IL RITIRO DELLE TRUPPE USA DALLA GERMANIA: LE CONSEGUENZE IN EUROPA E IL PUNTO DI VISTA ITALIANO

a cura di: Claudia Palazzo, direttrice del Centro Studi Italo-georgiani. Specializzata in geopolitica eurasiatica, è laureata in Sociologia e in relazioni internazionali. Scrive per diverse testate e riviste italiane e straniere.

interviewed: Stefano Braghiroli,  Professore associato di Studi Europei e direttore del programma di master in “European Union – Russia Studies” allo Johan Skytte Institute of Political Studies dell’Università di Tartu. Le sue aree di ricerca includono gli studi europei, populismo, euroscetticismo, e relazioni Russia-UE. Ha ottenuto il dottorato di ricerca in politica comparata ed Europea presso l’Università di Siena.

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IL RITIRO DELLE TRUPPE USA DALLA GERMANIA: LE CONSEGUENZE IN EUROPA E IL PUNTO DI VISTA ITALIANO.

 

É già dall’anno scorso che il Presidente Trump minaccia la mossa, motivandola con un intento puntivo nei confronti della Germania – da Trump considerata inadempiente in quanto a spese militari e rea di portare avanti il progetto Nord Stream 2. L’idea del ritiro USA dalla Germania è stato finora ritenuto improbabile dalla maggior parte degli analisti, ma la recente conferma da parte del Segretario alla Difesa Esper, e l’accordo concluso fra Mike Pompeo e il ministro polacco … qualche giorno fa, suggeriscono possibili svolte a ridosso delle elezioni statunitensi.Abbiamo chiesto al Professore Braghiroli di far chiarezza sulla questione ed esaminarne le possibili conseguenze sul piano delle relazioni transatlantiche, all’interno degli equilibri europei, e di discutere il punto di vista italiano sulla faccenda.

Dopo i molti annunci di Trump da un anno a questa parte, il Segretario alla Difesa USA Mark Esper ha infine confermato la volontà di ritirare le truppe statunitensi dalla Germania. Considerati i numeri e l’impegno logistico che l’operazione richiede, le sembra questa una prospettiva fattibile entro le prossime presidenziali USA?

Parliamo di numeri ragguardevoli, sia in termini di macro-direzioni che di disengagement. Se ne può parlare, ma la prospettiva di finalizzare questi movimenti entro la data delle elezioni è impensabile. Qualunque sia lo scenario che si aprirà nel post-novembre, la posizione di Trump in merito al ritiro delle truppe di stanza in Germania ha molto di personale e poco di geopolitico, e va vista alla luce delle sue preferenze. Molti analisti hanno sottolineato come in una mossa del genere non vi sia nulla di strategico, e anzi, questa posizione crea ulteriore diffidenza fra gli Alleati, mina la volontà di partecipare a un gioco comune con gli Stati Uniti, creando dunque ripercussioni devastanti per quanto riguarda le relazioni transatlantiche.

I dettagli dell’operazione, in termini di numeri e di destinazione dei riallocamenti non sono stati ancora definiti. Pur non di meno, ci sono alcuni capisaldi di cui si ha già notizia, come il riposizionamento di alcune truppe nei Baltici…

A mio parere la riallocazione delle truppe potrebbe avvenire seguendo una tripartizione delle stesse: dai circa 10.000 rimossi dal territorio tedesco, un terzo rientrerebbe in patria, un terzo andrebbe in Polonia e nei Baltici, e un terzo ai Paesi dell’Europa Occidentale, Italia, Francia, Spagna. Nulla è stato ancora specificato e confermato, ma per quanto riguarda l’Italia si è parlato di alcune truppe da spostare nel Nord-Est, ad esempio alla base di Aviano. Per quanto riguarda Baltici e Polonia, bisogna capire che Trump sta, con questa scelta irrazionale dovuta solamente al suo cattivo rapporto con la cancelliera Merkel, giocando col fuoco. Decidere di spostare le truppe in quell’area, se da un lato fa guadagnare agli USA delle credenziali nella cosiddetta “New Europe”, dall’altro presta il fianco alla narrativa di “accerchiamento” russa, rischiando così di provocarne una reazione. Infatti, alcuni stati dell’Europa orientale particolarmente preoccupati del vicino russo, già da tempo caldeggiano l’idea di accogliere una maggiore presenza USA, sia in termini di truppe stanziali e supporto di terra, sia di facilities anti-missile. Pompeo, in visita a Varsavia, ha già firmato l’accordo con la Polonia, mentre da alcuni ministri sono partite già da tempo le prime dichiarazioni favorevoli in merito alla proposta di Esper. D’altro canto, però, questo rafforzamento della presenza NATO sul fronte orientale sarebbe percepito da Mosca come una provocazione. Provocazione le cui conseguenze Trump non sarebbe in grado di gestire. Mi aspetto quindi che da qui a novembre, da parte statunitense, ci saranno molte dichiarazioni, e pochi fatti, fermo restando che Trump si ritroverebbe la “patata bollente” fra le mani, se dovesse essere rieletto. In quel caso, infatti, dovrebbe o, venir meno a quanto annunciato, ledendo così ulteriormente la propria credibilità in politica estera e minando l’armonia dell’alleanza atlantica nel confine orientale, oppure dovrà fare ciò che ha promesso, ma andando incontro alle conseguenze che ciò comporta.

E se questa fosse la mossa di un Trump che non crede di essere rieletto, e vuole lasciare una gatta da pelare al suo avversario Biden?

 Come dicevo, certo, questo lascerebbe la “patata bollente” nelle mani del candidato “dem”. Ma la questione si raffredderebbe in fretta, in questo caso. Infatti, sia Biden che Harris hanno criticato pesantemente la proposta di Trump, oltre che il suo atteggiamento scontroso e di biasimo nei confronti degli Alleati. Di conseguenza non si troverebbero nella scomoda posizione di dover dare corso alle decisioni del predecessore. Chi ne soffrirebbe, invece, sarebbe il Partito Repubblicano, che in minoranza al Congresso, perduta la leadership di Trump, ma tenendo comunque in seno i resti della corrente legata all’attuale Presidente, avrebbe serie difficoltà a ricollocarsi dal punto di vista della politica estera e di difesa. Dovrebbe infatti riuscire al contempo a non trovarsi sguarnito rispetto alla questione Russia, ma non potrebbe opporsi a un miglioramento delle relazioni transatlantiche, quale verrebbe, verosimilmente, portato avanti da Biden.

 Qualora questa proposta proposta di ritiro-riallocamento delle truppe USA dovesse prendere forma, che conseguenze avrebbe sugli equilibri politici interni all’Unione Europea e alla NATO in genere?

Inquadrerei questa mossa in quel contesto di politica del disengagement la cui vittima principale sono le relazioni transatlantiche, e alle incertezze e diffidenze che sono sorte dall’imprevedibilità di questa presidenza USA. Ricordiamoci che è proprio dalla necessità di proteggersi da imprevedibilità e disengagement rispetto al principale partner NATO, che è scaturito l’input più forte fra gli Stati membri per una maggiore integrazione europea in ambito di sicurezza. Dunque, maggiore è il disengagement NATO, più forte la richiesta di integrazione europea a livello di difesa. Per capitalizzare sul comportamento isolazionista e distruttivo di Trump, bisogna lavorare sulle istituzioni europee, e per il momento non ci sono gli estremi per immaginare una sostituzione della NATO con un’impalcatura di sicurezza esclusivamente EU. Ci sono però dei termini di integrazione al livello intergovernativo, a partire da Francia e Germania, che ne sono i principali supporters, e poi il Regno Unito, inizialmente titubante sia sulla CSDP che sulla ESDP, e che dopo avere abbandonato la barca europea, ha sempre meno possibilità di avere un ruolo da main player  ma non vuole rinunciare a partecipare alla difesa europea. Se non come hard power provider almeno con il soft power, il che non è certo secondario.

 Venendo all’Italia, qual è il punto di vista del nostro Paese rispetto alla proposta di Trump?

 La questione in Italia va inquadrata secondo due prospettive, una macro, e una micro. Per quanto riguarda la prospettiva micro, bisogna considerare la posizione del governo italiano e l’opinione pubblica italiana. Il governo non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito, è molto attendista. Innanzitutto non è certo che ci sia, in effetti, una posizione del governo in merito a ciò, considerando le diverse anime del governo di coalizione. E poi, considerata l’opinione pubblica, in genere avversa all’idea di accogliere truppe USA, nessuno all’interno della coalizione vuole acquisire la cattiva pubblicità che deriverebbe dall’operazione. Con l’incombenza delle elezioni negli Stati Uniti, sarebbe in effetti un inutile rischio politico quello di esprimersi in merito, dunque dovremo probabilmente aspettarci poco di nuovo da parte italiana da qui a novembre, in merito alla questione. Certo, se il vertice USA cambiasse, ci sarà un reset, e con l’attuale compagine di governo in Italia, dal cosiddetto “Conte bis” ci si può aspettare una reazione più coerente rispetto a quella del primo governo Conte, per il semplice fatto che le forze adesso al governo sono meno in contrasto fra loro che nel precedente mandato, e che hanno abbandonato il movimentismo e si sono maggiormente istituzionalizzate.Per quanto riguarda invece la prospettiva macro, ciò che manca all’Italia per far parte dei “big three” della difesa europea integrata, è solo una maggiore coerenza negli obiettivi politici, e un maggiore coordinamento con Francia e Germania. Con il precedente governo, nelle relazioni transatlantiche, ci siamo allineati, più per immagine che per convinzione, a quanto diceva Trump, ma sostenere una maggiore integrazione politico-militare europea, potrebbe invece dare maggiore lustro alla politica estera italiana. Intanto, giocando sul capitale guadagnato nelle negoziazioni per il recovery plan, il cui esito ha fatto uscire l’Italia rafforzata e con una maggiore credibilità in ambito europeo. Inoltre, se il disengagement transatlantico dovesse continuare, e una rinnovata presidenza Trump dovesse continuare a giocare sui claevages interni all’Europa – in primis con la “New Europe” e le sue preoccupazioni sul confine orientale -, l’Italia avrebbe spazio di manovra per trovarsi con Francia e Germania alla guida dell’integrazione per la difesa.

 Anche nella prospettiva di una maggiore integrazione europea in termini di difesa, se l’Italia dovesse accogliere una maggiore presenza USA, ciò non costituirebbe un rafforzamento della posizione di Roma? Si è parlato di ospitare in Italia l’AFRICOM…

 Sicuramente la qualità delle negoziazioni, e il loro esito, dipende da ciò che ciascuno può mettere sul tavolo. Una maggiore presenza USA, sia a livello bilaterale, che a livello NATO, fornirebbe all’Italia maggiore leverage sui partner europei. Quindi, non solo capitalizzando sulla recente “vittoria” sul recovery plan, ma anche avendo le spalle coperte a livello transatlantico.

Cosa manca, e cosa è mancato, dunque, all’Italia, per sedere nella “stanza dei bottoni”..?

 Il nodo cruciale, per l’Italia, è quello di riuscire a non assumere una traiettoria ondivaga, e questo non solo in termini di politica estera, ma anche in ambito europeo e soprattutto domestico. E poi la scarsa corrispondenza fra le politiche proposte per il breve periodo e gli obiettivi di lungo periodo. L’assenza di questa coerenza, di questa coordinazione, hanno molto penalizzato l’Italia. Rispetto alla presenza USA, se questa avvenisse in maniera coerente e concertata con gli altri Alleati, costituirebbe un vantaggio, ma solo a patto di non tenere il piede in due scarpe. É una sottile linea rossa, quella che divide la strategia dalla tattica, e quella che trasforma la tattica in una politica estera incoerente e inefficace.

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