CONTINUANO GLI SCONTRI IN MALI

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Miglia di persone si sono riunite, martedì, in Piazza dell’indipendenza a Bamako, per chiedere le dimissioni del Presidente Ibrahim Boubacar Keita. Le proteste sono state soffocate dalle forze dell’ordine che alle 6:00 del mattino sono intervenute sparando grosse quantità di gas lacrimogeni, contro i manifestanti che avevano passato li la notte. Alcuni testimoni hanno dichiarato, all’agenzia stampa Reuters, che in pochi minuti “è scoppiato il panico” e ci sarebbero centinaia di feriti che sono rimasti schiacciati durante la fuga dalle forze di sicurezza. Nouhou Sarr, leader del recente “Movimento 5 giugno” ha definito l’azione della polizia come una vera e propria provocazione, da parte del regime, per frenare le proteste antigovernative, sottolineando che non saranno i gas lacrimogeni a scoraggiare le loro richieste.

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Gli scontri di martedì non sono una novità ma il risultato di un’escalation di violenza. Le prime tensioni, infatti, sono sorte ad aprile, quando la Corte costituzionale, ad una settimana dalle elezioni legislative, ha accolto il ricorso del partito al potere Rassemblement Pour le Mali (RPM) attribuendogli quasi dieci seggi in più. Successivamente migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città per richiedere l’annullamento della decisione della Corte e le dimissioni del Presidente, ritenuto, tra l’altro, responsabile del peggioramento della situazione economica del Paese e dell’alto livello di corruzione politica. La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), per evitare il peggioramento della situazione, ha invitato degli emissari in Mali con il compito di trovare un compromesso tra il partito al potere e le forze del M5G. Tuttavia, il tentativo non è riuscito a frenare l’escalation di violenza che si è tradotta in nuovi scontri a metà luglio.

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In un recente rapporto, Human Right Watch, ha denunciato la modalità di intervento delle forze di polizia per l’uso di una forza eccessiva contro i manifestanti evidenziando, inoltre, l’alto numero di feriti (più di 300), e la presenza di almeno 14 morti, in seguito alle proteste di luglio. Gli eventi degli ultimi mesi, del resto, non sono altro che l’esplosione di una situazione di instabilità che è insita nelle strutture politico-sociali del Mali da sempre. Dopo una transizione politica dal regime autoritario, iniziata negli anni Novanta, il Paese ha cercato gradualmente di costruire le proprie strutture istituzionali democratiche. Tuttavia, in questi trent’anni, non ha mai smesso di mostrare forti segnali di fragilità che hanno contribuito al colpo di stato del 2012 e agli scontri nell’area settentrionale del Paese. A nulla è servito il ripristino formale della situazione e l’accordo di pace con il nord del Paese, firmato nel 2015. 

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Questa situazione di incertezza ha contribuito ad un vero e proprio arretramento dell’evoluzione democratica del Paese, spingendo in diverse occasioni il governo ad approvare alcune riforme che, nei fatti, hanno finito per rafforzare i partiti al potere, ridurre il pluralismo politico e limitare la partecipazione politica dei cittadini che vivono nelle aree del nord del Paese. Un arretramento del processo di transizione democratica che sta impigliando il Mali in una tela di Penelope.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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