I ROHINGYA: IL POPOLO CHE NESSUNO VUOLE

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Il 25 agosto è il giorno in cui ricorre l’anniversario del terzo anno dall’inizio delle oppressioni della minoranza musulmana rohingya da parte dell’esercito birmano.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Le parole di Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ci danno un quadro esplicativo di chi siano i rohingya: “Non ho dubbi che il popolo Rohingya sia sempre stato uno dei, se non il, più discriminato al mondo, senza alcun riconoscimento dei diritti più elementari a partire dal riconoscimento del diritto di cittadinanza da parte del proprio paese – il Myanmar. I rohingya sono una minoranza etnica musulmana formata da circa un milione e mezzo di persone, presente in Myanmar, la maggior parte nello Stato di Rakhine (nella parte ovest del Myanmar e confinante con il Bangladesh). A partire dal 2016 gli scontri tra l’esercito birmano e alcuni dissidenti dei rohingya si sono intensificati a causa di diversi episodi di rivolta contro la polizia. Le proteste sono figlie dei continui soprusi e violenze subite dai rohingya da parte dell’esercito del Paese.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

La popolazione che nessuno vuole e il grande esodo

I rohingya nel corso della storia recente si sono ritrovati ad essere una minoranza con sempre più violazioni dei propri diritti civili ed umani: lo Stato infatti non gli riconosce il diritto ad accedere all’istruzione, di accedere al servizio sanitario oltre a numerosi impedimenti per quanto riguarda la ricerca del lavoro. La frase “la popolazione che nessuno vuole” è diventata la triste definizione di questa  minoranza, la quale si è vista cancellare anche il diritto al riconoscimento della cittadinanza a causa della legge sulla nazionalità emanata nel 1982 dal governo birmano. Secondo la legge, il Myanmar riconosce l’esistenza di 135 gruppi etnici sparsi nel Paese ma tra questi non è stata inclusa la minoranza rohingya, che secondo il governo birmano sarebbe una popolazione appartenente al Bangladesh, non al Myanmar (per tale ragione sono stati anche esclusi dal censimento fatto nel Paese nel 2014, rendendo di fatto la popolazione rohingya apolide).

 

 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

In seguito ad un’inchiesta della Commissione delle Nazioni Unite volta a verificare le precarie condizioni igienico-sanitarie dei rohingya e a valutare se vi fossero gli elementi necessari a dimostrare la soppressione dei loro diritti fondamentali, il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace nel 1991, aveva assicurato inizialmente che il governo birmano si sarebbe impegnato nel trovare una soluzione per porre fine agli scontri, cercando inoltre di venire incontro alle richieste della minoranza musulmana. Tale promessa però non si è concretizzata, anzi proprio nell’agosto 2017 poco dopo aver ricevuto le raccomandazioni dalla Commissione Onu, è iniziato quello che da molti esperti è stata definita una fuga dei rohingya per evitare la loro soppressione.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Durante l’ultima settimana di agosto del 2017 l’esercito birmano ha dato fuoco a oltre 250 villaggi dei rohingya, provocando oltre 7000 vittime. La minoranza musulmana si è quindi vista costretta a fuggire nel vicino Bangladesh, che fino al 2019 aveva concesso ai rohingya di entrare nel Paese. L’esodo ha visto l’arrivo in Bangladesh di oltre 750 000 persone, che si sono aggiunte alle già 200 000 arrivate negli ultimi anni, portando così il numero dei rohingya a circa un milione di persone stabilitesi nel sud del  Bangladesh, in quella che secondo l’Onu è diventata la più grande baraccopoli del mondo: Cox’s Bazar’s. Oggi a Cox’s Bazar’s, secondo le stime di Save the Children, oltre centomila bambini sarebbero nati all’interno della baraccopoli, dove le condizioni igieniche sono pessime e dove a causa delle imposizioni riguardanti la possibilità di movimento e ricerca del lavoro da parte del governo bangladese, la popolazione sopravvive grazie agli aiuti umanitari.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Tentativo di Genocidio e le accuse della comunità internazionale

Durante gli ultimi mesi del 2019 si sono intensificate le proteste da parte della comunità internazionale nei confronti del Myanmar per quelli che a tutti gli effetti sono gli evidenti episodi di violenza e repressione nei confronti della minoranza etnica dei rohingya. La situazione negli ultimi due anni  non è stata certamente resa più nemmeno dal governo bangladese, il quale dopo aver chiuso le frontiere, a causa di numerose proteste per le condizioni di vita nelle baraccopoli, ha deciso di togliere la connessione internet all’interno dei campi profughi oltre a vietare la vendita alle compagnie telefoniche di vendere le sim card in modo da non permettere ai rohingya di poter comunicare tramite l’uso dei telefoni.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Nel novembre 2019 il Gambia (di cui circa il 90% della popolazione è di fede musulmana) con il supporto dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica avrebbe denunciato la situazione della popolazione rohingya e sarebbe stato aperto un caso da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja contro il governo di Aung San Suu Kyi, la quale però continua a difendere l’operato dell’esercito birmano (sostenuto anche dalla popolazione del Paese la cui maggioranza è di religione buddista) definendo gli atti perpetrati dai rohingya veri e propri atti di terrorismo. Aung San Suu Kyi ha inoltre aggiunto che non ci sarebbero prove che dimostrano che il Myanmar stia compiendo un genocidio del popolo rohingya e che la situazione dovrà essere risolta dal Paese senza l’intervento da parte della comunità internazionale altrimenti sarebbe questa una riprova di un attacco alla sovranità  e all’autonomia decisionale del Paese. Nonostante la replica del Consigliere di Stato del Myanmar, la corte internazionale di giustizia ha ordinato al governo del Myanmar di prendere le necessarie misure per “prevenire il genocidio di musulmani Rohingya”.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

La trappola geografica

La situazione oggi dei rohingya è sicuramente una, se non la più tragica per quanto riguarda il problema del rispetto dei diritti umani. Nonostante il Bangladesh avesse firmato nel 2018 un accordo per il rimpatrio dei profughi in Myanmar, i rohingya, che attualmente si trovano in Bangladesh, rifiutano di ritornare in Myanmar, consci del fatto che non esistono certezze per cui una volta tornati gli atti di violenza nei loro confronti cesserebbero. Un altro elemento che sfavorisce un possibile miglioramento della situazione è di carattere geografico: la zona del Bangladesh dove si trovano i campi profughi dei rohingya è una delle zone più povere e allo stesso tempo più densamente popolate dell’Asia (il Bangladesh è il decimo Paese al mondo per densità di popolazione). A ciò si aggiunge il fatto che gli unici altri Paesi che potrebbero garantire un rifugio alla comunità musulmana sono la Thailandia e la Malesia: per i rohingya la Thailandia non non sarebbe facile da raggiungere poiché dovrebbero attraversare il Myanmar, mentre la Malesia è raggiungibile via mare, ma il viaggio si è rivelato fatale per molti rohingya che durante l’esodo del 2017 hanno provato a raggiungerla.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Nonostante la visita nel 2018 da parte del Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres e di Jim Yong Kim, Presidente della Banca Mondiale, il quale aveva assicurato un forte aiuto economico, superiore ai 500 milioni di dollari in favore del Bangladesh per migliorare le condizioni di vita nelle baraccopoli, ciò che è evidente è che la comunità internazionale deve continuare a far sentire la sua voce nei confronti del governo birmano, cercando di giungere ad una collaborazione e ad una soluzione che possa prevenire quello che per molti potrebbe essere un disastro umanitario.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block” data-ad-format=”autorelaxed” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”3043690149″>[/et_pb_code][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from ANALISI

LA CAMBOGIA RISCHIA DI NON VEDERE PIÙ LA DEMOCRAZIA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22″][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Tra