IL NATIONAL SECURITY STRATEGY DEL 2002 E I FONDAMENTI DELLA GUERRA PREVENTIVA

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Nel settembre 2002, ad un anno dall’attentato che sconvolse il mondo, il governo degli Stati Uniti emanò il documento che rappresentò la base per la guerra preventiva.

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Il National Security Strategy (NSS) è un documento che esplicita la politica nazionale di sicurezza del Paese, stilato periodicamente ed emanato dalla Presidenza su elaborazione del Dipartimento di Difesa. Il National Security Strategy della Presidenza di George W. Bush ha assunto i tratti di una legge simbolo. Una retorica eroica dalla forte connotazione ideologica e intrisa di viscerale patriottismo, scandì i mesi precedenti all’intervento in Iraq. Fu lo stesso Presidente a presentarsi come protettore di una nazione che rischiava, dopo l’attacco al World Trade Center, di dubitare dell’efficacia delle sue istituzioni, motivo per cui tale legge venne da alcuni denominata “dottrina Bush”.

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Sin dal preambolo venne marcato il “messianico” compito attribuito agli Stati Uniti, una missione resasi ancora più imponente con l’avvento del ventesimo secolo, definito da un solo ed unico modello di sviluppo globale, quello della democrazia, della libertà e del libero mercato. Parallelamente alla rivendicazione della forza militare detenuta dagli Stati Uniti, venne denunciata l’atipicità di una nuova minaccia, che non disponeva di eserciti e grandi arsenali, ma agiva tramite una rete di individui che provocavano caos, atrocità e sofferenze. La brutalità del terrorismo venne ribadita per sottolineare la barbarie dei nuovi nemici, fautori di una minaccia indefinita e inafferrabile. Gli Stati Uniti con questo documento intesero legittimare sia politicamente, sia legalmente, le conflittualità che da lì a poco si aprirono sul fronte iracheno.

 

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“L’America agirà contro quelle minacce nascenti prima che si siano pienamente realizzate”. È proprio in questo passaggio che la dottrina della guerra preventiva prese spazio. Dopo decenni si tornò ad asserire che non poteva esserci attesa o mediazione: l’unica strada possibile era quella dell’intervento se in gioco vi fosse stata la sicurezza globale. Il preambolo terminava con un accorato appello alle alleanze, sottolineando l’importanza di azioni coordinate e multilaterali. La ricerca di sostegno era in realtà necessità di consenso esterno per una dottrina imbevuta di unilateralismo. Il governo Bush mancò di sincera interlocuzione con gli alleati all’indomani del 2001, fatto emblematico della volontà di realizzare una guerra esclusiva [1].

 

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È proprio nel capitolo riservato alle alleanze che gli Stati Uniti affermarono l’intenzione di agire, se necessario, anche da soli, al fine di esercitare la propria autodifesa. Il 14 settembre del 2001 Bush aveva dichiarato che gli Stati Uniti stavano subendo un attacco di guerra. Il nemico aveva deciso i tempi di inizio del conflitto, in risposta gli Stati Uniti si impegnavano ad imporre i modi e i tempi in cui esso si sarebbe concluso. La guerra al terrorismo venne presentata come una guerra senza limiti temporali, geografici o legali. Bloccare le organizzazioni nelle loro attività economiche, negargli l’accesso a banche e sistemi finanziari, congelare i beni di terroristi e “Stati ospiti”, furono alcuni dei propositi fissati dall’atto del 2002.

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 “La miglior difesa è un buon attacco”: si evince qui la grande evoluzione strategica statunitense. In quegli anni la sicurezza interna vide una riorganizzazione degna della presidenza Truman, volta a potenziare non solo il livello militare, di polizia e di intelligence, ma ogni livello governativo. Nell’intenzione di trasformare l’avversità in opportunità, ogni aspetto della vita interna venne orientato verso la salvaguardia della sicurezza: a livello sanitario contro il bioterrorismo, nei controlli alle frontiere, nella formazione, tutto doveva orientarsi al contrasto di altri potenziali attacchi unitamente al miglioramento della quotidianità delle persone. L’ampiezza della portata del NSS ebbe un forte carattere propagandistico, la cittadinanza venne rassicurata sul fatto che gli sforzi compiuti all’estero sarebbero stati ripagati con un generale innalzamento della qualità della vita.

 

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Passando alla questione del possesso delle armi di sterminio di massa, per Bush la vera minaccia era rappresentata dai piccoli Stati, più spregiudicati e quindi più inclini al loro utilizzo. Scartato lo strumento deterrente, in quanto per questi attori nemmeno la morte rappresentava un elemento di deterrenza, venne quindi delineata la strategia militare preventiva, contenente fattori di grande innovazione. Essa ha comportato importanti sforzi anti-proliferazione, tali da modificare strutturalmente la difesa militare degli Stati Uniti. Si impose quindi la necessità di una trasformazione trasversale al piano militare verso l’evoluzione del sistema di sicurezza, dalla formazione all’equipaggiamento. Aumentare le capacità di intervento rapido, maggiore coordinazione con gli alleati e ampliamento dei servizi segreti, furono le chiavi di volta di questa evoluzione.

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L’azione preventiva interveniva anche nel monitoraggio sugli investimenti in campo militare degli Stati dell’arena internazionale. È proprio sulla base di questo principio che vennero scattate e diffuse le immagini dei presunti arsenali iracheni, che portarono all’intervento contro il regime di Saddam Hussein. Bush paragonò la minaccia del terrorismo a quella della Seconda guerra mondiale: occorreva difendere il globo da forze tiranniche irrispettose delle regole di convivenza civile e per questo, di fronte all’evidente insufficienza dell’autodifesa, serviva potenziare gli armamenti di reazione. Nel 2002 Il National Security Strategy divenne anche veicolo di affermazione della complessiva politica estera statunitense; con la motivazione della lotta al terrorismo vennero affrontate anche altre annose questioni, come il conflitto israelo-palestinese, la cui risoluzione venne presa ad emblema della necessità di neutralizzare i conflitti regionali negli Stati prossimi alle aree di conflitto.

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Fu riservato ampio spazio anche al tema della cooperazione economica come strumento per l’emancipazione dei popoli. Il governo americano intendeva rendersi protagonista della sicurezza globale tramite una vasta e composita gamma di strumenti politici ed economici dalla portata pervasiva, dichiarando l’intenzione di assumere il controllo dell’iniziativa globale in ambito economico e nel monitoraggio del rispetto dei diritti. Venne evidenziato come i valori fondanti di questa democrazia “multietnica” l’hanno da sempre resa protagonista dell’incoraggiamento alla diffusione dei principi democratici di libertà e giustizia, lavoro che doveva proseguire anche in Medio Oriente [2].

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Al fine di perseguire l’espansione della democrazia nel globo, il Paese avrebbe strutturato piani d’azione, ponendosi come obiettivo il raddoppio, in dieci anni, del volume delle economie più povere del mondo. Come fatto per l’Europa dopo il 1945, gli USA si impegnarono a garantire assistenza ai Paesi emersi dal conflitto, innescando un processo di riforma istituzionale ed economica, incrementando del 50% i sostegni allo sviluppo. Gli obiettivi fondanti delle organizzazioni internazionali in materia vennero quindi ascritti all’attivismo statunitense in via quasi esclusiva.

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Per quanto riguarda l’impegno nelle azioni multilaterali, gli Stati Uniti descrissero il proprio ruolo di “leadership di coalizione”. Prioritari sarebbero stati il potenziamento della NATO e dei rapporti con i paesi asiatici, unitamente alla necessità dello sviluppo di una politica estera comune dell’Unione Europea. Nelle ultime pagine emersero i tratti più significativi del soft power statunitense. Venne esplicitato il bisogno di strumenti di propaganda utili “ad aiutare la gente del mondo ad imparare a capire l’America”, facendo emergere la consapevolezza della vulnerabilità dei valori della democrazia americana, che per tale ragione andavano difesi e divulgati.

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L’ultimo aspetto affrontato nella National Security Strategy fu la trasformazione delle istituzioni per la sicurezza nazionale. Venne evidenziato come esse non fossero più in linea con le nuove esigenze e perciò necessitanti di un’ampia riforma “per una forza militare di straordinaria potenza”. La riforma doveva interrogarsi sulla conduzione delle ostilità nei conflitti asimmetrici: il rilevamento a distanza, la capacità negli attacchi di precisione, il rinnovamento dei corpi di spedizione e di manovra così come delle strutture di spionaggio e di intelligence. Il potenziamento dell’intelligence garantì un capillare sistema di sorveglianza tramite strutture di allerta investigativa e nuovi metodi di reperimento delle informazioni.< /p>

 

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Nonostante tutti gli sforzi, sarebbe stato essenziale assicurare alla giustizia i responsabili dell’attacco dell’11 settembre. Associare la condanna degli attentatori alla fine della minaccia del terrorismo, assunse un valore simbolico, donando la speranza che un atto concreto avrebbe potuto ripristinare uno stato di percepita sicurezza nazionale. Il Presidente Bush, con il National Security Strategy del 2002, impose il bisogno di una potenza egemone nel mondo, che racchiudesse valori universalmente condivisi insieme ad una forza militare impareggiabile [3].

 

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La guerra preventiva resta un’azione compiuta in violazione della legittimità di un altro Stato e ci si chiede ancora oggi come e quanto una guerra non dichiarata, dagli obiettivi non delineati, contro attori non definiti, possa o meno essere legittima ai sensi del diritto internazionale. La minaccia subìta dalla più grande potenza mondiale poneva il mondo in allarme e per anni non vi furono opposizioni formali a tale dottrina; molti non vi aderirono ma quasi nessuno la condannò esplicitamente [4].

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Note

[1], [2], [3] Gaddis J. L., Attacco a sorpresa e sicurezza: le strategie degli Stati Uniti, Milano, Vita e Pensiero, 2005.

[4] Renzi P. V. (a cura di), Guerra preventiva. Quale diritto?, Quaderni di scienze giuridiche – Università politecnica delle Marche, Torino, G. Giappichelli, 2005.

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Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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