LA COMPETIZIONE TRA SUPERPOTENZE PER IL VACCINO ANTI-COVID

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Un clima competitivo e una retorica nazionalista hanno investito anche la produzione del vaccino anti-Covid. Stati Uniti, Russia, Cina sono in prima linea per bruciare le tappe e immunizzare la popolazione e l’economia mondiale dal contagio.

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Proprio come negli anni della Guerra Fredda, quando la “corsa allo spazio” scatenava la competizione tra USA e URSS, oggi la “corsa al vaccino” assume tratti sempre più competitivi tra le maggiori Superpotenze del ventunesimo secolo: Stati Uniti, Russia e Cina. In poche parole, chi prima arriva, più gloria avrà.

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Al momento, scienziati provenienti da tutto il mondo stanno lavorando su più di 165 vaccini, di cui solo due hanno superato la fase 3, e quindi verranno impiegati per usi limitati. Si tratta di quello russo, su cui però si riscontra la diffidenza della comunità scientifica, e di quello cinese, brevettato dalla Cansino Biologics in collaborazione con l’Istituto di biotecnologia dell’Accademia delle scienze mediche militari. Nonostante il Presidente russo, Vladimir Putin, abbia festeggiato il nuovo vaccino come una “grande vittoria contro il Covid-19”, non esiste nella letteratura scientifica alcuna analisi sull’efficacia e sugli effetti collaterali del vaccino, chiamato non a caso “Sputnik V” per rimarcare la piattaforma competitiva. Le autorità sanitarie russe hanno confermato che da settembre partirà una campagna vaccinale sui soggetti più a rischio; allo stesso modo la Cina, fresca di pubblicazione sull’autorevole rivista scientifica The Lancet, autorizzerà nelle prossime settimane la somministrazione del vaccino sull’esercito.

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Se per l’uomo forte di Pechino, Xi Jinping, il vaccino dovrà essere un “bene pubblico mondiale”, il Presidente statunitense, Donald Trump, non vuole rimanere indietro. Il suo mandato è agli sgoccioli, e la pessima gestione della pandemia ne minaccia la rielezione. Il Governo degli Stati Uniti sta investendo ingenti risorse finanziarie per sviluppare un vaccino Made in US. Quello in fase più avanzata è prodotto da Moderna, l’azienda farmaceutica statunitense con cui il Governo ha chiuso un accordo dal valore di 1.53 miliardi $ per acquistare 100 milioni di dosi del vaccino in via di sperimentazione e un’opzione successiva per l’acquisto di 400 milioni di dosi, con cui si riuscirebbe a condurre la campagna vaccinale nazionale.

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Il vaccino Moderna è all’ultimo stadio dei test clinici e verrà sperimentato su 30.000 persone per l’approvazione. Sebbene Trump abbia dichiarato più volte che il vaccino sarà pronto entro la fine del 2020, il segretario alla Salute Alex Azar ha chiarito: “Il punto è avere un vaccino sicuro per gli americani e per il mondo, non essere i primi”. Tuttavia, l’amministrazione Repubblicana è ben consapevole che dovrà compiere tutti gli sforzi (compatibili con i tempi della scienza) per regalarsi quella “October Surprise”capace di innalzare l’indice di gradimento di Trump, riducendo la distanza elettorale con il candidato Dem, Joe Biden.

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Tuttavia, voci di protesta contro un certo approccio nella produzione del vaccino si sono levate dal direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Questi, dopo aver annunciato che 9 vaccini del programma COVAX (iniziativa lanciata dall’OMS e dall’alleanza GAVI) sono nelle fasi 2 e 3 di sperimentazione, ha ammonito sulla necessità di un’azione strategica e globale come argine al vaccino nazionalista. “Perché nessuno è al sicuro finché non siamo tutti al sicuro”, ha aggiunto. Stati Uniti, Russia e Cina prenderanno nota o tireranno dritto per la propria strada, inseguendo sogni di gloria?

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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