LA MARINA INDONESIANA VERSO IL 2024: LA NASCITA DI UNA MARINA MEDIA REGIONALE?

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Pur non possedendo una forte tradizione marittima, l’Indonesia sta lentamente cercando di sopperire a questa mancanza con un ambizioso programma di modernizzazione navale congruo al ruolo internazionale del Paese.

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Contando più di diciassettemila isole, l’Indonesia è lo Stato arcipelagico più esteso al mondo. Posta tra l’Asia continentale, l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, sembrerebbe che l’Indonesia sia un Paese necessariamente a vocazione marittima, quando invece non è così. Nel 2014, il neoeletto presidente Joko “Jokowi” Widodo ha promesso di fare dell’Indonesia il “fulcro marittimo globale” (Global Maritime Fulcrum, GMF), avviando un ricalibro della strategia di sviluppo del Paese che tenesse in considerazione l’elemento marittimo. Questo piano include ovviamente anche un potenziamento dello strumento navale indonesiano, necessario per aspirare al ruolo di media potenza regionale, da realizzare entro il 2024. Questo programma è pensato per agevolare la messa in atto di una politica estera indipendente, non allineata ed equidistante dalle grandi potenze.

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Il piano indonesiano circa il potenziamento della propria Marina ha preso il nome di MEF (minimum essential forces) e ha posto come obiettivo l’ottenimento completo delle capacità di una Marina costiera, aggiungendo anche una piccola capacità expeditionary che permetta allo strumento navale di proiettarsi anche al di fuori delle acque nazionali: questa composizione di forze è definibile come “greenwater navy”, un ibrido tra una “brownwater navy”, ovvero una Marina costiera, e “bluewater navy”, una Marina con capacità di proiezione regionale completa. Questo ventaglio di capacità è richiesto per assolvere i numerosi problemi che attanagliano il Paese arcipelagico, tra cui la pirateria, il crimine organizzato transnazionale, la pesca illegale e i frequenti e distruttivi fenomeni ambientali. A queste problematiche si aggiungono poi le crescenti tensioni nei mari circostanti, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale e nel Pacifico sudorientale. Pur dichiarandosi un Paese esterno alle dispute del Mar Cinese Meridionale, le isole Natuna sono all’interno della nine-dash line[1] avanzata da Pechino e le forze navali indonesiane impiegano molte risorse per pattugliare le acque limitrofe. Una proiezione regionale sarebbe poi necessaria per confermare quella che dovrebbe essere una naturale autopercepita leadership all’interno dell’ASEAN, la cui rotta tracciata va verso una maggiore integrazione anche in senso militare.

 

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Nel dettaglio, la Marina indonesiana è composta principalmente da fregate e corvette di produzione europea ma abbastanza datate, provenienti dai Paesi Bassi, ex Paese colonizzatore ed ora partner commerciale e di procurement, dalla Corea del Sud e da quella che fu la Marina della Germania Est. Negli ultimi anni il Paese ha avviato dei progetti per sviluppare capacità industriali marittime in house, ma la percentuale di assetti di produzione locale è ancora bassa ed è limitata a vascelli dalle modeste capacità tecnologiche. La Marina indonesiana ad ora non dispone di efficaci forze di proiezione, come navi portaelicotteri o portaerei.

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Il MEF prevede una sostanziale espansione delle capacità della Marina senza intaccare il numero del personale: questo presuppone mezzi tecnologicamente più all’avanguardia, considerato sia il numero di effettivi sotto le armi (circa 74.000), sia la qualità del naviglio esistente. Pur avendo sottolineato la necessità di stimolare la produzione tecnologica locale, il Governo indonesiano non ha comunque chiuso la porta ad eventuali acquisizioni di assetti provenienti da Paesi esteri. Tramite la realizzazione del MEF il Governo di Jakarta prevede di raggiungere le capacità di una Marina media regionale, in grado di controllare non solo i propri mari territoriali, ma anche le zone economiche speciali (la ZEE indonesiana è la sesta al mondo per estensione), oltre a sviluppare una minima proiezione che può risultare utile in caso di missioni internazionali o di conflitti nelle vicinanze del Paese. Per questo motivo, oltre alle LPD (landing platform dock) già presenti, l’Indonesia intende dotarsi non solo di ulteriori navi di questo tipo, del quale ha già iniziato la produzione presso cantieri propri, ma anche di LHD (landing helicopter dock), navi portaelicotteri in grado di garantire una proiezione maggiore su scala regionale.

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Per le caratteristiche geografiche e politiche del Paese, è facile comprendere come i pattugliatori d’altura siano un altro tipo di assetto fondamentale per l’Indonesia. Il pattugliamento di zone marittime così ampie non richiede potenza di fuoco elevata, ma velocità e rapidità d’impiego per ogni necessità. Per questo motivo il Paese arcipelagico intende migliorare la propria dotazione di OPV (offshore patrol vessel), mezzi veloci in grado di facilitare l’applicazione del defensive sea control, una forma di controllo del territorio meno dispendiosa del classico sea control. Un modello per le nuove OPV indonesiane sarebbero le equivalenti australiane, in grado di imbarcare armamenti modulari differenti a seconda delle missioni: grazie a questa tecnologia, un pattugliatore può raggiungere la potenza di fuoco di una media corvetta senza duplicare gli assetti in organico.

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Tuttavia, l’acquisizione di nuovi assetti non è sufficiente per il raggiungimento degli obiettivi posti con il MEF. Lo stesso Presidente Widodo, riferendosi al GMF, ha sottolineato la necessità di una “rivoluzione” in senso marittimo, spingendo tutta la comunità statale a riconsiderare in senso costruttivo il proprio rapporto con il mare. Compito arduo, considerando il fatto che una tradizione marittima non è un semplice prodotto di risorse impiegate. Ma non è solo questo il principale ostacolo al raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Per il raggiungimento dei traguardi posti, è previsto anche un aumento delle spese militari superiore all’1% del PIL. Ad oggi l’Indonesia non ha mai superato questa quota, allontanando di più i risultati attesi per il 2024. La recente pandemia da COVID-19 ha complicato ancora di più i piani, considerando anche che la Marina indonesiana è stata schierata in prima linea dal governo indonesiano (nonostante alcune dichiarazioni iniziali suscettibili di polemiche): la nave ospedale Dr. Soeharso è infatti attualmente impegnata in missioni relative al contrasto della pandemia. È difficile immaginare che il Governo di Jakarta possa trovare fondi extra per il proprio programma in una situazione simile, specialmente se ciò non è stato fatto negli anni precedenti.

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In sostanza, il piano di sviluppo navale indonesiano non sembra ancora in grado di raggiungere gli obiettivi entro il tempo previsto. A ciò andrà aggiunta l’ovvia obsolescenza degli assetti già attivi, i cui costi di manutenzione superano il costo opportunità per assetti analoghi più moderni. Anche il mantenimento dello status formale di non-allineato rappresenta un ostacolo in questa direzione, poiché rende più complicata l’acquisizione di assetti e tecnologie da Stati Uniti e Cina (pur avendo rapporti più collaborativi con il primo). Per quanto riguarda la posizione regionale, l’Indonesia paga ancora lo scotto della problematica gestione dell’indipendenza di Timor Est, che non rappresenta certamente il biglietto da visita ideale per un Paese che intende proporsi come leader regionale.

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Note 

[1] Si tratta di una linea teorica di confine proposta da Pechino che assegna la quasi totalità delle acque del Mar Cinese Meridionale alla Repubblica Popolare Cinese.

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