RIACCESO IL CONFLITTO ARMENO-AZERO: TIMORE PER I NEGOZIATI

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Il 12 luglio scorso si sono verificati nuovi scontri armati tra il distretto di Tovuz in Azerbaijan e la provincia di Tavush in Armenia, un’area di confine tra i due paesi. La situazione si è aggravata rapidamente, fino a che entrambe le parti si sono ritrovate in una impasse il 16 luglio, lasciando la zona in uno stato di tensione. Entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di aver causato l’inizio degli scontri, registrati come i più violenti dalla guerra dei quattro giorni del 2016, con 7 soldati azeri e 4 armeni rimasti uccisi nel conflitto e diversi feriti.

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Il conflitto territoriale tra Armenia e Azerbaijan ha radici lontane

A partire dal 1918, con la fine della prima guerra mondiale, vennero stipulati anche nella regione del Caucaso una serie di trattati di pace che portarono ad una ridefinizione dei confini geopolitica, senza riguardo per la distribuzione etnica delle popolazioni locali. Uno dei territori di maggiore contesa, che divenne poi anche sede di scontri tra Armeni ed Azeri, fu proprio quello del Nagorno Karabakh, zona montuosa abitata da una popolazione in maggioranza etnicamente armena. Quando la regione venne annessa dall’URSS, il Karabakh divenne parte dell’Azerbaijan nonostante le proteste degli abitanti locali, che ripresero a gran voce con l’inizio della perestroika e diedero luogo a numerosi conflitti interetnici.

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La cosiddetta “Guerra del Karabakh” ebbe inizio nel 1991, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, quando la regione azera del Nagorno-Karabakh fece appello al diritto di secessione (secondo la legislazione sovietica) e si dichiarò indipendente dall’Azerbaijan, con il nome di Repubblica dell’Artsakh. Il conflitto terminò quattro anni dopo con una inaspettata vittoria delle truppe armene, dando inizio ad un processo di negoziati per la risoluzione del conflitto che è ancora in corso. Tuttora, nessuno stato ha riconosciuto l’indipendenza della Repubblica dell’Artsakh, nemmeno l’Armenia; tuttavia, il paese è de facto indipendente ed infatti possiede organi di governo, ministri, un corpo militare, polizia, ecc. ed intrattiene contatti internazionali informali con alcuni organi sub-statali, come ad esempio alcuni stati federati americani ed altre realtà quali l’Abkhazia, l’Ossezia e la Transnistria (il “Commonwealth of non-recognized states”).

 

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Già nel 1992, l’OSCE fondò una struttura di negoziazione denominata “il Gruppo di Minsk”, che lavora per la realizzazione di un trattato di pace e per la risoluzione del conflitto territoriale tra Armenia ed Azerbaijan. Il Gruppo è gestito in co-presidenza da Russia, Stati Uniti e Francia, mentre gli organi di rappresentanza dell’Artsakh non possono prendervene parte. Nonostante la tregua del 1994 e i continui tentativi di ripresa dei negoziati, il conflitto rimane ancora irrisolto e gli scontri sono rimasti sempre attivi soprattutto nelle zone di confine tra Karabakh e Azerbaijan.

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Gli scontri di luglio si sono verificati pochi giorni dopo una forte dichiarazione di Ilham Aliyev, presidente azero, riguardo il fatto che i negoziati di pace con l’Armenia fossero privi di senso, dimostrando come definito dall’Asia Times la “frustrazione diplomatica” azera che avrebbe poi portato al conflitto sul confine del distretto di Tovuz. La situazione odierna si presenta dunque come un grande peggioramento delle relazioni tra Armenia ed Azerbaijan, specialmente rispetto alle previsioni del 2019. Quell’anno si era infatti aperto con una prospettiva decisamente ottimista riguardo ai negoziati, soprattutto per via della Rivoluzione di Velluto armena del 2018, che ha portato alle dimissioni dell’ex Primo Ministro Sargsyan e alla nomina di Nikol Pashinyan, membro del partito di opposizione e a capo del movimento di protesta.

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I nuovi cicli di negoziati avevano generato aspettative estremamente positive per la comunità internazionale che si era interessata del conflitto per due motivi principali: da una parte, l’assenza di relazioni politiche pregresse tra Pashinyan e Aliyev, dall’altra, il fatto che a differenza dei precedenti primi ministri armeni Pashinyan non fosse originario del Karabakh e che avesse posizioni politiche più liberali a riguardo. Nonostante questo, le posizioni di entrambe le parti sono rimaste opposte e ben lontane dal raggiungimento del compromesso sperato.

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La politica ufficiale di Baku rispetto al Nagorno Karabakh si è infatti sempre mantenuta molto rigida, promettendo la concessione di una forma di autonomia al Karabakh, ma all’interno dei propri confini nazionali. Pashinyan ha invece proposto di risolvere il conflitto attraverso delle “micro-rivoluzioni”, come ad esempio quella di includere le autorità dell’Artsakh nei negoziati e di organizzare un referendum locale in merito allo status di indipendenza. Tali proposte, ovviamente, sono state fortemente rifiutate dalla controparte.

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Gli scontri di luglio marcano, quindi, una netta linea di rottura con quelle che erano le speranze di riavvicinamento delle due posizioni che erano maturate, seppur con scetticismo da parte della popolazione locale, nel corso dell’anno precedente. La maggiore differenza tra questi avvenimenti ed i conflitti precorsi riguarda principalmente la posizione geografica dello scontro. Infatti, essi non hanno avuto luogo nel territorio del Karabakh, ma bensì in una zona di confine più a nord e considerata strategica sia a livello energetico, che di trasporti transnazionali.

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Secondo quanto dichiarato dall’esperta del Crisis Group Olesya Vartanyan, sarebbe improbabile una ulteriore escalation del conflitto armato in quella zona, in quanto non solo si tratta di un hub di rilievo per entrambi i paesi, ma inoltre non vi è mai stata alcuna rivendicazione territoriale di quell’area da nessuna delle due parti. Nonostante ciò, non può essere sottovalutato anche il fatto che l’avvenimento di uno scontro così acceso abbia portato la tensione tra i due paesi ad un nuovo livello di conflitto, minacciando l’equilibrio già precario nella regione.

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La comunità internazionale guarda ora all’intervento del Gruppo di Minsk per ristabilizzare la situazione, considerato anche il grande livello di interessamento e partecipazione ai negoziati da parte dei maggiori player regionali. Tuttavia, le prospettive di dialogo sembrano essersi ridotte drasticamente e la risoluzione del conflitto pare ora più lontana che mai. La Turchia si è subito assunta il ruolo di sostenitrice dell’Azerbaijan, con il quale ha ottime relazioni economiche e politiche, dichiarando che per Ankara il conflitto in Karabakh sia una questione di interesse nazionale.  Inoltre, entrambi i paesi hanno sottoposto sia Armenia che Artsakh ad un pesante embargo, che crea gravi limitazioni allo sviluppo economico di queste aree.  La Russia, storicamente e strategicamente molto legata all’Armenia, ha invece mantenuto una posizione piuttosto mediana nel conflitto, anche in seguito agli scontri di luglio, in virtù degli interessi economici sviluppati nei confronti azeri. 

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La situazione del Nagorno Karabakh rimane una delle più delicate e destabilizzanti dell’equilibrio regionale nel Caucaso. Questo conflitto territoriale pluridecennale vede infatti contrapporsi fazioni che autonomamente non riescono a trovare punti in comune sufficienti per l’instaurazione di negoziati risolutivi, ed il rischio di una rapida escalation della situazione è ad oggi decisamente elevato. Le uniche prospettive di risoluzione risiedono quindi nell’efficacia del panel di attori internazionali, sia statali che sovra-statali, di contenere l’espansione delle nuove dinamiche di conflitto e nel coltivare un terreno fertile di dialogo per ristabilire l’equilibrio nella regione.

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