GLI EMIRATI ARABI UNITI: UN NUOVO PROTAGONISTA NELLA REGIONE MEDIORIENTALE?

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Il recentissimo annuncio da parte di Donald Trump riguardo una prossima normalizzazione delle relazioni internazionali tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti ha destato non poche rimostranze all’interno del mondo arabo, in particolare all’interno di quello palestinese, per via del fatto che questo rappresenta un altro “tradimento” della causa pan-araba. A livello regionale istituzionale, al contrario, sono state diverse le voci soddisfatte, in particolare da parte di paesi che in passato hanno già stretto qualche tipo di relazione con lo Stato israeliano, tra i quali Bahrein, Oman ed Egitto. Silenzioinvece dalla casa regnante saudita, che, al momento in cui si scrive, non ha ancora espresso pareri sull’accordo.

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La normalizzazione delle relazioni tra Abu Dhabi e Tel Aviv tuttavia non deve apparire come una mossa improvvisa, bensì come frutto di un processo di politica estera ben precisa messa in atto dalla piccola monarchia del Golfo, volta interamente all’ampliamento della propria sfera di influenza politica non solo nella regione mediorientale ma anche oltre l’Atlantico fino a giungere alla Casa Bianca. Il principale protagonista di questa politica del paese del Golfo degli ultimi trent’anni è il principe ereditario e regnante de facto Mohamed Bin Zayed (MbZ), definito anche come l’uomo più forte del Medio Oriente e mentore della stella nascente del Medio Oriente, il principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman (MbS).

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Gli Emirati hanno infatti portato avanti, da diversi anni a questa parte, una politica estera a tratti legata con quella dei confinanti sauditi, tentando allo stesso tempo di smarcarsi, in talune circostanze, dagli ingombranti vicini. Entrambi i paesi sono stati coinvolti nella spedizione militare per sedare le rivolte in Bahrein nel 2011, poi nella guerra in Yemen dal 2015, nell’embargo al Qatar del 2017, ed entrambi sostengono Haftar nella guerra civile libica. Negli stessi anni, Abu Dhabi ha tentato di ampliare la propria sfera di influenza anche nel Corno d’Africa – con l’installazione di basi militari in Eritrea, Somalia, Djibouti – e investendo economicamente in Africa orientale e negli Stati dell’Oceano Indiano, spesso in diretta opposizione con l’Arabia Saudita [1]. Nonostante le rivalità nella creazione di una sfera di influenza, entrambi i paesi rimangono allo stesso tempo strettamente legati a Washington, da cui dipendono militarmente.

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Un rapporto privilegiato

Proprio l’amicizia con Washington rappresenta un perno fondamentale per la politica della piccola monarchia del Golfo portata avanti da Bin Zayed. L’ascesa politica del principe ereditario – e del nuovo corso del paese – inizia infatti nei primi anni ’90, quando, prendendo in mano le redini del paese, Bin Zayed inizia a supportare gli Stati Uniti facendo fluire nelle casse statunitensi circa 4 milioni di dollari per far fronte all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. L’amicizia con gli Stati Uniti da questo momento in poi diviene un fattore fondamentale per Abu Dhabi, che tramite il suo nuovo leader avrebbe sperimentato un nuovo ruolo nello scacchiere regionale. Da parte di Washington, l’amicizia con gli Stati del Golfo rimane un elemento fondamentale per i suoi interessi mediorientali sin dall’attuazione della strategia del cosiddetto “doppio contenimento” dell’Iraq di Saddam e dell’Iran rivoluzionario in seguito alla guerra del ’90-’91 [2] e, dal 2003, anche per perseguire i suoi obiettivi in Afghanistan. Nella piccola monarchia petrolifera, in particolare, gli americani mantengono diverse basi militari: la “Al Dhafra Air Base”, che, al 2016, contava al suo interno 3.800 cittadini statunitensi; il porto di “Gebel Ali” e la vicina “Fujairah Naval Base” [3].

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La “Sparta del Golfo”

A differenza delle altre basi militari statunitensi nella regione e nel mondo, in quelle emiratine gli stessi soldati della monarchia del Golfo prendono parte alle attività di tipo militare condotte dagli USA. Infatti, i soldati emiratini, benché in un numero abbastanza ridotto – circa 50mila unità – sono tra i meglio equipaggiati e meglio addestrati dell’area. Militari emiratini hanno infatti preso parte ad azioni di tipo bellico in scenari quali Afghanistan, Somalia e Libia oltre ai già citati contesti yemenita e bahreinita [4]. In ambienti statunitensi, il coinvolgimento militare oltre che la professionalità dei corpi emiratini hanno fatto valere al paese il soprannome della “Sparta del Golfo”. Questo è frutto della politica aggressiva e prepotente che, dalla Guerra del Golfo in poi, Bin Zayed ha deciso di imprimere alla politica interna tanto quanto estera del paese, spesso collaborando con il Consiglio di cooperazione del Golfo e l’Arabia Saudita, ma ritagliandosi altre volte, come si è già detto, uno proprio spazio per il paese. Dopo i primi contatti avvenuti durante la Guerra del Golfo, già nel 2000, gli Emirati si impegnarono per l’acquisto di 80 caccia da guerra F-16 da Washington per un totale di 6 miliardi e mezzo di dollari.

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In seguito all’attentato al Word Trade Center l’anno seguente, tuttavia, un congelamento nei rapporti tra Stati Uniti ed Emirati – presso cui erano passati gli ingenti pagamenti che avevano favorito quell’attacco – costrinse quest’ultima ad una serie riforme interne per rimanere nelle grazie statunitensi [5]. Proprio per smarcarsi dalle accuse di supporto al terrorismo internazionale, gli Emirati hanno poi iniziato a collaborare fortemente con gli USA nella lotta ai gruppi islamisti,dichiarando guerra tanto a organizzazioni estremiste come al-Qaeda prima e l’ISIS poi, quanto a partiti islamisti più moderati, come i Fratelli Musulmani. Quest’ultimo elemento ha permesso un’intensificazione nelle relazioni con l’Egitto, anch’esso impegnato in una violenta campagna di repressione contro il gruppo islamista [6].

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Anche nel caso della lotta al terrorismo, comunque, l’azione della “piccola Sparta” è andata di pari passo con quella statunitense, fornendo ancora una volta sia supporto logistico alle coalizioni internazionali e alle missioni statunitensi nella regione sia partecipando attivamente tramite azioni militari nei vari scenari. Oltre alla lotta ai gruppi jihadisti, la necessità di avere un esercito forte per Abu Dhabi è data dalla presenza, alle sue porte, del più importante antagonista del paese: l’Iran.

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L’accesa rivalità tra i due paesi ha permesso, però, l’istaurazione di una relazione con Israele, che condivide con gli Emirati – e con gli Stati Uniti – l’inimicizia a Teheran. I rapporti tra Tel Aviv e Abu Dhabi non si limitano, però, alla sola antipatia nei confronti della Repubblica islamica. Infatti, i rapporti tra i due paesi sono iniziati già all’indomani degli attacchi dell’11 settembre, quando gli Emirati si sono rivolti ad Israele per l’acquisto di più moderni sistemi di sicurezza e cybersecurity. Queste relazioni si sono sviluppate in una partnership che è arrivata fino ad oggi, nella ricerca congiunta ad un vaccino contro il Covid-19.

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Alla luce di questo forte legame tra Abu Dhabi, Washington e Tel Aviv, non sorprende, dunque, l’annuncio di una normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati. Inoltre, vista la politica estera emiratina, sempre più smarcata da quella saudita, riesce più semplice comprendere il silenzio della monarchia a Riad riguardo al recente accordo che ancora una volta ha riconfermato Abu Dhabi come partner speciale nel Golfo per la Casa Bianca.

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Bibliografia

[1]

M. Okbandrias, «Geopolitical Influence of the Gulf States in East Africa: The Case of Djibouti and Eritrea,» Journal of African Union Studies, vol. 6, n. 2/3, pp. 117-133, 2017.

[2]

M. Legrenzi, «The International Politics of the Gulf,» in International Relations of the Middle East, Oxford, Oxford University Press, 2019, pp. 317-338.

[3]

M. Wallin, «U.S. Military Bases and Facilities in the Middle East,» 2018.

[4]

Y. Guzansky, «Sparta in the Gulf:: The Growing Regional Clout of the United Arab Emirates,» Institute for National Security Studies, 2017.

[5]

F. Al Sayegh, «Post 9/11 Changes in the UAE,» Middle East Policy, vol. XI, n. 2, pp. 107-124, 2004.

[6]

H. Ibish, «The UAE’s Evolving National Security Strategy,» The Arab Gulf States Institute in Washington, 2017.

 

 

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