Il COLPO DI STATO RISCHIA DI TRASCINARE IL MALI ( E NON SOLO) IN UN'INCERTEZZA INSOPPORTABILE

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Precipita la situazione in Mali. Dopo settimane di scontri, il Presidente Ibrahim Boubacar Keita e il premier Boubou Cisse, sono stati arrestati da un gruppo di militari appartenenti all’esercito. Ismael Wagué, portavoce dei militari, ha successivamente dichiarato che il Presidente e il primo ministro sono stati prelevati dalle loro abitazioni a Bamako e che si trovano nelle loro mani, dichiarando di essere pronti al dialogo con le forze politiche del Paese. Notizia confermata, poche ore dopo, da un portavoce del governo che ha inoltre chiarito che i due esponenti politici sono stati condotti a Kati, città a 15 km dalla capitale, già terreno organizzativo del golpe del 2012. Nella notte tra martedì e mercoledì, Keita ha annunciato le proprie dimissioni precisando di non avere intenzione di opporre resistenza all’esercito per evitare ulteriori tensioni.

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Di fronte alla crisi politica maliana è arrivata la reazione di denuncia omogenea da parte della comunità internazionale. È stata convocata, infatti, una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha chiesto l’immediato rilascio dei due leader. L’Alto rappresentante della politica estera europea, invece, ha definito inaccettabile qualunque cambiamento politico messo in atto attraverso azioni anticostituzionali. La Francia, dopo una netta condanna dei fatti, ha aperto uno scambio con la Nigeria, la Costa d’avorio e il Senegal, con il fine di avviare un dialogo costruttivo sulla crisi. Allo stesso tempo, il Presidente Macron ha espresso la sua massima disponibilità a sostenere gli sforzi di mediazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), già impegnata da qualche settimana in Mali nel tentativo di trovare un compromesso tra le forze governative e il “Movimento 5 giugno”. Il golpe in Mali arriva dopo mesi di tensioni in seguito alla decisione della Corte costituzionale di accogliere il ricorso del partito al potere Rassemblement Pour le Mali (RPM) riconoscendogli un numero di seggi superiore, rispetto a quelli ottenuti alle elezioni legislative.

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Tuttavia, la crisi ha radici molto più profonde. Il Mali infatti ha una storia segnata da periodi di forte instabilità e profondi mutamenti, di cui il più recente nel 2012. In quell’anno infatti i jihadisti, tra cui alcuni gruppi che avevano combattuto in Libia nell’anno precedente, conquistarono il controllo del nord del Paese. Le aree sotto il controllo degli estremisti subirono un forte shock politico-culturale in quanto la popolazione del posto fu saccheggiata e costretta a seguire rigide regole religiose. In seguito, la crisi nel nord del Paese ha generato un clima di profonda insicurezza che ha, nei fatti, favorito il colpo di stato contro il Presidente Amadou Touré. Da quel momento è entrata in gioco la figura di Keita che in realtà godeva di una forte popolarità, soprattutto da parte della fascia più giovane della popolazione. Nel 2013 fu eletto Presidente con una larghissima maggioranza. Tuttavia, con il passare del tempo, Keita ha fatto fatica a mantenere il consenso elevato dei primi anni.

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I motivi sono molteplici, e sicuramente non tutti adducibili ad una responsabilità diretta delle forze al governo, tra cui la crisi economica, l’elevata corruzione e il problema costante della sicurezza. Quest’ultim, tra l’altro, si è trasformato in un vero e proprio elemento strutturale del Paese che ostacola qualunque forma di evoluzione politico-istituzionale. Ricordiamo infatti che nella regione del Sahel, sono ancora presenti le forze militari di Stati Uniti e Francia con il fine di frenare l’avanzata degli estremisti islamici che continuano ad avere una forte presenza nelle aree confinanti con Burkina Faso e Niger. È chiaro che la crisi maliana, apre il terreno a molteplici fratture che potrebbero avere pesanti ripercussioni non solo sul futuro del Paese ma anche sulla stabilità dei Paese vicini. Al momento l’unica strada percorribile, e auspicabile, è quella di una transizione politica civile in grado di portare ad elezioni generali e ad una soluzione politica democratica. Il rischio, per tutti gli attori in gioco, è quello di palleggiare con una bomba pronta ad esplodere.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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