DA HAGIA SOPHIA A KASTELLORIZO, VERSO IL MITO DELL’IMPERO TURCO

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Prima basilica cristiana, poi luogo di culto islamico ed infine museo, Hagia Sofia è stata uno dei più importanti simboli di culto della cristianità. La sua conversione in moschea ha suscitato forti critiche sul piano internazionale, in quanto rappresenta la riaffermazione, da parte della Turchia, di una precisa identità religiosa e culturale, ma assume anche una profonda valenza politica. Fortemente sostenuta da Erdoğan, essa segna l’inversione di tendenza rispetto al programma di laicizzazione del Paese intrapreso nel ‘900 e si colloca all’interno di una nuova strategia geopolitica, che vede la Turchia allontanarsi sempre più dall’Occidente e dall’Unione europea per perseguire nuovi obiettivi, come testimoniano anche le vicende di Kastellorizo.

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Costruita nel 537 per volontà dell’imperatore bizantino Giustiniano e dedicata alla Sophia, ovvero alla Sapienza, la basilica di Hagia Sophia a Istanbul è un’opera architettonica di incommensurabile valore storico, artistico e culturale. Nata come cattedrale cristiana, prima cattolica di rito bizantino e poi ortodossa, per circa un millennio Hagia Sophia è stata la più grande basilica della cristianità, simbolo della cultura e della spiritualità d’Oriente, sede del Patriarcato di Costantinopoli. Con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, sancita dall’assedio di Costantinopoli, nel 1453, l’imperatore ottomano Mehmet II la convertì in moschea, trasformandola in un imponente luogo di culto islamico. Considerato il valore spirituale della basilica, si trattò di un gesto che indubbiamente contribuì all’affermazione di un nuovo ordine politico, religioso e culturale, che avrebbe connotato l’identità dell’Impero ottomano per oltre quattro secoli, fino alla fine della prima guerra mondiale. In seguito, con la dissoluzione dell’Impero e l’affermazione del moderno Stato turco, Mustafa Kemal Atatürk, padre fondatore e primo presidente della Turchia moderna, nel 1935, trasformò Santa Sofia in un museo.

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La scelta di Atatürk rappresentò un chiaro segnale di apertura del Paese verso l’Occidente, in quanto si inseriva in un più ampio programma di governo che mirava a rendere la Turchia uno Stato laico. La separazione del potere politico dalle questioni spirituali, infatti, avrebbe consentito, all’interno del Paese, la coesistenza di valori, religioni e culture differenti tra loro e, dunque, avrebbe reso la Turchia uno Stato in grado di far parte del mondo occidentale. Negli ultimi anni, però, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha esercitato forti pressioni affinché Hagia Sophia venisse riaperta al culto islamico, sostenendo che la sua trasformazione in museo fosse stata un errore. Il 10 luglio 2020, dunque, una decisione del Consiglio di Stato turco ha annullato il decreto con cui Atatürk aveva convertito l’allora moschea di Santa Sofia in museo. Poco dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, nello stesso giorno, Erdoğan, ha firmato il decreto presidenziale con cui l’edificio è stato nuovamente convertito in luogo di culto islamico. Il 24 luglio la moschea di Ayasofya ha ospitato la prima preghiera pubblica del venerdì, tra la gioia dei fedeli e le preoccupazioni dell’Occidente.

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Sia sul piano interno che su quello internazionale, le reazioni alla riconversione della basilica di Santa Sofia sono state piuttosto dure. La Chiesa ortodossa ha espresso rammarico per la decisione del governo turco, considerata alla stregua di una minaccia al cristianesimo, che rischia di mettere in difficoltà il dialogo interconfessionale e le relazioni tra cristiani e musulmani non solo in Turchia, ma anche nel resto del mondo. Washington, Atene e Mosca hanno manifestato seri timori circa la volontà della Turchia di impegnarsi nella adeguata conservazione dei preziosi mosaici e delle opere d’arte bizantina presenti all’interno della basilica. Quest’ultima, tra altro, si erge nell’area storica di Istanbul, considerata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Anche la stessa UNESCO ha preso le distanze dalla trasformazione del museo di Hagia Sophia in moschea, temendo che l’edificio e i reperti al suo interno possano essere danneggiati e che ai turisti venga preclusa la possibilità di visitare la basilica. L’opposizione interna, infine, ha definito l’accaduto come un atto di propaganda, con cui il governo avrebbe tentato di accrescere il consenso tra l’elettorato, consolidando il sostegno all’ala nazionalista e conservatrice.

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Per il presidente turco si tratta di reazioni inammissibili. Erdoğan sostiene che la Turchia, in quanto stato sovrano, abbia la legittima facoltà di gestire autonomamente gli edifici posti sul proprio suolo e ribatte dichiarando di non essere disposto ad accettare alcun tipo di ingerenza esterna negli affari interni. Ha precisato, poi, che le autorità turche si impegnano a preservare il patrimonio artistico di Hagia Sophia e a garantire l’accesso dei turisti alla moschea. Tuttavia, nonostante le repliche di Erdoğan, è doveroso interrogarsi sul significato politico della conversione del museo di Santa Sofia in moschea e, di riflesso, sulle ripercussioni che un accadimento del genere potrebbe avere sulle relazioni con l’Occidente e l’Unione europea. Infatti, le immagini del presidente turco che pronuncia i versetti del Corano in quella che era la più grande basilica della cristianità, ora nuovamente convertita in moschea, si caricano di una forte valenza simbolica, alla luce di quello che sembra essere un vero e proprio cambio di paradigma rispetto al progetto politico di Atatürk di una Turchia laica, moderna e filoccidentale.

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La riconversione di Santa Sofia può effettivamente essere interpretata come un tentativo, da parte di Erdoğan, di fare leva su un sentimento squisitamente religioso e culturale al fine di riacquisire il consenso dell’elettorato in uno dei periodi più difficili per la Turchia moderna, indebolita da una forte crisi economica e dagli effetti della pandemia da Covid-19. Tuttavia, sarebbe riduttivo trattare la questione come se riguardasse solo la politica interna, senza considerare le sue ripercussioni sul panorama internazionale. La mobilitazione di uno dei più importanti simboli della religione cristiana e della cultura occidentale, infatti, non può non essere ricondotta ad una più ampia e ben definita strategia geopolitica, in cui l’appropriazione del patrimonio culturale fa da cassa di risonanza ad un progetto di rinascita della Turchia quale potenza egemone del mondo islamico. ­­Nell’annunciare alla nazione la conversione di Hagia Sophia nella moschea di Ayasofya, infatti, è stato lo stesso Erdoğan ad evocare i successi dell’impero ottomano e ad affermare che “la resurrezione di Santa Sofia è foriera della liberazione della moschea di Al-Aqsa”, a Gerusalemme, di importanza fondamentale per il credo islamico, alludendo in tal modo al ruolo di leader politico della Turchia nel mondo islamico. Si tratta di un discorso da cui emerge in maniera piuttosto chiara la posizione di Ankara, che prende sempre di più le distanze dal sogno europeo per proiettarsi verso il mito dell’Impero turco.

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L’Unione europea – e l’Occidente – si trovano, così, dinanzi ad un nuovo scenario. L’inversione di tendenza nella strategia politica della Turchia, infatti, obbliga Bruxelles a prendere atto dell’allontanamento di Ankara dai valori occidentali e dai progetti europei e a ridefinire le relazioni con il Sultano turco, anche alla luce delle vicende che negli ultimi mesi hanno visto i riflettori puntati sulla Turchia e su quello che accadeva – e continua ad accadere – ai confini sudorientali dell’Europa. La conversione in moschea di Hagia Sophia, infatti, è solo l’ultima scintilla che rischia di infiammare i rapporti tra Ankara e Bruxelles – spesso passando per Atene – che si va ad aggiungere alle azioni provocatorie che negli ultimi mesi hanno inasprito le relazioni tra Turchia e UE, dalla strumentalizzazione dei flussi migratori alla violazione delle zone economiche esclusive (ZEE) nell’ambito della partita energetica del Mediterraneo orientale.

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E’ proprio la questione delle perforazioni turche in acque greche che rischia di far scoppiare la crisi. Il 21 luglio scorso, infatti, la Turchia ha avviato una missione navale di esplorazione energetica al largo dell’isola greca di Kastellorizo, rivendicando l’area a sud dell’isola come parte della propria piattaforma continentale, data l’esigua distanza di circa un miglio che la separa dalla costa turca. Il governo greco ha denunciato la violazione della zona economica esclusiva di propria pertinenza, sulla base di quanto stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Ankara, però, non avendo aderito alla Convenzione, contesta la posizione ellenica e rivendica quelle acque come proprie. Il governo turco ha dunque emesso un Navtex, un avviso di restrizione della navigazione nella zona in questione, costringendo il governo greco a schierare le navi da guerra nel Mediterraneo orientale e a richiedere l’intervento di Bruxelles. Dopo una breve tregua, durata solo pochi giorni, la Turchia ha ripreso le esplorazioni, inviando la nave Oruc Reis al largo dell’isola di Kastellorizo, spingendo la Grecia a richiedere all’Unione europea una riunione d’emergenza del Consiglio degli Affari esteri. La ragione dell’interesse per le zone contese risiede nella strategicità delle stesse nel panorama energetico del Mediterraneo. L’isola di Kastellorizo, infatti, fa sì che la ZEE greca sia contigua a quella cipriota, agevolando considerevolmente la realizzazione del Gasdotto EastMed. Considerando l’importanza della partita che si sta giocando e l’ambizione della Turchia a ricoprire il ruolo di leader dell’hub regionale del gas nel Mediterraneo orientale, risulta difficile immaginare che Ankara possa fare un passo indietro.

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Alla luce delle nuove priorità geopolitiche della Turchia e della crisi del processo di integrazione europeo, l’Unione europea deve prendere in considerazione la necessità di intraprendere quanto prima un dialogo volto a definire in maniera chiara le relazioni tra Bruxelles e Ankara, al fine di evitare l’escalation e di intervenire prima che gli eventi possano mettere a repentaglio i già precari equilibri geopolitici alla frontiera sudorientale europea.  

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Vanessa Ioannou

Sono Vanessa Ioannou, classe 1990, analista IARI per l’Europa. Dopo la laurea magistrale in Studi internazionali, conseguita presso l'Università "L'Orientale" di Napoli con una tesi in Relazioni esterne dell'UE, ho lavorato presso una redazione giornalistica, occupandomi di Politica e Esteri, e in seguito ho intrapreso il mio percorso professionale da consulente.
Per lo IARI mi occupo di Europa ed in particolare di Affari europei ed Euro-Mediterraneo. Sono profondamente convinta che per comprendere la realtà che ci circonda sia necessario contestualizzare i fenomeni geopolitici, che non sono mai isolati, ma sempre interconnessi tra loro. Collaborare con lo IARI significa contribuire all’analisi di temi nazionali ed internazionali in un ambiente professionale, giovane e stimolante e mi dà la possibilità di coniugare i miei più grandi interessi: la scrittura e la politica internazionale.

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