KAMALA HARRIS E IL FUTURO DELLA RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA

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Pochi giorni fa, Joe Biden ha scelto Kamala Harris come candidata alla vicepresidenza democratica. Sin dal momento in cui Biden ha annunciato che la sua running-mate sarebbe stata una donna, Kamala Harris è stata individuata come la candidata favorita a tale ruolo. Biden ha quindi optato per la scelta più ovvia, forse perché talvolta la scelta più scontata è anche quella più giusta? Come Harris aiuterà il suo compagno di corsa a vincere le elezioni?

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È troppo presto per dire quanto la scelta di Biden contribuirà ad aumentare le possibilità di vittoria per il ticketpresidenziale democratico, specialmente in riferimento al sostegno da parte dell’elettorato afroamericano. Tuttavia, è chiaro che aumentare l’affluenza dei neri alle urne sarà cruciale per riconquista degli stati chiave e quindi superare gli intoppi che nel 2016 sono costati la vittoria a Hillary Clinton.  [1]

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La vittoria repubblicana del 2016 è stata infatti spesso attribuibile al cambio di rotta degli elettori bianchi della classe operaia, che, generalmente fedeli al partito democratico, hanno invece optato per una presidenza targata Donald Trump. Nonostante ciò, è comunque possibile desumere che l’inaspettata vittoria di Trump non si sarebbe verificata senza un calo dell’affluenza afroamericana, rispetto al periodo Obama.

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Inoltre, la più innegabile debolezza di Biden durante le primarie sono stati sicuramente i giovani elettori democratici che sostenevano invece Bernie Sanders. E se c’è un gruppo la cui affluenza alle urne è calata precipitosamente tra l’era Obama e il 2016, sono proprio i giovani elettori afroamericani. In sostanza, l’elettorato Democratico di oggi non è assolutamente specchio del suo candidato. Esso è giovane ed è etnicamente variegato. Per avere qualche possibilità di vittoria, era quindi chiaro che Biden dovesse farsi accompagnare da un candidato più giovane e, per così dire, meno figlio dell’establishment.

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Harris, di padre giamaicano e di madre di origini indiane, soddisfa questa pienamente questa particolare esigenza. Diventa la prima donna nera e la prima asiatica candidata alla vicepresidenza dei democratici. E anche se a 55 anni non è effettivamente giovane, se associata al settantasettenne Joe Biden, conferisce sicuramente un’immagine più attuale e vivace al ticket presidenziale.

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Nonostante Harris, durante le primarie del 2020, cui era candidata, non ha mai dimostrato un particolare appeal nei confronti di suddetti gruppi dell’elettorato americano, è comunque possibile che la sua contribuirà, anche solo marginalmente, ad aumentare i voti a Biden da parte di alcune minoranze. Infatti, molti studi suggeriscono che, generalmente, l’impatto elettorale dei candidati alla vicepresidenza è piuttosto limitato, ed è probabile che Harris seguirà questo trend. [2]

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Ciò che è certo, è che la scelta di Harris è l’ultima grande prova della crescente diversità all’interno del Partito Democratico. L’ultima volta che i democratici hanno avuto un ticket presidenziale interamente bianco, tutto maschile, è stato nel 2004, con John Kerry e John Edwards. Biden ha chiaramente fatto la scelta più prevedibile. Harris è più liberale di Biden ed è una donna asiatica e nera in un partito che vuole sia dimostrare di avere a cuore i gruppi tradizionalmente emarginati; un partito che probabilmente sente il bisogno di mostrare ancora di più la sua diversità razziale sulla scia delle proteste del Black Lives Matter. Quindi, Biden sceglie qualcuno con delle caratteristiche politiche e biografiche coerenti con le esigenze del partito, e ciò ha molto senso.

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Tuttavia, le più grandi incognite per il partito risiedono proprio nelle capacità politiche ed elettorali di Harris. Ad oggi, Harris ha dimostrato le sue abilità politiche principalmente in virtù di due fatti: è stata eletta senatrice nello stato più popoloso della nazione e in un paese con molte discriminazioni razziali e di genere ed è la seconda donna nera mai eletta al Senato. Comunque, non è ancora chiaro quanto la Harris riuscirà ad essere elettoralmente forte sul piano nazionale e se magari potrà essere lei l’erede che il partito e l’elettorato democratico cercano disperatamente dalla fine della presidenza Obama. [3]

 

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