supporto logistico reciproco: il Giappone potrebbe fare appoggio sulle basi indiane nelle Nicobare, mentre l’India potrebbe utilizzare la base nipponica a Gibuti. L’accordo dovrebbe anche prevedere nuove aree di cooperazione, come ad esempio lo scambio di tecnologie sugli UAV (unmanned air vehicle).

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Oltre ai benefici economici di questa partnership, è facile comprendere che un’altra grande necessità – se non la principale – è il bilanciamento nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Sia Giappone che India sono potenze regionali che in uno scenario di una Cina egemonica in Asia hanno tutto da perdere, ragion per cui è naturale che collaborino per evitare che questo accada. Inoltre, entrambi i Paesi hanno importanti dispute territoriali con Pechino: le Senkaku/Diaoyu con il Giappone, l’Arunachal Pradesh e l’Aksai Chin per l’India. Tuttavia, nonostante i numerosi punti di frizione, India e Giappone sono ben consci del fatto che le rispettive relazioni bilaterali con la Cina sono fondamentali sia per il mantenimento della sicurezza nella regione, sia per le rispettive economie. La Cina è il principale mercato per l’export giapponese, mentre l’India ha tutto l’interesse a vendere le proprie materie prime nel mercato cinese. Queste due necessità contrapposte – bilanciamento preventivo e mantenimento di buone relazioni bilaterali con il Paese oggetto del bilanciamento – hanno dato vita a ciò che gli studiosi definiscono come “soft balancing”.

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Un aspetto fondamentale del soft balancing è il ruolo degli Stati Uniti, che hanno dato tempo fa la loro benedizione a questa partnership per ingrossare le fila dei Paesi che si oppongono all’assertivismo della politica estera di Pechino. Per converso, India e Giappone hanno entrambi l’obiettivo dell’autonomia strategica: se per l’India quest’ultimo è da preservare e confermare, per il Giappone è ancora tutto da raggiungere, sebbene ci siano già certi segnali di un maggiore dinamismo strategico autonomo rispetto alla politica estera americana, pur mantenendo una direzione ovviamente simile.

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In conclusione, la maggiore cooperazione tra India e Giappone non porta vantaggi ai soli due Paesi, ma anche al detentore dello status quo dell’Indo-Pacifico, ovvero gli Stati Uniti. Allo stesso tempo però è facile notare come il soft balancing nippo-indiano trovi la sua raison d’être nell’atrofia strategica americana: Washington non riesce ad arginare efficacemente la crescita cinese con i propri mezzi e ha la necessità di partner in grado di assumersi più responsabilità dirette nel contenimento. Questo processo però richiede tempo, e il tempo in questo caso è già un alleato di Pechino.

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