STATI FALLITI IN UNA REGIONE ARTIFICIALE E POROSA

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In Medio Oriente gran parte degli stati della regione – Libia, Iraq, Siria, Libano, Yemen – non riescono a superare la loro condizione di stati falliti. Quali sono le ragioni che spiegano il permanere di questa situazione, che lo scoppio della Primavera Araba nel 2010 ha ulteriormente peggiorato?

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Il Medio Oriente è quell’area geografica del mondo che si estende dalla sponda est del Mediterraneo all’Iran, in cui possiamo includere anche i paesi arabi nord-africani, e che oggi, come in passato, si presenta come l’area più calda nel mondo. Profonde fratture interstatali e intra-statali – in particolare in Libia, Iraq, Siria, Libano, Yemen – e l’eterogeneità di attori, coinvolti nelle dinamiche interne e regionali, rendono difficile la preservazione dell’integrità territoriale e la difesa della sovranità statale. Pertanto, negli ultimi anni, gli stati citati sono stati definiti dagli analisti stati falliti in quanto incapaci di garantire il benessere e la sicurezza della popolazione nazionale, il controllo del territorio statale e il monopolio dell’uso della forza fisica. Per comprendere le ragioni alla base di questa situazione, è necessario uscire dall’attuale congiuntura storico-politica e riflettere sui processi che hanno portato alla nascita degli stati arabi contemporanei.

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All’inizio del secolo scorso, le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, Francia e Gran Bretagna, attraverso gli accordi di Sykes-Picot (1916) e di Sanremo (1920), hanno tracciato i confini degli stati medio-orientali non tenendo in considerazione le specificità etniche e religiose delle comunità locali preesistenti, bensì i loro interessi strategici all’interno dell’area, dividendo la regione in aree di influenza. Questa situazione ha portato alla diffusione di sentimenti irredentisti e alla creazione di un sistema regionale molto fragile, formato da stati territoriali piuttosto che da stati nazionali in cui, durante l’età delle rivoluzioni, dagli anni Cinquanta fino agli anni Settanta, una serie di golpemilitari – come in Egitto, Sira e Iraq – hanno portato all’istituzione di regimi statali a partito unico fondati sul nazionalismo arabo, sul socialismo e sulla lotta al colonialismo occidentale. L’artificialità dei confini statali, in particolare per quanto riguarda l’area della Siria Storica – che è stata smembrata in Libano, Siria, Giordania e Palestina – ha costituito, di recente, uno dei capisaldi della propaganda jihadista dello Stato Islamico, organizzazione terroristica nata sulle ceneri di al-Qaeda, la quale è riuscita, tra il 2011 e il 2015, a estendere il proprio controllo sul nord dell’Iraq e su parte della Siria.

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Sin dal momento della creazione degli stati arabi contemporanei, che abbiamo visto risale a un momento storico ben preciso, inoltre, la regione è stata sottoposto all’influenza di attori esterni. Prima le ex-potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, in seguito, con l’inizio della Guerra Fredda, Stati Uniti e Russia. Con la fine del sistema bipolare, prende avvio l’egemonia americana all’interno della regione. Gli Stati Uniti d’America, facendo leva sul loro di esportatori della democrazia nel mondo, si sono subito posti come fautori della stabilizzazione della regione medio-orientale, in cui la presenza di gruppi terroristici e la neo Repubblica Islamica dell’Iran, istituita nel 1979, costituiva, come ancora tutt’oggi, secondo la retorica statunitense, una minaccia alla sicurezza della comunità internazionale. Sulla base di ciò, Washington, a partire dagli anni Ottanta, con lo scoppio della guerra Iran-Iraq, sono militarmente intervenuti diverse volte nella regione, come in Iraq nel 2003. Tuttavia, le interferenze di Washington nella regione, sembrano aver ottenuto gli esiti oppositi, portando a maggiore instabilità nella regione. Esemplificativo è il caso dell’Iraq ma anche della Libia, in cui l’intervento del 2011, giustificato in virtù della dottrina della responsabilità di proteggere, e finalizzato alla deposizione del regime di Gheddafi nel 2011, non essendo stato seguito da un piano di ricostruzione del paese, ha portato alla frammentazione politico-territoriale dello stato libico e all’emergere di gruppi terroristici e attori non-statali che, sfruttando i vuoti di potere presenti sul territorio, hanno rafforzato le reti jihadiste trans-nazionali organizzando attacchi terroristici in diverse aree della regione.

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La progressiva riduzione
della presenza americana nella regione, a partire dal 2010, ha portato al rafforzamento del ruolo della Russia e della Turchia, come anche delle potenze asiatiche, all’interno della regione. Allo stesso tempo, questi nuovi equilibri di potere hanno portato al rafforzamento dell’influenza iraniana all’interno della regione che, facendo leva su una rete di milizie para-militari sparse nella regione e forte della sua importanza religiosa, si è posto come difensore delle popolazioni oppresse e delle comunità sciite presenti in Medio Oriente, riuscendo ad allungare le mani su Libano, Iraq e Siria. Teheran è diventato un attore chiave per la sopravvivenza dei sistemi di governo presenti Levante arabo, ponendosi in contrasto con gli Stati Uniti, e i suoi principali partner nella regione ovvero Arabia Saudita e Israele. Questi ultimi considerano Teheran il principale sponsor del terrorismo all’interno della regione.

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Un altro elemento fondamentale per comprendere le ragioni alla base dello status di stato fallito, che caratterizza gran parte degli stati della regione, è considerare gli effetti che le riforme di liberalizzazione dell’economia, messi in atto sotto spinta delle potenze occidentali e delle organizzazioni internazionali negli ultimi decenni, hanno avuto sugli stati arabi. Il loro inserimento all’interno del mercato globale non ha reso possibile a ampie fasce della popolazione di godere dei benefici della liberalizzazione dei mercati, in quanto le riforme economiche hanno portato all’istaurazione di regimi di governo neo-patrimoniali, in cui la rete di cliente, vicino al potere, detiene la maggior parte delle ricchezze dello stato ai danni della popolazione nazionale che vive, in gran parte, in condizioni socio-economiche precarie – disoccupazione, alti tassi di povertà – e che paga le conseguenze di anni di clientelismo e corruzione, i cui effetti sono evidenti nell’inefficiente fornitura dei servizi pubblici, in primis fornitura di acqua e di elettricità.

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Questo stato di cose ha portato nel 2010 allo scoppio dell’ondata di proteste popolari, conosciuta con il nome di Primavera araba, all’interno della regione. Partendo dalla Tunisia e passando per Egitto, Libia Iraq, Siria, Libano, Yemen, come anche in altri stati dell’area medio-orientale. I manifestanti, per lo più le nuove generazioni, chiedevano il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e la rimozione della corrotta élite politica al potere. Le primavere arabe sono state senza dubbio rivoluzionarie nel loro impatto iniziale, ma il movimento controrivoluzionario si è dimostrato più duraturo. Esemplificativo è il caso dell’Egitto, dove l’esperimento democratico, con la vittoria presidenziale al-Morsi nel 2011, è stato stroncato dal golpe militare messo in atto dell’attuale presidente egiziano al-Sisi, sostenuto dalle conservatrici monarchie petrolifere del golfo, in primis gli Emirati Arabi Uniti. Il fallimento della Primavera araba, inoltre, ha esacerbato le fragilità strutturali che caratterizzano gli stati della regione, sin dalla loro formazione, stimolando processi di radicalizzazione e l’intervento di stati esterni per garantire la sopravvivenza degli autoritari sistemi di governo esistenti, come è il caso del regime degli Assad in Siria che ha ripiegato su Russia e Iran per neutralizzare qualsiasi forma di opposizione, interna e esterna, al suo regime neo-patrimoniale e repressivo.

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La nuova ondata di proteste che ha preso piede nella regione a partire dallo scorso autunno – e che ha interessato l’Egitto, anche se brevemente, e in seguito l’Algeria, l’Iraq, il Libano e la Siria – si pone in linea di continuità con le precedenti sommosse popolari del 2010, pur presentando delle novità: la società civile si è mostrata più consapevole della propria agency e più unita, superando le divisioni confessionali. Il perdurare delle proteste popolari nei fragili stati medio-orientali, come è il caso del Libano e dell’Iraq, dunque, è da interpretare come parte di un lungo e tortuoso processo che ha avuto inizio ben dieci anni fa nella regione, la Primavera Araba del 2010, il cui fallimento ha portato all’inasprimento dei regimi autoritari esistenti e al peggioramento delle condizioni di vita, già precarie, delle classi sociali più pover.

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Negli ultimi anni, il Medio Oriente ha assistito a molteplici cambiamenti di regime, come testimonia il Libano, insieme ad alti livelli di mobilitazione popolare e violenza. Tuttavia, nonostante gli ultimi sconvolgimenti – a partire dall’invasione americana dell’Iraq del 2003 fino ad arrivare all’uccisione di Qasim Suleimani a inizio anno – i sistemi di governo esistenti, come il regime baathista in Siria e il sistema politico confessionale presente in Libano e Iraq, sono rimasti in gran parte intatti, e i conflitti interni si sono progressivamente regionalizzati e internazionaliz
zati, come è il caso della Libia, dello Yemen e della Siria.
In tutto questo, la popolazione chiede maggiore partecipazione nella vita politica e la rimozione delle classi politiche corrotte che, da decenni, mal amministrano la cosa pubblica. All’interno di questo quadro, gli interessi di attori di varia natura si sovrappongono, a volte convergendo e a volte scontrandosi, portando la società civile a ricoprire un ruolo marginale all’interno dei processi decisionali. In aggiunta, le azioni della comunità internazionale, nella ricostruzione degli stati falliti e delle situazioni post-conflitto, si è dimostrata fino ad adesso, inefficace come emerge dalle continue violazioni del cessate il fuoco in Libia e in Yemen. La strada per il cambiamento, dunque, non è facile. E’ necessario aver ben chiari gli errori del passato, cercare di non ripeterli, e individuare, per ogni singolo contesto nazionale, il percorso migliore da seguire alla luce della sua storia, delle richieste della società civile e dell’eterogeneità di attori e interessi coinvolti.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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